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Esercizi di memoria



Autore Andrea Camilleri
Illustrazioni Alessandro Gottardo, Gipi, Lorenzo Mattotti,
Guido Scarabottolo, Olimpia Zagnoli
Copertina Tullio Pericoli
Prezzo € 18,00
Pagine 240
Data di pubblicazione 28 settembre 2017
Editore Rizzoli
Collana Narrativa italiana


"Ogni tanto mettevo la mano in tasca e carezzavo la pietruzza colorata, il segno tangibile che una volta mi era stata concessa la grazie di intravedere la Bellezza"

Ogni mattina alle sette, lavato, sbarbato, vestito di tutto punto mi siedo al tavolo del mio studio e scrivo. sono un uomo molto disciplinato, un perfetto impiegato della scrittura. Forse con qualche vizio, perché mentre scrivo fumo, molto, e bevo birra. E scrivo, io scrivo sempre.

Questo è Camilleri. Poi a novant'anni arriva il buio. E così come non era terrorizzato dalla pagina bianca, combatte anche l'oscurità della cecità e inizia a dettare. La sua produzione letteraria trova nell'oralità una nuova via per raccontare le sue storie. Ma se forte era la sua disciplina prima, lo è ancora di più oggi che può contare esclusivamente sulla sua memoria. E quindi occorre tenerla in esercizio: osservare nei dettagli i ricordi, rappresentarsi nella mente le scene.
Quelli qui pubblicati, come dice lui, sono i compiti per l'estate: 23 storie pensate in 23 giorni, che raccontano come nitide istantanee la sua vita unica e, sullo sfondo, quella de nostro Paese. La memoria qui non p ami appesantita né dalla malinconia né dal rimpianto. Per questo Camilleri ha chiesto a chi parla attraverso i colori, le forme e i volumi di rendere il suo esercizio più godibile, più leggero, più spettacolare.

L'ideale della mia scrittura è di farla diventare un gioco di leggerezza, un intrecciarsi aereo di suoni e parole. Vorrei che somigliasse agli esercizi di un'acrobata che vola da un trapezio all'altro facendo magari un triplo salto mortale, sempre con il sorriso sulle labbra, senza mostrare la fatica, l'impegno quotidiano, la presenza del rischio che hanno reso possibili quelle evoluzioni. Se la trapezista mostrasse la fatica per raggiungere quella grazie, lo spettatore certamente non godrebbe dello spettacolo.

In novantadue anni, di storie ne ha viste, vissute e raccontate un'infinità. Stavolta, però, l'oggetto delle storie è lui stesso. Aneddoti, incontri, avvenimenti, ricordi che formano una sorta di autobiografia, la più completa scritta fino a oggi. Vicende personali si intrecciano ai ricordi di famiglia: per esempio quello del commissario Carmelo Camilleri, fascista che nel 1928 indaga a Milano su un attentato al re, ne scopre i responsabili tra le fila del suo stesso partito e, pur di onorare la giustizia, fa rapporto ai suoi superiori; viene arrestato e spedito al confino... ispirando poi, molti anni dopo, il personaggio di Montalbano.


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Questo libro nasce appunto come un esercizio, una sorta di compito per le vacanze.
Nell’estate del 2016, infatti, in prossimità dei miei 91 anni, mi sono portato il lavoro sul Monte Amiata dove da sempre passo le mie ferie agostane. Non potendo dettare in vigatese, allora la gentile Isabella Dessalvi si è prestata a venire ogni mattina a scrivere i miei ricordi.
Ora io non avevo messo in conto la pubblicazione del libro, non perché non mi piacessero i racconti, ma perché avendo una certa età, avendo da poco festeggiato il centesimo libro, essendo ormai cieco (e quindi come fa a scrivere?) e ricevendo quindi ogni giorno accuse di assoldare dei “negri” che scrivono al posto mio, mi ero proposto di lasciarlo nel cassetto e buonanotte.
Poi mi è stato suggerito di provarne a fare un libro diverso: perché non chiedere a sei tra i più apprezzati illustratori italiani, di differenti generazioni, di contribuire con un disegno che potesse rappresentare il “sentimento” del mio libro? Vi chiederete: e perché mai, essendo appunto diventato cieco, l’idea di avere delle illustrazioni che non avrei mai potuto vedere mi ha convinto a pubblicare i miei esercizi? Perché io ho sempre amato l’arte, perché io quando non ne posso più del buio nel quale sono costretto, mi ristoro nel ricordarmi pennellata dopo pennellata l’immagine dei quadri che ho più amato e così nella mia mente tornano i colori. E allora, anche se non li vedo, mi sono fatto raccontare nei minimi particolari le illustrazioni dei miei compagni di libro, me le sono ricostruite nella mia immaginazione e, lo confesso, mi sono piaciute assai. Quindi grazie a Gipi, Alessandro Gottardo, Lorenzo Mattotti, Guido Scarabottolo e Olimpia Zagnoli. Un ringraziamento particolare a Tullio Pericoli per la copertina.

