home page





Certi momenti



Autore Andrea Camilleri
Prezzo € 15,00
Pagine 168
Data di pubblicazione 19 novembre 2015
Editore Chiarelettere
Collana Narrazioni
e-book € 10,99


Mi guardò con un sorriso furbesco:
“Gli ordini si possono sempre aggirare”.

Gli incontri di una vita, quei momenti che non si dimenticano. Dalla penna di un maestro della narrativa italiana contemporanea.

Questo libro intende raccogliere disordinatamente, ma prestando una maggiore attenzione ai miei anni giovanili, alcuni incontri durati un momento oppure quasi una vita e che hanno determinato in me una sorta di cortocircuito: cioè a dire, che hanno provocato un primo momentaneo distacco e poi una sorta di maggiore illuminazione dentro di me.
Si tratta di incontri con nomi noti, ma assai più spesso con persone diciamo comuni, che hanno comunque avuto la stessa valenza. Ne dimentico alcuni, ne sono certo; altri invece non li ho voluti deliberatamente trascrivere, anche di questo ne sono certo. Ma gli uomini, le donne e i libri che racconto hanno rappresentato per me delle scintille, dei lampi, dei momenti di maggiore nitidezza: e per questo ho voluto ringraziarli».
Andrea Camilleri

Quasi una vita, momento per momento, quelli più intensi che nel tempo acquistano ancora più vigore e ritornano in tutta la loro vividezza. Tanti incontri qui offerti nella forma del racconto, ognuno dei quali ha una luce, un’atmosfera e dei personaggi indimenticabili che hanno segnato soprattutto la giovinezza e l’adolescenza di Camilleri. Alcuni conosciuti negli anni più maturi, durante la sua carriera di regista teatrale e televisivo, molti altri sconosciuti, che ci riportano ai tempi del fascismo, della guerra, momenti segnati da storie che nei loro risvolti più umani e sinceri acquistano un tratto epico e la magia del ricordo assoluto perché unico nel costituire una tappa, una svolta nella formazione dello scrittore.
L’anarchica, invincibile indifferenza di Antonio, insensibile ai richiami militari e agli orrori della guerra; la bellezza sorprendente dell’incontro con un vescovo libero nella mente e nel cuore; l’indelebile ricordo di quella notte di burrasca quando il padre di Camilleri andò a salvare l’eroico comandante Campanella, dato per disperso; il coraggio della “Sarduzza” e la determinazione nel difenderla dal tenente tedesco; l’ultimo saluto a “Foffa”, prostituta per necessità, sola nella vita e negli affetti.
Intermezzati gli uni con gli altri ecco l’incontro con Primo Levi e i suoi silenzi, la stravaganza di Gadda e la suscettibilità di D’Arrigo, il franco scontro con Pasolini riguardo alla regia di una sua opera teatrale, poco prima della sua morte, l’impareggiabile bravura di Salvo Randone (senza dimenticare Elio Vittorini, Benedetto Croce e il quasi incontro con Antonio Tabucchi). Tra tanti personaggi si staglia un libro, quello più importante, La condizione umana di André Malraux, la cui lettura fu decisiva nel far crollare la fede fascista di Camilleri.


Carlo Emilio Gadda
Cliccare sul titolo per leggere il brano pubblicato su Il Messaggero del 20.11.2015.


Antonio Tabucchi / Livio Garzanti
Cliccare sul titolo per leggere i brani pubblicati su Il Fatto Quotidiano del 20.11.2015.


