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I Mille secondo Camilleri

Rubrica pubblicata mensilmente su Il Carabiniere a partire da aprile 2012


Aprile 2012

Sospendiamo I limoni di Camilleri (fate conto che non sia la loro stagione), per dare spazio a una lunga chiacchierata, indovinate su cosa? Niente di meno che, udite udite, la Spedizione dei Mille!

Maestro, se dovesse raccontare la Spedizione dei Mille a un bambino…?
«In parole semplici, si può dire che la Spedizione, composta da gente di ogni parte della Penisola e anche da stranieri, è il gesto di guerra che ha dato concretamente inizio all'Unità d'Italia. È un viaggio molto bello, a pensarci bene, perché si tratta di 1.080 persone che s'imbarcano a Quarto su due navi, più o meno avventurosamente si riforniscono di carburante e di quello che serve, eludono la sorveglianza dei militari e arrivano a Marsala. Nella durata di un viaggio, in cui si parla poco l'italiano e molto il dialetto, questa gente eterogenea e raccogliticcia, animata però da uno spirito comune, diventa a poco a poco un esercito».
Un miracolo che dobbiamo a Poseidone?
«Fatto sta che proprio in mezzo al mare loro iniziano a fare squadra. Sbarcano a Marsala e dopo pochi giorni hanno la prima battaglia seria, a Calatafimi, dove si trovano di fronte a soverchianti forze borboniche munite di artiglieria e robe simili, eppure vincono. Nel giro di pochi giorni, sono diventati una forza. È sorprendente».
Mentre quando sono partiti che cos'erano?
«L'estrazione dei Mille è il vero miracolo, che nessuno spiega se non per pochi cenni. Diversi componenti della Spedizione hanno lasciato diari di quei giorni, a partire dall'asciutta relazione di Ippolito Nievo, che è stupenda. Ci sono poi le Noterelle di Giuseppe Cesare Abba, con la splendida pagina dedicata alla battaglia di Calatafimi, c'è il libro di Giuseppe Bandi e altri ancora, sono almeno sette o otto. Una cosa che m'incuriosisce molto, ma ogni volta che cerco maggiori dettagli resto insoddisfatto, è la presenza degli stranieri. Prendiamo ad esempio i colonnelli Türr e Tuköry. Quelli erano ungheresi veri, mica di Busto Arsizio o Pinerolo! Come diavolo c'erano arrivati, sul Lombardo e sul Piemonte? È un mistero affascinante. Luciano Bianciardi, un grande scrittore purtroppo dimenticato, ha tentato di raccontare questa storia nel suo Da Quarto a Torino, che è un volume ricco di retroscena».


Maggio 2012


Maestro, chi era il signor Garibaldi? A quali altri personaggi della Storia lo possiamo paragonare?
«Mi rendo conto che il paragone può apparire ardito, ma in ciò che vado a dire non c'è alcuna considerazione, per così dire, politica. Mi attengo alle figure umane, come la storiografia ce le propone. Guardando alla mitologia odierna, Giuseppe Garibaldi potrebbe essere considerato una sorta di Che Guevara, che però non commette il suo errore, cioè andare dove non c'è un terreno fertile. Garibaldi sceglie perfettamente il teatro in cui operare: la Sicilia. L'isola era stata un continuo terremoto, dal 1848 in poi. Anche perché il Regno borbonico si era preoccupato di regnare, ma non di avere dei cittadini borbonici, di trovare un'unità al suo interno, per esempio tra napoletani e siciliani. In Sicilia, anche per questo motivo, le spinte separatiste rimasero vivissime. Vi attecchirono in parallelo le idee liberali, che erano molto combattute a Napoli, dove si avvertiva la diretta pressione dei Borbone, mentre a Palermo non era così. Il capoluogo isolano aveva avuto addirittura un suo Senato, una forma d'indipendenza con Ruggero Settimo, e quindi il terreno era ottimo, per una rivolta».
Era stato ben arato, fra l'altro...
«Certamente. Da Francesco Crispi e da Rosolino Pilo, soprattutto. Crispi nel 1859 era stato due volte in Sicilia con un passaporto inglese e aveva messo in piedi questi cosiddetti Comitati rivoluzionari, che diffondevano presso il popolino alcune idee fondamentali. Prima fra tutte, quella di dare la terra ai contadini, antica promessa dei Borbone mai mantenuta. Loro avevano fatto una riforma del demanio, ma si erano ben guardati dall'attaccare i privilegi, le baronie. La speranza della terra attecchì molto in Sicilia, salvo essere una nuova delusione, perché anche dopo la caduta dei Borbone vennero distribuite un po' di terre demaniali, ma il grosso rimase nelle mani dei vecchi proprietari e qualsiasi tentativo rivoluzionario venne represso, come a Bronte, dove agì Nino Bixio in persona».