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Quando il freddoloso Cardarelli ci disse: «Siete giovani di merda»
Quando frequentavo come allievo regista l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica a Roma negli anni 1949-1950, per un certo periodo andai ad abitare in un grande appartamento nei pressi di piazzale Flaminio assieme a tre amici che sarebbero diventati famosi, il regista Mario Ferrero, il commediografo e regista Giuseppe Patroni Griffi e Bill Weaver che si esercitava nelle prime traduzioni dall'italiano all'inglese. Verso sera convenivano altri futuri famosi come il regista Francesco Rosi, lo scrittore Raffaele La Capria, il giovane Vittorio Gassman e tanti altri ragazzi e ragazze. Possedevamo un grammofono che mandavamo a tutto spiano e facevamo le ore piccole ballando, scherzando e ridendo. Immancabilmente verso l'una di notte squillava il campanello della porta di casa, qualcuno andava ad aprire e si trovava davanti al poeta Vincenzo Cardarelli, in pigiama, che abitava al piano di sotto e che non riusciva a prendere sonno per il chiasso che noi facevamo.
Una sera Mario Ferrero lo invitò a unirsi a noi, inaspettatamente egli accettò, si sedette su una sedia in un angolo dello stanzone e si mise a osservarci con occhi sprezzanti. Dopo una mezz'oretta ci chiese una coperta, tremava dal freddo, e dire che era una serata caldissima, ci si avvolse e si sedette di nuovo senza cambiare espressione. Dopo un po' si alzò e parlò a voce alta:
«Posso dire una cosa?».
«Certamente. Maestro» rispondemmo.
«Siete giovani di merda» fece con aria solenne e si avviò alla porta sempre avvolto nella coperta.
Da quel momento in poi non sali più a protestare. Un giorno che lo incontrai per le scale mi disse che si era munito di batuffoli di cotone e cera molle che si infilava nelle orecchie e con questo espediente riusciva a prendere sonno.
Cardarelli non aveva un carattere facile. Quando per esempio u Roma si seppe che Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano, era stato ucciso dai partigiani egli, incontrando il figlio del fratello di Pavolini gli disse: «Di' a tuo padre che io godo delle sue presenti sventure».
Pativa il freddo anche in pieno solleone, una volta io assistetti a una scena incredibile. Stavo in piazza del Popolo davanti al Bar Luxor che poi sarebbe diventato Canova, era quasi l'una, il sole a picco, un caldo e un'afa difficili da sopportare, da Porta del Popolo vidi avanzare Cardarelli: aveva il cappello i testa, una sciarpa di lana attorno al collo, un cappotto invernale pesantissimo, i guanti e camminava come se si trovasse su lastre di ghiaccio. A quei tempi anche i grossi automezzi potevano traversare il Corso, arrivò infatti un camion che incontrò il poeta proprio in mezzo a piazza del Popolo, l'autista del camion frenò di colpo e scese. Era in mutande e chiaramente fuori di sé per la temperatura che doveva sopportare dentro la cabina di guida. Alla vista di Cardarelli, vestito in quel modo, prima diede in escandescenze, cadde in ginocchio urlalndo e bestemmiando, poi si alzò di colpo e si avventò sul poeta cominciando a spogliarlo. Con una manata gli fece volare via il cappello e poi prese a sbottonargli il cappotto mentre Cardarelli con voce acutissima invocava aiuto. Mi precipitai in suo soccorso con altri passanti ma fu assai difficile liberare il poeta dalla presa delle possenti braccia del camionista che ormai manifestava intenzioni omicide.
Una volta liberato non manifestò nessuna gratitudine, mi spinse da parte con un braccio e se ne andò rivestendosi di tutto punto.
Pare, ma non so se questa sia una leggenda metropolitana, che prima di morire le ultime parole del poeta siano state: «Sento un gran caldo».