Un libro: La condizione umana di André Malraux
Nella primavera del 1942 si svolse a Firenze un grande raduno della gioventù fascista e nazista europea. Presieduto da Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare, e da Baldur von Schirach, capo della Hitlerjugend, il tema del raduno era «l’Europa di domani».
Io, che avevo vinto la selezione regionale del concorso artistico-letterario-politico dei Ludi Juveniles, venni invitato a parteciparvi assieme a Gaspare Giudice e Luigi Giglia, due miei compagni di liceo; avrei dovuto tenere una relazione sul repertorio teatrale ideale per un teatro di ispirazione fascista. Ci trovammo, attendati alle Cascine, ragazzi e ragazze provenienti dalla Spagna, dall’Italia, dalla Germania e da tutti gli altri paesi occupati dai nazisti, vale a dire francesi, albanesi, portoghesi, spagnoli franchisti, polacchi, ungheresi, cecoslovacchi e via dicendo. Era una babele di lingue: mi ricordo che per parlare con una ragazza ungherese decidemmo, dato che eravamo tutti e due studenti liceali, di usare il latino.
Leggevo molto e, di lettura in lettura, con gli anni i miei dubbi sul fascismo erano aumentati e soprattutto non avevo digerito l’alleanza con la Germania. A Firenze eravamo un migliaio di giovani, tutti in perfetta divisa di colore e fattura diversa a seconda del paese di provenienza, e il primo giorno ci trovammo riuniti al Teatro comunale. Il sipario era chiuso. Quando si aprì per dare inizio alla manifestazione, vidi con stupore che sul palcoscenico campeggiava solo un’enorme bandiera nazista. Ero seduto su una poltrona che dava sul corridoio centrale di passaggio. Accanto a me si trovava Gaspare Giudice. Mi rivolsi a lui: «Gasparì, ma siamo in Italia o in Germania?».
«In Italia.» Non seppi trattenermi, una forza irresistibile mi fece balzare in piedi, gridando a voce altissima: «Via quella bandiera tedesca!».
Il vocio, le risate dei mille giovani si spensero di colpo; piombò un silenzio assoluto.
Io, sempre in piedi, gridai: «Via quella bandiera tedesca! Mettete quella italiana!».
Il sipario si chiuse di colpo.
[…]
Rientrai al mio paese sconvolto; di quello che mi era successo e di quello che stava capitando dentro di me non potevo parlare con nessuno. Eravamo sotto una dittatura e in un tempo reso ancor più pericoloso dalla guerra. Me ne stetti per qualche giorno a casa, senza andare a scuola; ero sicuro di non essere più un fascista, ma non sapevo ancora che cosa ero in realtà. Passavo notti insonni, chiedendomi quale sarebbe stato il mio avvenire in un mondo del quale rifiutavo tutto. In quei giorni mi capitò tra le mani un libro: si trattava di La condizione umana di André Malraux, pubblicato in Francia nel 1933, stampato in Italia l’anno successivo e misteriosamente sfuggito alle maglie della censura. Il libro, che tratta in sostanza di una rivolta comunista, letteralmente mi fece venire la febbre. Scoprii, leggendolo, che tutto quello che il fascismo raccontava sui comunisti non era vero: i comunisti avevano ideali, comportamenti, sofferenze, gioie, sentimenti del tutto uguali a noi. Era una falsità che i comunisti fossero minimamente diversi da come ero io, da come era Gaspare, da come erano le persone che amavo e che mi circondavano. Non erano, come diceva la propaganda, delle quasi bestie senza dignità, senza onore, senza decoro. Ideali ne avevano, eccome, e grandissimi, anzi per essi erano disposti a pagare con la vita. Quella notte lessi il libro tutto d’un fiato. Sono certo che immediatamente dopo quella lettura masse di neuroni del mio cervello si spostarono da una parte all’altra, che una modificazione radicale avvenne nel mio essere; sentii di più che quei comunisti non solo erano uguali a me, ma erano miei fratelli, che i loro ideali erano quegli stessi miei, che io erroneamente avevo attribuito consoni al fascismo. Furono tre giorni di autentica malattia: avevo la febbre a trentanove, mi spuntarono come delle pustole sul viso, il medico chiamato di corsa diagnosticò un avvelenamento alimentare. In parte ci aveva indovinato, solo che non si trattava di un avvelenamento, ma dell’immissione di sangue nuovo, diverso, vivo, caldo, palpitante, che il mio organismo stentava a fare entrare dentro di sé. Ecco, quando mi chiedono come mai sei diventato a diciott’anni, ancora sotto il fascismo, un ragazzo con idee comuniste, io rispondo che tutto ciò, per fortuna, è successo grazie all’incontro casuale con La condizione umana di André Malraux.