Giugno 2012


Nota bene: eravamo al punto in cui, Spedizione durante, Nino Bixio interveniva per sedare la rivolta di Bronte. Per inciso, essa avvenne nell'agosto 1860. Sedici furono i morti, ai quali si aggiunsero i cinque giustiziati dalle truppe di Bixio.
A Bronte c'erano interessi inglesi. La famosa Ducea Nelson. L'Inghilterra che ruolo ha avuto, rispetto alla Spedizione?
«Probabilmente era favorevole, uno Stato italiano più forte serviva a contrastare l'egemonia della Francia nella penisola. D'altro canto sono proprio le navi inglesi che a Marsala sparano contro i garibaldini. È stato un atto dimostrativo, una finta? In effetti hanno sbagliato di parecchio la mira, il che mi pare che contrasti un po' troppo con le tradizioni della Marina Reale Britannica... Nei giorni scorsi ho saputo che alla British Library c'è il diario di un signore inglese, il quale se ne andava a zonzo per i fatti suoi in barca nel Mediterraneo e si è trovato ad assistere allo sbarco di Garibaldi. Lo ha raccontato "in tempo reale", come si dice oggi. Un diario mai pubblicato, scritto da un testimone al di fuori delle parti. Penso che sia un documento molto interessante, e spero di poterlo ottenere in visione. Ne ho già fatto richiesta».
Mi faccia capire. Questo tizio se ne sta in vacanza per porti e per mari, e a un certo punto si trova davanti i Mille che vanno a fare l'Italia?
«Esattamente. Uno di solito s'imbatte in qualche peschereccio mezzo scassato, al massimo in uno sbarco di clandestini... Questione di fortuna».
A proposito di fortuna, e di valore. Ma come hanno fatto, questi mille o poco più, a compiere un'impresa così grande?
«L'elemento determinante è stato il favore della popolazione. Un fattore che, storicamente, spiega anche fenomeni come il bandito Giuliano. Molti siciliani si aggregano immediatamente alla Spedizione. Il primo gruppo compare già a Calatafimi, dove combatte in modo talmente feroce da far inorridire Ippolito Nievo, che lo racconta. Lui non si rende conto che per i siciliani si tratta di una guerra civile. Sono sempre le più dure, la Storia lo insegna. Il dettaglio curioso è che la colonna siciliana è al comando di un frate. Il Signore lo avrà perdonato...».