(Il brano qui riportato è stato pubblicato sul Venerdì del 29.9.2017)



(Immagine da MondoFox, 16.10.2017)


Le ceneri di Pirandello
Piccola premessa necessaria. Quando nel dicembre del 1936 Luigi Pirandello morì nella sua casa romana, i familiari rinvennero in un cassetto un foglio con poche righe autografe: erano le sue ultime volontà. Pirandello desiderava che il suo corpo venisse cremato e che le sue ceneri fossero portate ad Agrigento, in contrada Caos. Qui egli possedeva un piccolo appezzamento dove sorgeva la sua casa natale vicino a un grande pino su una collina a strapiombo sul mare. Voleva che le sue ceneri fossero sepolte tra le radici del pino o, se non fosse stato possibile, disperse nel "gran mare africano". Nel caso non potesse essere cremato (a quei tempi la Chiesa era fortemente ostile a tale pratica) chiedeva che il funerale avvenisse con una carrozza di terza classe, che nessuno, se non i familiari, seguisse il feretro e che infine fosse inumato avvolto in un lenzuolo direttamente nella terra nuda.
Quando un alto gerarca fascista lesse quel foglietto illividì. Era l'epoca nella quale moltissimi intellettuali chiedevano di essere sepolti indossando la camicia nera fascista.
«Se ne è andato sbattendoci la porta in faccia» mormorò il gerarca.
Aveva torto e ragione nello stesso tempo. Pirandello se ne era andato sbattendo la porta in faccia non al fascismo, bensì alla Vita stessa. Superate infinite difficoltà i figli ottennero la cremazione, le ceneri furono messe dentro una preziosa anfora greca che da tempo immemorabile si trovava in casa Pirandello e che poi venne depositata presso il cimitero del Verano. Fine della premessa.
Nel 1942 cinque liceali agrigentini, Gaspare, Luigi, Carmelo, Mimmo ed io, chiedemmo udienza al Federale fascista di allora, un uomo rude e sbrigativo. Ci presentammo indossando la divisa, facemmo il saluto romano e restammo davanti alla sua scrivania impalati sull'attenti. Il Federale rispose sbrigativamente con la mano sinistra al nostro saluto perché nella destra, teneva un foglio che leggeva con estrema attenzione.
Continuò a leggere per un bel po' poi depose il foglio, ci guardò e ci chiese: «Che cosa volete?».
Per tutti parlò Gaspare.
«Camerata Federale, siamo venuti a chiedere che le ceneri di Pirandello, attualmente a Roma, siano trasportate, come da sua volontà, ad Agrigento qui da noi. Noi vogliamo che Pirandello...» Il Federale l'interruppe dando una gran manata sul tavolo e si alzò in piedi.
«Non venitemi a parlare di Pirandello, stronzi! Pirandello era un lurido antifascista! E voi levatevi dai coglioni!» Eseguimmo un perfetto saluto romano, girammo sui tacchi e uscimmo scornati e avviliti.
Nel 1945 l'Italia venne liberata dal fascismo, gli stessi cinque, ormai studenti universitari, ci presentammo, questa volta in borghese, al Prefetto di Agrigento che ci accolse benevolmente.
«Cosa posso fare per voi, cari ragazzi?» Fu sempre Gaspare a parlare.
«Signor Prefetto, noi vorremmo che le ceneri di Pirandello, attualmente a Roma, fossero trasportate ad Agrigento per...»
«Eh no» l'interruppe il Prefetto, «non se ne parla neppure!» «Perché?» osai chiedere io.
«Perché, mio caro ragazzo, Pirandello è stato un convinto fascista, non se ne parla neppure.» Strinse la mano a tutti e ci congedò.
Il bello è che avevano ragione tanto il Federale quanto il Prefetto, infatti i rapporti di Pirandello col fascismo erano stati almeno altalenanti.