(Il brano sopra riportato è stato pubblicato su Il Libraio del 19.11.2015)


Breve incontro con Primo Levi
Mi presentai al Cambio con un certo batticuore: conoscere di persona Levi e parlare con lui mi metteva in agitazione. Ma la dolcezza dei suoi modi, la cortesia, l'attenzione che da subito prestò alle mie parole mi misero perfettamente a mio agio. Poi uscimmo dal ristorante. Proprio attaccata al Cambio si ergeva la maestosa facciata del Teatro Carignano.
«Ha mai lavorato nel nostro teatro?» mi chiese.
«Non ne ho mai avuto l'opportunità».
«Vuole visitarlo? Sono amico del direttore».
Entrammo.
[…]
Vidi che vicino all'ingresso c'era lo sgabuzzino del portiere. Al sentirci avvicinare, il portiere alzò gli occhi, aprì la porta del gabbiotto a vetri e mi corse incontro, la mano protesa addirittura gridando: «Dottor Camilleri! Che bella sorpresa! È venuto qui da noi per un'altra regia?».
Mentre la terra letteralmente si apriva sotto ai miei piedi, mi precipitai verso l'uscita e dissi a Levi: «Le devo una spiegazione».
Allora gli raccontai come solo sei anni prima io avessi messo in scena un'edizione speciale dell'atto unico di Giovanni Verga Cavalleria rusticana, ma vuoi per l'infelice scelta degli attori, vuoi per un malaccorto errore di interpretazione mia, quello spettacolo mi era parso il peggiore di quelli da me realizzati e l'avevo cancellato totalmente dalla mia memoria.
«Ho fatto una vera e propria rimozione» dissi.
Levi, che mi aveva ascoltato in silenzio, guardando un po' imbarazzato la punta delle sue scarpe, sollevò la testa e mi fissò dritto negli occhi.
«Sapesse quante ne ho dovute fare io...» sussurrò.
E riprendemmo a camminare ancora in silenzio.

(Il brano sopra riportato è stato pubblicato su La Repubblica del 24.11.2015)