Luglio 2012


Dov'eravamo rimasti? Ah sì, al favore della popolazione. Che accolse i Garibaldini con grande entusiasmo, andando ad affiancarli fin dai primi scontri sostenuti con le truppe borboniche.
A un certo punto inizia il cosiddetto brigantaggio. Cosa si cela dietro questo nome troppo semplice?
«Il termine è da me strenuamente combattuto. È vero, fra i cosiddetti "briganti" c'erano molti comuni banditi, dediti alla commissione di reati anche prima dell'unificazione. Ma poi, se uno va a vedere lo specchio riassuntivo che il Comando di Capua fa per il periodo compreso fino al 1863, legge: "Caduti in combattimento: 3.600; briganti catturati: 4.000". Ed è chiaro che non sono cifre da brigantaggio, sono cifre di "qualche altra cosa". È una sollevazione contadina, che si avvale di diversi apporti. Il primo e più considerevole è dato da un errore compiuto dal neonato Regno d'Italia. Garibaldi, alla fine della sua campagna, si viene a trovare con un esercito del Sud di circa 30mila uomini. Attenzione: sono tutti inquadrati, con tanto di grado e paga. Nel momento in cui lui chiede l'immissione nell'esercito regolare di quelli che lo vogliono, gli viene detto di no. Forse con qualche ragione, perché fra questi 30mila ci sono elementi che non si capisce bene da dove provengano. Però non viene nemmeno fatta una selezione, sono rifiutati in blocco. Prendiamo il capo brigante più rappresentativo del periodo, Carmine Crocco. Chi è quest'uomo? Un ex caporale borbonico che ha disertato e si è unito a Garibaldi. Si distingue in combattimento, ma quando chiede di entrare nell'esercito lo cacciano e si mette a fare il brigante. E poi ci sono i Comitati borbonici, che alimentano il tentativo insurrezionale celato all'interno del grande contenitore chiamato brigantaggio. Pensiamo al generale Borjes, che viene prelevato in Spagna e mandato nel Sud d'Italia, e vi compie un'impresa straordinaria, conquistando una fetta considerevole di territorio. Lui sbaglia, alla fine, perché sopravvaluta le proprie forze. Non si rende conto che i briganti sono dei "combattenti stagionali"...».


Agosto-Settembre 2012


Il Maestro ci stava dicendo che il generale Borjes, lealista borbonico, aveva sopravvalutato le proprie forze, non considerando che i "briganti" al suo comando erano una sorta di combattenti stagionali...
Combattenti stagionali? Un po' come gli odierni operai che vengono assunti per l'estate?
«Esattamente. D'inverno non combattono, perché fa troppo freddo per ritirarsi sulle montagne, all'addiaccio. Il povero Borjes a un certo punto si trova fregato, lo catturano e lo fucilano. La repressione, in effetti, è molto dura. Cito ad esempio il generale Della Chiesa, che viene imputato da La Marmora di giustiziare tutti quelli che incontra. C'è un proclama a sua firma, che non gli rende certo onore, che termina con la frase: "Date alle fiamme tutte le case dei contadini, perché dentro vi troverete più fucili che pane". Sono massacri di interi villaggi, come quelli avvenuti nel Beneventano. Non si va tanto per il sottile. Pensi che dal 1860 al 1893, per due volte in Sicilia viene proclamato lo stato d'assedio, la prima per combattere il brigantaggio, la seconda per i Fasci, e in questo caso la decisione è del siciliano Crispi, divenuto Presidente del Consiglio».
Sembra che Alessandro Dumas si sia ispirato al brigante Pietro Monaco, per scrivere Robin Hood. Ha mai trovato riscontri a questa tesi?
«Non diretti, ma le posso dire questo: quando fucilano il generale Borjes, il primo a pubblicare il suo diario è proprio L'indipendente, il giornale diretto da Dumas. Io di quel diario ho ritrovato l'originale. L'ho avuto tra le mani, questo bellissimo e commovente documento scritto a matita copiativa, dove alcuni brani sono illeggibili per via del sudore e della pioggia. Poiché avevo letto in Molfese la storia dei briganti, e lì era riportato che il diario esisteva, mi sono messo a cercarlo ufficio per ufficio, e alla fine l'ho scovato. Vuol sapere dov'era? Al Ministero per il Commercio con l'Estero. Lo avevano inviato in Spagna non so in quale occasione, e una volta restituito era finito lì, chissà come».


Ottobre 2012


[...]