Nel 1924, subito dopo il delitto Matteotti, egli aveva chiesto a Mussolini di concedergli la tessera del Partito Fascista, e il suo gesto controcorrente suscitò lo sdegno di molti antifascisti ma, quattro anni dopo, Pirandello ebbe una violenta discussione col Segretario Nazionale del Partito, al termine della quale egli stracciò la tessera fascista buttandogliela sulla scrivania. Non pago di ciò si strappò il distintivo dall'occhiello, lo gettò per terra e lo calpestò. Qualche anno appresso non disdegnò che il fascismo lo nominasse Accademico d'Italia ma già poco dopo andava in giro sparlando di Mussolini e definendolo «un uomo volgare». Quando nel 1934 ricevette il premio Nobel, Mussolini non gli mandò nemmeno un telegramma di congratulazioni, ormai i rapporti tra i due parevano del tutto interrotti senonché, nel 1935, Pirandello in un discorso celebrativo per l'impresa etiopica non esitò a definire Mussolini «un poeta della politica». L'anno seguente era tornato di nuovo ad essere antifascista.
Nel 1946, alle prime elezioni politiche, venne eletto come deputato tra le fila della Democrazia Cristiana un siciliano di grande valore, il professor Gaspare Ambrosini, che insegnava diritto costituzionale all'università di Roma. Le competenze di Ambrosini fecero sì che egli diventasse uno dei Padri Costituenti, decidemmo allora di scrivergli una lettera nella quale spiegavamo le nostre intenzioni, vale a dire trasportare le ceneri di Pirandello ad Agrigento ed onorare così le sue ultime volontà. Per darci importanza decidemmo di scrivere la lettera su un foglio che Gaspare aveva casualmente trovato. Il foglio era intestato "Corda Fratres - Associazione Universitaria". Apprendemmo, dopo aver spedito la lettera, che la Corda Fratres era stata un'associazione universitaria assai vicina alla massoneria e che il fascismo aveva abolito. Gaspare Ambrosini rispose immediatamente in modo positivo, ci tenne costantemente informati dei suoi progressi, nel giro di una decina di giorni riuscì a reperire l'anfora nel cimitero del Verano e a farsela consegnare superando un'infinità di ostacoli burocratici. Dopo un'altra decina di giorni ci annunziò che sarebbe arrivato a Palermo con un aereo messo a sua disposizione dall'esercito americano. Ma l'aereo non arrivò mai perché quando il pilota seppe che doveva trasportare oltre ad Ambrosini anche le ceneri di un defunto si rifiutò di decollare. Allora, il povero Ambrosini si fece confezionare una cassetta di legno dentro la quale mise l'urna proteg-gendola con dei fogli di giornali appallottolati e intraprese il lungo viaggio in treno di almeno due giorni da Roma a Palermo. Ci comunicò anche che appena arrivato si sarebbe fatto vivo.
Durante il viaggio ad un certo punto dovette alzarsi per andare al gabinetto, ma quando tornò non trovò più la cassetta: era scomparsa. Disperato si mise a cercare per tutti gli scompartimenti sovraffollati e finalmente trovò tre individui che tenendo la cassetta sul pavimento giocavano a tresette col morto, se la fece riconsegnare e da allora in poi se la tenne stretta sulle gambe. Noi, intanto, eravamo andati a parlare col direttore del Museo Civico, il quale si dichiarò disponibile ad ospitare l'urna con le ceneri fino a quando non fossero state esperite le pratiche per la sepoltura sotto il pino. Tutta questa faccenda era stata organiz-zata da noi senza aver chiesto nulla né al sindaco di Agrigento né ad altri rappresentanti istituzionali e senza aver dato diffusione della notizia dell'arrivo delle ceneri. Ciononostante la mattina in cui la littorina speciale, che Ambrosini aveva richiesto a Palermo, arrivò il grande piazzale della stazione era letteralmente gremito.