Don Sasà
Era tradizione, almeno fino alla metà del secolo scorso, che nel periodo tra Natale e l’Epifania ogni sera dopo cena si giocasse a carte. Si giocava dovunque: nei due circoli del paese si giocava d’azzardo e con poste molto alte, mentre le famiglie amiche si riunivano per praticare giochi più tradizionali e meno rischiosi come la tombola o il soporifero sette e mezzo. Faceva eccezione la famiglia Bellavia perché, mentre le signore invitate conversavano in salotto, don Sasà, il capofamiglia, teneva in un’altra stanza il banco del baccarà e lì i mariti giocavano forte. Quando la figlia di don Sasà, Lea, divenne maggiorenne, apportò un’innovazione sostanziale. Cioè a dire, aprì un terzo salone dove i suoi coetanei potessero ballare fino a notte inoltrata.
Fu così che io venni invitato da Lea la sera del 26 dicembre 1943 ad andare a ballare a casa sua. Ci andai, ma dopo un’ora o poco più che stavo a divertirmi con i miei amici mi venne la tentazione di aprire la porta della mitica sala dove don Sasà teneva banco ed entrarvi. Dentro c’erano una trentina di signori: erano tra i più facoltosi commercianti, imprenditori, professionisti del paese. Dopo un po’ che assistevo in silenzio al gioco venni tentato irresistibilmente di parteciparvi. Avevo in tasca quasi tutti i miei risparmi, accumulati pazientemente giorno dopo giorno e rimpinguati dai parenti per le feste di Natale, che dovevano servirmi a comprare i libri che più mi interessava leggere.
Allora, nella Sicilia liberata dallo sbarco alleato avvenuto ai primi di luglio dello stesso anno, non circolava la moneta italiana: essa era stata sostituita da banconote stampate dall’amministrazione militare dei territori occupati, che erano chiamate amlire.
Avevano però lo stesso valore della lira. In tasca quella sera avevo per l’appunto mille amlire, una misera somma rispetto alle poste che erano in gioco. Non seppi resistere: cavai fuori dalla tasca duecento amlire e feci la mia puntata. Vinsi, ma ripersi tutto alla puntata seguente. E così, dopo un’altalena durata un’oretta tra vincita e perdita, i miei risparmi presero il volo. Non mi restava altro che ritirarmi in buon ordine e cercare di dimenticare il denaro perduto. Non si era trattato di poco: all’epoca lo stipendio di un impiegato di buona levatura si aggirava attorno alle mille e cinquecento amlire. Senonché, mentre stavo andandomene, don Sasà mi guardò e mi disse: «Se vuoi giocare sulla parola te lo concedo».
Allora mi sembrò una sfida. Avevo in tasca una scatolina di fiammiferi e la puntai sul tavolo dicendo a voce alta: «Vale cinquecento amlire».
Perdetti la puntata. Don Sasà mi guardò negli occhi, cavai fuori il fazzoletto, lo posai sul tavolo e dissi: «Vale mille amlire». Perdetti anche il fazzoletto. A farla breve uscii da quella casa verso le tre del mattino: avevo perso diciottomila amlire, una cifra per me irraggiungibile, che non avrei saputo mai come pagare. Piovigginava, mi avviai verso casa a passo lento, meditando tristemente sulla mia stupidità e su come poter risolvere il problema del debito contratto con don Sasà, perché come noto i debiti di gioco vanno pagati entro le successive ventiquattr’ore. Le strade erano così scarsamente illuminate da essere quasi buie. Durante il percorso che mi avrebbe portato a casa, a un tratto notai nella via assolutamente deserta un’ombra appoggiata contro la saracinesca chiusa di un negozio: probabilmente si riparava dalla pioggia sotto la tettoietta. Ma quando arrivai alla sua altezza vidi un’altra ombra all’angolo, proprio dalla parte opposta della strada, che se ne stava appoggiata a un portone anch’esso chiuso. In un attimo intuii cosa sarebbe accaduto, ma ormai era troppo tardi per mettermi a correre: sarei stato facilmente raggiunto. Fatti due passi, l’uomo che stava davanti al negozio fece un salto, si piantò di fronte a me e intimandomi di stare zitto mi piantò la bocca di un revolver sotto il mento con tanta violenza da costringermi ad alzarmi sulla punta dei piedi. Contemporaneamente anche l’altro era balzato davanti a me e mi aveva accecato tenendomi accesa davanti agli occhi la luce di una potente lampadina tascabile. Ma tutto durò un attimo: l’uomo che mi puntava la pistola mi disse in dialetto:
«Ah! Vossia è? Scusassi».
La luce della torcia si spense, i due uomini si allontanarono, io, con le gambe di legno, cercai di camminare il più dignitosamente possibile verso casa, ma appena girai l’angolo, fuori dalla loro vista, mi misi a correre verso il portone, lo aprii il più velocemente possibile, salii le scale, mi precipitai dentro l’appartamento, andai sparato in bagno e lì, per la paura, vomitai anche gli occhi. Trascorsi una notte infame.
L’indomani mattina alle nove, raccolti i resti dei miei risparmi, che ammontavano a centocinquanta miserabili amlire, andai al caffè Castiglione, dove c’era il posto pubblico telefonico, e chiamai la mia amica Elena, che abitava ad Agrigento ed era una ragazza molto ricca. Le raccontai la mia situazione e lei non ebbe esitazioni: «Stamattina vado in banca, ritiro quello che ti occorre e nel primo pomeriggio te li mando con mio fratello Giovanni».
Rinfrancato, ordinai un caffè e mi appoggiai con i gomiti al banco, la testa tra le mani. In quel preciso momento qualcuno mi si affiancò.
«Buongiorno» mi disse.
Io mi voltai a guardarlo: era uno scaricatore del porto che conoscevo bene, perché suo figlio era stato mio compagno alle elementari. L’uomo continuava a fissarmi sorridendo, allora per me fu naturale chiedergli: «Perché sorridi?».
Avvicinò la sua testa alla mia, sussurrò: «Stanotte vossia mi fici perdere la nottata. Me lo voli pagare almeno un caffè?».
Dunque quell’uomo era uno dei due assalitori della notte precedente.
«Volentieri te lo pago» gli dissi.
Ci bevemmo il caffè sorridendoci, poi ci stringemmo la mano e ce ne andammo. Nel pomeriggio, alle quattro, arrivò Giovanni con la sua motocicletta. Elena era stata di parola: dentro una grossa busta c’erano diciottomila amlire in contanti. Col denaro in tasca mi diressi verso lo scagno di don Sasà, che era al centro del corso. Don Sasà era il più grosso esportatore di mandorle e cereali del mio paese; per accedere nel suo ufficio bisognava scendere due gradini. Dalla porta mi accorsi che don Sasà era solo, seduto alla sua scrivania, stava facendo dei conti.
«C’è permesso?»
«Ah! Tu sei? Viene avanti Nené!»
Restai in piedi davanti al tavolo.
«Che vuoi?»
«Vengo a pagare il mio debito» dissi estraendo la busta dalla tasca e posandogliela davanti. Don Sasà non la toccò nemmeno.
«Aprila e contali.»
Feci come lui mi aveva ordinato. Alla fine della conta si spostò leggermente all’indietro con tutta la sedia, aprì il cassetto centrale della scrivania e, allungando il braccio, vi fece cadere dentro le banconote e la busta. Richiuse il cassetto, mi guardò fisso negli occhi, mi porse la mano.
«Arrivederci» dissi io.
Voltai le spalle e mi diressi verso la porta. Ma, appena ebbi finito di salire i due gradini, mi sentii richiamare.
«Nené!»
Mi fermai, mi voltai.
«Che c’è?»
«Torna accà!»
Ridiscesi i gradini, mi fece segno di avvicinarmi alla sua scrivania. Aprì il cassetto e mi disse indicandomeli: «Ripiglia i tuoi soldi».
Io esitai. «Perché?»
E lui, sempre guardandomi fisso: «Perché io non posso accettare i denari di un picciotteddro come sei tu. Non discutere».
E infatti con don Sasà non si poteva discutere. Era un cinquantino tracagnotto dai grossi baffi neri, dal volto duro, di scarsa parola; non era un mafioso, ma era un uomo rispettato. Io ricordo di averlo visto girare sempre armato. E così non discussi, mi ripresi il denaro, lo rimisi nella busta, gli dissi: «Grazie», e feci per andarmene.
Lui mi fermò ancora una volta, e mi fece: «T’avverto per il futuro: ti capitasse ancora di voler giocare, caro Nené, jocati solamente i soldi che hai nella sacchetta. Pirchì abbisogna sempre stendiri lu pedi fino a quando il lenzolo teni».