Novembre 2012


Eravamo lì a parlare del rapporto fra la Spedizione dei Mille e la mafia siciliana, già all'epoca esistente. Era quella delle Confraternite e dei Venerabili, alla quale si sostituirà in seguito la mafia rurale, un'organizzazione basata sui campieri dei feudi e sulla riscossione delle gabelle. È sorprendente pensare a un fenomeno criminale così attuale, che oggi occupa tante pagine della cronaca nazionale, e immaginare la sua storia così antica. Anche le associazioni a delinquere si aggiornano, cambiano pelle, come i tanti "gattopardi" della nostra Storia. Un processo evolutivo continuo, che nel caso di Cosa Nostra risulta particolarmente interessante…
I Venerabili, caro Maestro, torneranno nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio con Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini. Figure eminenti della vita sociale e al tempo stesso capimafia. La medesima epoca, a metà del Novecento, ha prodotto un'evoluzione anche del brigantaggio. Il famoso Salvatore Giuliano...
«Esattamente. Ecco, per capire la differenza fra Cosa Nostra e il brigantaggio basta pensare a quel periodo. Il rapporto fra Giuliano e la mafia non è mai stato buono. Erano due eserciti diversi. Il bandito crolla in parte per l'azione dei carabinieri, che riescono a dislocarlo dal suo territorio, a renderlo un pesce fuor d'acqua. In parte, però, cade anche perché la mafia lo lascia andare, lo sacrifica. Se vogliamo, proprio Giuliano è in continuità con un certo tipo di brigantaggio, che si ribella alle regole e alla legge. Lui nasce facendo il contrabbandiere al mercato nero. La prima volta che spara, lo fa perché viene sorpreso in questa attività, e andando alla macchia diventa il famoso bandito che è stato».


Dicembre 2012


Il bandito Giuliano, dicevamo, nasce in modo un po' casuale. Sorpreso a contrabbandare il sale, apre il fuoco. Mentre fra il brigantaggio ottocentesco e la mafia, qualche analogia…
Il brigantaggio ottocentesco e la mafia, caro Maestro, hanno almeno un elemento in comune: un'ostentata religiosità. I lealisti borbonici che combattono i piemontesi dedicano canti alla Vergine e a Pio IX, la futura Cosa Nostra adotta riti d'affiliazione in cui si bruciano immagini sacre...
«Io credo che in nessuno dei due casi si tratti di autentica devozione. Una volta ho visto con i miei occhi un'immagine divertente. Una figura di brigante con il cappellone e lo schioppo, al centro fra due carabinieri. C'è uno scontro a fuoco, uno dei militari viene colpito a una spalla. Il bandito riesce a scappare perché la Madonna, che spunta fuori da una nuvola, gli tende una mano e lo salva. È un ex voto, per grazia ricevuta. Ora, io tenderei ad escludere che la Madonna stia dalla parte della malavita, ma la scena è emblematica. La religione, in certe realtà del Sud, confina in qualche modo con la superstizione. È di questo tenore l'immagine sacra che brucia, nel giuramento alla mafia. Un rito di affiliazione, con il santino dato alle fiamme, già presente in epoca risorgimentale, come documenta un delegato della Pubblica Sicurezza nel 1872».
A proposito di Pubblica Sicurezza, possiamo fare un piccolo gioco? Prendiamo il Commissariato di Vigata e trasferiamolo d'ufficio nel 1860. Arriva la Spedizione dei Mille, il commissario Montalbano cosa fa?
«Non lo so, magari bisogna fargli una telefonata e sentire cosa dice. Io mi aspetto che usi molto il buon senso, anche in una circostanza del genere».
E Catarella?
«Catarella diventa subito un garibaldino. Diciamo che lo è già, di suo. Allo stato naturale».