Secondo le nostre intenzioni il corteo dalla stazione fino al Museo doveva essere formato da Mimmo e Carmelo in testa seguiti da me e Gaspare che reggevamo l'anfora tenendola ognuno per un manico, dietro poteva accodarsi chi voleva. Ambrosini ci aspettava dentro la littorina. Mentre stavo per raggiungerlo con gli altri venni fermato dal Commissario di Pubblica Sicurezza che mi disse: «Questo corteo non si può fare, sua Eccellenza il Vescovo ha telefonato furibondo al Questore e fin quando io non avrò via libera voi non potrete muovervi».
Conoscevo il Vescovo Giovanni Battista Peruzzo e perciò mi precipitai da lui. Discutemmo per un po' ma egli era irremovibile. Fino a quando però non feci una bella pensata.
«E se mettessimo l'urna dentro una normale cassa da morto?»
«Allora in tal caso non avrei nulla in contrario» rispose il Vescovo.
Mi precipitai da un fabbricante di casse da morto. «Ho bisogno di aver affittata una cassa» dissi. Mi guardò molto perplesso.
«Ma le casse da morto non si affittano.» Io gli spiegai di cosa si trattava e allora lui mi disse di avere a disposizione solo una cassa da morto per bambini. Me la fece vedere. A occhio stimai che l'anfora dentro ci stava comodamente. Mi accompagnò alla stazione con un camioncino che trasportava la bara.
Dentro la littorina aprimmo la cassa di legno, l'anfora era intatta, e la trasferimmo nella piccola bara. Così il corteo poté arrivare finalmente al Museo.
Lì l'anfora rimase per anni e anni, dimenticata.
Poi un nuovo comitato decise di bandire un concorso nazionale per un monumento funebre che doveva sorgere ai piedi del pino. Il concorso venne vinto dallo scultore Marino Mazzacurati, il quale fece un'opera bellissima limitandosi a prendere un grosso masso che c'era nelle vicinanze e dargli qualche scalpellata di aggiustamento. Sul davanti del masso mise due piccole maschere in bronzo, quella tragica e quella comica, il nome di Luigi Pirandello e le date di nascita e di morte. Nel retro scavò una profonda buca dentro la quale infilò un grosso cilindro di rame con coperchio. Con una cerimonia solenne le ceneri dall'anfora vennero versate dentro il cilindro, la buca venne chiusa con una pietra a sua volta cementata.
La faccenda pareva terminata da un pezzo quando, una decina di anni dopo, un custode del Museo si accorse che dentro l'anfora greca c'erano ancora delle ceneri appiccicate nelle curvature interne all'altezza dei manici.
Che fare? Il direttore del Museo, Zirretta, decise che quei residui dovevano essere messi dentro il cilindro che stava nella tomba, allora si recò al Caos seguito da un capomastro e da un custode. Il capomastro tolse il cemento levò la pietra e tirò fuori il cilindro. Intanto Zirretta aveva steso per terra un foglio di giornale tenuto fermo da quattro sassi e sopra vi aveva fatto cadere i residui delle ceneri raschiando l'interno dell'anfora con un rametto d'albero. Aperto il coperchio tutti si resero conto che il cilindro era colmo fino all'orlo, non c'era assolutamente posto per quel pugno di ceneri. Il cilindro venne rimesso al suo posto, la pietra pure e il capomastro la cementò. Non restava che disperdere il resto delle ceneri in mare. Zirretta levò le pietre, prese con le due mani il foglio e camminò fino al ciglio della collinetta. Qui pensò che era necessario pronunciare qualche parola rituale, aprì la bocca e cominciò: «O gran mare africano».
E qui un'improvvisa folata di vento gli mandò a sbattere in faccia il foglio. Una parte delle ceneri andò a finire in bocca a Zirretta, il resto sui suoi vestiti. A Zirretta non restò altro da fare che sputacchiare e scrollarsele di dosso.
E stavolta finalmente le ceneri di Pirandello raggiunsero la pace eterna.