(Il brano sopra riportato è stato pubblicato su Il Libraio il 18.12.2015)


David, il mio amico ebreo…
Quando nel 1938 il fascismo promulgò le leggi razziali io avevo tredici anni e frequentavo la terza ginnasio. Fin dal primo anno avevo stretto amicizia con un compagno di classe che si chiamava David Perna, ma che tutti, chissà perché, chiamavamo Pippo. Una mattina, alla fine delle lezioni, Pippo mi chiamò in disparte e mi disse che dal giorno seguente non avrebbe più frequentato la scuola. Siccome era figlio di un ferroviere, pensai che suo padre fosse stato trasferito altrove. Ne volli conferma: «Tuo padre è stato trasferito?» gli domandai.
«No, – rispose – nemmeno papà potrà più lavorare.»
«Ma perché?»
Ebbe un sorriso amarissimo.
«Perché siamo ebrei.» Ci abbracciammo.
Tornai a casa per l’ora di pranzo e subito, dopo aver detto a papà e a mamma che il mio amico Pippo non avrebbe più frequentato la scuola perché ebreo, chiesi a papà che cosa significasse, perché fino a quel momento io ero sinceramente all’oscuro delle leggi razziali. Papà era stato squadrista e marcia su Roma, vale a dire che era un perfetto fascista della prima ora; ma a sentire quella mia domanda si alterò visibilmente, divenne rosso in faccia e mi disse delle parole che non ho mai scordato e delle quali gli sono eternamente grato: «Non è vero che gli ebrei sono diversi da noi, sono esattamente come noi. Questa storia della razza, Mussolini ha dovuto tirarla fuori solo per allinearsi col suo amico Hitler. Tu non devi crederci. E non ti lasciare mai convincere diversamente».
Naturalmente negli anni che seguirono non ebbi più notizie di Pippo; ma quando, finita la guerra, cominciammo a leggere dell’Olocausto e, peggio ancora, vedemmo i documentari sui campi di concentramento e di sterminio dei nazisti, l’immagine del mio amico Pippo cominciò a tormentare i miei giorni e le mie notti, lo confesso con tutta sincerità. Certe volte mi svegliavo di colpo in piena notte chiedendomi che fine avesse fatto il mio amico, se fosse stato catturato dai tedeschi e inviato in uno di quegli orrendi campi, o se fosse in qualche modo riuscito a sopravvivere. Mi rimisi in contatto telefonico da Roma con qualche vecchio compagno di scuola: nessuno seppe darmi notizie di Pippo. Avevo una vecchia foto di gruppo della seconda ginnasiale: in quella foto lui e io stavamo sorridenti l’uno accanto all’altro. Ogni tanto andavo a riguardarmela. Il pensiero del mio amico ebreo scomparso nel nulla fu sempre presente nella mia memoria.
Alla fine degli anni Ottanta un mio spettacolo allestito al teatro greco di Tindari, Il ciclope di Euripide, tradotto in dialetto siciliano da Luigi Pirandello, arrivò a Roma al Teatro Tenda, che allora sorgeva in piazza Mancini. Nella capitale la rappresentazione ebbe alla prima un buon successo e io ogni sera, due ore avanti che iniziasse lo spettacolo, mi recavo in teatro un po’ per controllare se tutto fosse a posto e un po’ per informarmi con le cassiere di come andasse l’affluenza del pubblico. La sera della quinta replica, una delle cassiere mi disse che c’era un signore che aveva chiesto di me e che, avendo saputo che io sarei arrivato da lì a poco, si era allontanato avvertendo che sarebbe ritornato.
Non aveva detto il suo nome.
Aveva appena finito di parlare, che la cassiera mi indicò un uomo che stava entrando.
«Eccolo, è lui.»
Gli andai incontro: era un perfetto sconosciuto.
«Sono Andrea Camilleri, cercava me?»
L’uomo, che era di piccola statura, molto ben vestito, mi guardò a lungo, non rispondendo subito alla mia domanda. Poi, a sua volta, chiese: «Lei è Nené Camilleri?».
«Sì – risposi –, ma lei chi è?»
Di scatto l’uomo mi gettò le braccia al collo, mi strinse forte, mi disse all’orecchio: «Sono Pippo Perna».
E ci ritrovammo tutti e due abbracciati con le lacrime agli occhi.
«Sono di passaggio» mi disse. «Ho due ore di tempo.»
Di comune accordo andammo in un caffè vicino, ci sedemmo a un tavolo. Mi raccontò che nel ’38 avevano lasciato Agrigento, che con suo padre e sua madre erano andati a rifugiarsi presso uno zio che possedeva dei campi nella Sila, in Calabria. Suo padre aveva lavorato nei campi del fratello, sua madre si era messa a fare la sarta, e così erano riusciti a sopravvivere. Lui aveva continuato a studiare prendendo lezioni private dal parroco del paese, dove tutti avevano finto di non sapere che la famiglia Perna era ebrea. Così erano riusciti a scamparla. Lui, finita la guerra, aveva dato tutti gli esami che non aveva potuto sostenere durante il fascismo, poi si era iscritto all’università, dove si era laureato in ingegneria. Era venuto a Roma per affari, quando aveva visto un manifesto teatrale col mio nome.
Nelle due ore ci raccontammo freneticamente tutto quello che era accaduto alle nostre due vite. Aveva un treno per Milano, l’accompagnai alla stazione. Restammo a parlare fino a quando un fischio lungo annunciò la partenza del treno; ci guardammo commossi, tornammo ad abbracciarci. Poi lui montò nello scompartimento e restammo a salutarci con la mano, fino a quando non sparì dalla mia vista.
Da quel momento in poi Pippo scomparve dai miei sogni.