(Il racconto qui riportato è stato pubblicato su La Sicilia del 8.10.2017)


Quando Liggio mi chiese un film sulla sua vita
Agli inizi del 1987 il primo canale televisivo della Rai trasmise uno sceneggiato intitolato "Un siciliano in Sicilia" del quale io avevo scritto il soggetto e che poi avevo sceneggiato in collaborazione con Antonio Saguera e il regista Pino Passalacqua.
Il mio soggetto prendeva lo spunto da un fatto veramente accaduto: alcuni mesi prima dello sbarco in Sicilia degli Alleati avvenuto, come si sa, ai primi di luglio del 1943, era arrivato clandestinamente nell'isola un giovane avvocato statunitense di origine siciliana, egli aveva la missione di contattare gli antifascisti e gli esponenti dei partiti politici che il fascismo aveva abolito in modo che potessero essere in grado di coprire le varie cariche istituzionali non appena l'isola liberata avesse riconquistato le libertà democratiche.
Senonché una volta avvenuto lo sbarco, il povero avvocato, che aveva attraversato una gran quantità di disavventure, si vide messo da parte dagli alti esponenti militari dell'Amgot (Amministrazione militare alleata dei territori occupati) i quali, tout court, designarono come sindaci e assessori noti personaggi mafiosi che fino allora erano stati, come si usa dire, in sonno. Insomma avvenne il curioso fenomeno che con l'arrivo della libertà la mafia in Sicilia assunse in prima persona il potere.
Tanto per fare un esempio, in ben trenta Comuni nella sola provincia di Palermo diventarono sindaci mafiosi di chiara fama e di tutto rispetto. Il mio sceneggiato suscitò parecchie discussioni anche tra politici ma era innegabile che gli americani, prima dello sbarco, avevano stretto un'alleanza con i mafiosi. Infatti si disse che alcuni esponenti di questa organizzazione erano stati paracadutati in Sicilia prima dello sbarco così come aveva fatto il mio disgraziato avvocato.
Una settimana dopo la messa in onda dello sceneggiato, ricevetti una strana telefonata.
«Sono l'avvocato Emilio De Rosa e vorrei parlare con il dottor Andrea Camilleri.»
«Sono io, mi dica.»
«È lei che ha scritto il soggetto di Un siciliano in Sicilia?»
«Sì.»
«Senta, io sono l'avvocato personale di Luciano Liggio, le trasmetto i suoi complimenti.»
Rimasi inebetito e francamente sorpreso, il corleonese Luciano Liggio (in realtà si chiamava Leggio) era un criminale mafioso soprannominato "la primula rossa" per la sua agilità nelle fughe e per le sue clamorose evasioni. Fin da giovanissimo si era messo agli ordini del capomafia locale, Michele Navarra, e ben presto si era dato al furto di bestiame e alla macellazione clandestina uccidendo senza nessuno scrupolo chiunque osasse contrastarlo. Il suo primo omicidio fu quello di una guardia giurata che aveva osato denunziarlo alla polizia. In brevissimo tempo ebbe a sua disposizione una decina di gregari e i suoi affari si allargarono fino a concorrere ad opere pubbliche. Fu per la costruzione di una diga che egli venne in contrasto con il suo capo Navarra, non esitò a farlo fuori mentre questi tornava a casa in auto. Negli anni seguenti, tra i vari delitti da lui commessi, venne accusato dell'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto e del procuratore capo Scaglione, nelle sue imprese criminali si servì di due primi aiutanti: uno era Totò Riina, l'altro Bernardo Provenzano. Fu con quest'ultimo che compì la strage di via Lazio a Palermo per eliminare Michele Cavataio e i suoi uomini che costituivano una banda rivale. Liggio, Provenzano e altri due uomini si presentarono nel garage di via Lazio, che era la roccaforte di Cavataio, travestiti da carabinieri e Provenzano approfittò dell'istante di smarrimento degli avversari per eliminarli a colpi di mitra. Da allora Provenzano venne soprannominato "'u tratturi" perché come ogni trattore non lasciava dietro di sé un filo d'erba.
Nell'omicidio del procuratore Scaglione, Liggio invece si servì dell'aiuto di Totò Riina. Arrestato e processato a Bari venne inspiegabilmente assolto per insufficienza di prove, allora si trasferì a Milano dove ben presto organizzò il sequestro di noti industriali, tra cui Rossi di Montelera, a scopo di riscatto. Finalmente nel 1975 venne arrestato e condannato all'ergastolo.
Quando ripresi fiato balbettai:
«Me lo ringrazi tanto».