(Il brano sopra riportato è stato pubblicato su Il Libraio il 26.1.2016, in occasione della Giornata della Memoria)


Foffa
Nel mio paese c’era una casa di tolleranza, la pensione Eva, alla quale ho dedicato addirittura un romanzo. Ma c’erano anche due prostitute, come dire, indipendenti. Una si chiamava Cettina, e aveva di gran lunga superato i quarant’anni, l’altra era una ventiquattrenne chiamata Foffa, e non so a quale nome corrispondesse il nomignolo. La prima non ebbi mai modo di conoscerla, la seconda la vidi qualche volta mentre, come usava sempre fare, la domenica mattina andava a messa. Era una ragazza dal corpo splendido, ma con il viso precocemente invecchiato. Sapevo che aveva due figli, che uno si chiamava Nené, proprio come ero chiamato io in famiglia e dagli amici, e l’altro Gerlando. Nené nel ’42 aveva quattro anni, Gerlando sei. Avevo un amico più grande di qualche anno di me che era un suo cliente abituale. Una volta mi chiese di accompagnarlo e io, spinto dalla curiosità, acconsentii. L’appartamento di Foffa era molto povero; si componeva di una camera da pranzo-salottino, di una camera da letto, una cucina e un bagno. Il mio amico mi pregò di attenderlo in salottino, e lui se ne andò in camera da letto con Foffa. «Faccio una cosa breve.» Infatti dopo una ventina di minuti si presentò seguito da Foffa.
«E tu?» mi chiese la ragazza. «Io no, grazie.» «Non ti piaccio?» «No, non è per questo» dissi. Mi guardò in un modo così intenso che ne rimasi turbato: quello sguardo mi perseguitò per qualche giorno, non riuscivo a togliermelo di dosso, sicché una sera decisi di andarla a trovare. Mi venne ad aprire una vecchia. «Foffa è occupata, se vuoi puoi aspettare nel salottino.» «Va bene» dissi. Dopo una mezz’oretta un quarantenne uscì dalla camera da letto, mi rivolse un cenno di saluto e andò via. Foffa entrò nel salottino, mi vide e mi riconobbe subito. Sorrise. «Hai cambiato idea?» «No. Vorrei parlare un poco con te. Ti pago come se…» «Va bene, va bene» tagliò. Si sedette accanto a me. «Che vuoi sapere?» Le domandai subito ciò che più mi interessava: «Perché lo fai?». «E tu perché lo vuoi sapere?» «Così, per curiosità.» Si alzò. «Vattene» mi disse, e mi guardò con lo stesso sguardo della prima volta. Me ne andai, ma dopo qualche giorno ero di nuovo lì, seduto nel salottino. Questa volta Foffa reagì duramente alla mia presenza. «Con te non voglio avere nulla a che fare!» «Senti Foffa, io sono disposto a pagarti tre volte tanto se rispondi a qualche mia domanda.» La mia insistenza dovette incuriosirla. Si sedette. «Avanti, perché lo fai?» «Per necessità» mi disse, e mi raccontò la sua storia.