«Ancora una cosa» disse l'avvocato, «Luciano avrebbe piacere di incontrarla.»
«E dove?»
«Naturalmente nel carcere dell'Ucciardone. Guardi, gli hanno concesso una cella attigua che fa da salotto. Lo sa, Luciano negli ultimi tempi si è molto avvicinato alla cultura: legge tanto e c'è un professore di Filosofia dell'università che viene regolarmente, due volte la settimana, a fargli lezione. Si è messo anche a dipingere.»
«Va bene» dissi «ma perché vuole vedermi?»
«Luciano è rimasto incantato del suo sceneggiato. Ha detto che lei è un uomo che capisce molte cose e perciò vorrebbe vederla per rivelarle alcune verità che non sono state dette al processo. Se lei me lo consente io verrei a Roma dopodomani, potremmo incontrarci al caffè Canova alle cinque del pomeriggio, le va bene?» Non esitai un istante, incontrare un personaggio simile mi incuriosiva molto.
«D'accordo» risposi.
Quella sera stessa, raccontai della telefonata ad Antonio Saguera, cioè a dire ad uno dei due cosceneggiatori. In realtà Antonio Saguera era lo pseudonimo di un altissimo magistrato che si chiamava Gaetano Suriano e che era anche un eccellente uomo di spettacolo.
«Come devo comportarmi davanti a Luciano?»
«Devi fargli una premessa» mi suggerì Suriano, «gli devi dire che non deve raccontarti cose che la Giustizia non sappia già. Che ti dica pure dettagli, particolari ma devono essere cose che risultano scritte negli atti processuali. Così non vieni a conoscenza di notizie che potrebbero essere pericolose anche per te.»
Mi presentai all'appuntamento puntualissimo, davanti al caffè Canova sostava un’automobile che pareva facesse parte di un film anni Trenta, si trattava di una Rolls-Royce bianca, enorme, di quelle con la ruota di scorta a vista appiccicata dietro il cofano posteriore, dentro ci stava un ometto bassino, sessantenne, vestito tutto di nero. Mentre io mi fermavo incuriosito, come tanti altri, a guardare quell'auto vistosa, il bassino aprì la portiera, scese e mi si avvicinò.
«Lei è il dottor Camilleri, vero? Sono l'avvocato De Rosa.»
Ci stringemmo la mano.
«Abbia pazienza un momento, sto aspettando Giovannino.»
Non domandai chi fosse, dopo poco uscì dal Canova un giovane trentacinquenne, alto magro ricciuto, che si diresse verso di noi.
«Giovanni', com'è?» domandò l'avvocato.
Giovannino scosse la testa.
«Non mi pare cosa.»
«Allora» fece l'avvocato «andiamo a via Veneto.» Giovannino si mise alla guida, noi due ci sedemmo dietro. L'avvocato non aprì bocca, arrivati a via Veneto Giovannino fermò davanti al Café de Paris.
«Questo» disse «potrebbe essere il posto giusto.» Scese, noi restammo in macchina, tornò dopo un attimo e senza dire parola aprì lo sportello dell'auto. Giovannino ci guidò a un tavolo, ci sedemmo e io mi resi conto che nella posizione in cui si trovava Giovannino egli poteva vedere davanti a sé un grande specchio che rifletteva l'entrata del caffè.(...)
«Andiamo al dunque» disse l'avvocato, «a Luciano preme dichiarare che lui col delitto Scaglione non c'entra niente. I giudici non hanno voluto sentirlo su questo argomento ma vede, Luciano ha sempre voluto essere presente, non ha mai mandato altre persone a fare qualcosa in suo nome. La sera in cui ammazzarono il procuratore, Luciano era distante cento chilometri e può dimostrarlo, così come non sono neppure esatti alcuni dettagli che riguardano i motivi dell'uccisione di Rizzotto. Le sottolineo qui un fatto assolutamente trascurato, il primo delitto di cui Luciano venne accusato fu quello di una guardia giurata, se lo ricorda?»
«Sì» ammisi.
«Ebbene lo sa dove venne arrestato la prima volta Luciano tre anni dopo quell'omicidio?»
«No, non lo so, me lo dica lei.»
«Venne arrestato nella casa della vedova dell'uomo che Luciano avrebbe ucciso. Questa donna era stata, prima che si sposasse con la guardia, la fidanzata di Luciano. Capisce come molte storie hanno dei risvolti diversi da quelli che appaiono?»
«Va bene» dissi, «avvocato, io sono disposto ad incontrarlo ma in che modo potrei essergli utile?»
Non ci pensò su un istante. «Luciano vorrebbe che lei scrivesse uno sceneggiato su di lui con la stessa intelligenza e lo stesso acume che ha dimostrato nello sceneggiato trasmesso pochi giorni fa.» (...)

(Lo stralcio qui riportato è stato pubblicato su La Repubblica (ed. di Palermo) del 12.10.2017)





 




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