A diciott’anni i suoi genitori l’avevano costretta al matrimonio con un uomo maturo che lavorava saltuariamente al porto e che era notoriamente un grande ubriacone e un grande giocatore d’azzardo. La sera, dopo aver cenato, mi raccontò, il marito usciva e tornava verso mezzanotte ubriaco fradicio; prima di mettersi a letto aveva l’abitudine, forse per conciliarsi il sonno, di prenderla a calci e a pugni senza alcun motivo. Lei, prima di addormentarsi, si sfogava con un lungo pianto. Le aveva fatto fare due figli, portava pochi soldi a casa, quel poco che bastava appena per sfamare Foffa e i bambini. Il marito morì ammazzato con una coltellata durante una rissa all’osteria: per sfamare i figli lei non aveva avuto altra strada che la prostituzione. «Soddisfatto?» mi chiese alla fine. Io le risposi di sì, e me ne andai con il cuore colmo di amarezza. Pochi giorni dopo capitò un fatto che addolorò tutto il paese: Nené e Gerlando, mentre stavano attraversando il corso, erano stati investiti da un camion e tutti e due erano rimasti uccisi sul colpo. Il fatto commosse tutto il paese, e la chiesa durante il funerale dei due bambini era stipata. Ma, davanti alle due bianche bare, Foffa piangeva silenziosamente senza avere nessuno che le stesse accanto. Attorno a lei c’era come un deserto: nessuno osava pubblicamente dimostrarsi suo amico. Mi sentii sconvolgere, provai una pietà così grande che mi feci largo tra la gente, mi avvicinai, le misi una mano sopra la spalla. Si voltò a guardarmi, e per la terza volta il suo sguardo mi entrò dritto fino al cuore. Mi sussurrò: «Domani vieni a trovarmi, voglio dirti una cosa». «Va bene.» L’indomani sera andai a trovarla. Foffa era tutta vestita di nero, con un vestito che qualcuno le aveva prestato: le stava largo, l’insaccava. Aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto, il volto devastato dal dolore. Non sapevo cosa dirle per confortarla, perciò le domandai perché avesse voluto vedermi.
«Per salutarti» mi rispose. «Domani me ne vado. Ora non ho più bisogno di fare la buttana. Per la prima volta sono in grado di prendere una decisione in piena libertà. Per tutta la mia vita non ho fatto altro che obbedire alla volontà degli altri. Ora, finalmente, posso fare a modo mio. Posso decidere del mio futuro.» «Dove pensi di andare?» le domandai. «Non voglio dirlo a nessuno.» «Hai bisogno di soldi?» «No, ti ringrazio.» Si alzò. «Ti posso abbracciare?» mi chiese. Ci abbracciammo. Mi accompagnò alla porta. L’indomani mattina, che era domenica, scesi come al solito verso mezzogiorno per bere un aperitivo al caffè Castiglione. «La sentisti la notizia?» mi disse il mio amico Carmelo, che era il proprietario del caffè e che stava alla cassa. «Quale notizia?» «Foffa.» «Che ha fatto?» «Stanotte l’equipaggio di un peschereccio che stava rientrando ha intravisto una persona che dal molo si buttava a mare. Hanno cercato di soccorrerla, ma era molto buio e non sono riusciti a trovarla subito. Quando l’hanno vista era già troppo tardi. Hanno potuto solo recuperare il cadavere. Era Foffa.» Mi si piegarono le ginocchia, dovetti sedermi al tavolo più vicino. Il cameriere mi si avvicinò. «Portami un doppio cognac» dissi. Quando mi portò il bicchiere, prima di bere lo alzai in alto, e quello fu il mio ultimo saluto per Foffa.

(Il brano sopra riportato è stato pubblicato su Il Libraio il 12.2.2016)



Last modified Saturday, February, 20, 2016