Gennaio 2013


Dopo aver arruolato il prode Catarella fra i Garibaldini, lasciando al commissario Montalbano il giusto tempo per riflettere sulla cosa, chiediamo al Maestro Camilleri di tornare alla vera Storia…
«Tornando alla vera storia» ci dice, «l'impresa di Garibaldi in Sicilia ebbe un consenso popolare elevato. Io una volta ho fatto una sorta di collage, è stato piacevole. Ho preso tutto ciò che c'è nella letteratura sullo sbarco dei Mille. Il primo esempio naturalmente è Il Gattopardo, con il principe di Salina che se ne sta bello tranquillo in una villa, apprende i fatti dal giornale e dice: "Questo avventuriero tutto barba e capelli combinerà grossi guai". Tenta di dissuadere il nipote Tancredi, che però si è già schierato a favore del nuovo corso e per tutta risposta gli fa il famoso ragionamento: "Se vogliamo che niente cambi, bisogna che tutto cambi"».
Un discorso che trovavamo già in De Roberto…
«Vero! Lo leggiamo quando il giovane principe, che è stato delatore dei suoi compagnucci che cucivano bandiere italiane, viene eletto in Parlamento. La storia è sempre uguale a se stessa. Sembra che fra la Sicilia del 1860 e quella di oggi ci sia un abisso, in realtà è un cambiamento di facciata, è rimasto tutto uguale, è come se ciascuno avesse letto Il Gattopardo e I Viceré. Mi sono divertito anche con I Viceré, quando i rivoluzionari per sì o per no se ne vanno in convento, dicendo: "Prima di prendere posizione, vediamo un po' che succede", e il priore tutto sussiegoso mette il proprio giardino a disposizione del figlio di Garibaldi, a cui piaceva curare le rose. C'è una pagina bellissima di Sciascia, dove un nobile si affretta a staccare i ritratti borbonici dalle pareti, ma questi lasciano un alone e lui per non farlo vedere mette al loro posto tutti i dipinti che riesce a trovare. Poi riceve la visita di Garibaldi e gli organizza una grande accoglienza. Lo fa dormire in una stanza dove, dice Sciascia, avevano dormito tutti: monarchici e antimonarchici, avanti il prossimo, "purché fossero temporanei vincitori"».


Febbraio 2013


La letteratura siciliana alle prese con la Spedizione dei Mille. Era questo il tema, lo stavamo sviscerando con citazioni da De Roberto e Tomasi di Lampedusa, l'ultima delle quali metteva in luce il disincanto, nella compagine isolana del tempo, nel cambiare cavallo l'ennesima volta. Nei Viceré, si diceva, vediamo un nobile siciliano staccare dalle pareti i ritratti borbonici per far posto ai nuovi - temporanei - vincitori.
Così è la vita, Maestro Camilleri. Tutto passa. E quanto al popolo? Il tradimento delle sue aspettative è ben fotografato in Libertà, di Giovanni Verga...
«Magnifica novella! È illuminante il passaggio finale, con il commento popolare, lapidario: "Ci avevano detto che c'era la libertà!". Oppure ancora, leggendo dal racconto: "Sciorinarono un fazzoletto a tre colori sul campanile, si misero a suonare le campane a stormo, scesero in piazza gridando Viva la libertà!". E poi c'è quel punto meraviglioso, in cui i rivoltosi vedono salire i garibaldini e potrebbero eliminarli facilmente ma non lo fanno, perché li ritengono amici. I garibaldini invece arrivano e li fucilano, compreso il barbiere del paese».
E di Pirandello, vogliamo parlare?
«Bella la parte de I vecchi e i giovani, quando a Garibaldi si uniscono tre elementi della famiglia Auriti: il padre, il figlio di dodici anni e il vecchio uomo di casa, quello a cui sparano nel finale del libro. Invece lo zio, il principe Ippolito Laurentano, appena i Mille sbarcano, si chiude nel suo feudo di Colimbetra. Piglia venti uomini, li mette in divisa borbonica e se ne fa una guardia del corpo personale. E non collabora, come tanti, come non collabora il principe di Salina che, quando Chevalley gli va ad offrire un seggio al Senato, lo ringrazia con molto garbo e declina l'invito. Chi accetterà, in conclusione? Quelli come il giovane Uzeda. Gli arrivisti, gli opportunisti».


Marzo 2013


E dunque. Si parlava dell'atteggiamento dei siciliani nei riguardi del nuovo corso prospettato dalla Spedizione e da Garibaldi. Dal Gattopardo ai Viceré, la letteratura alta della Trinacria si è molto occupata della questione, mettendo in evidenza come l'atteggiamento di taluni di fronte ai nuovi vincitori sia stato alquanto freddo, di altri opportunista. Col risultato che non sono stati sempre i migliori, fra gli isolani, quelli che hanno aperto la porta al vento della Storia. E dunque.
Caro Maestro, non trova sia stato un problema anche questo? Nel Parlamento di Torino, qualche galantuomo siciliano come il principe di Salina non avrebbe giovato?
«Certamente. Tomasi di Lampedusa ci offre una sottigliezza mirabile. Il principe di Salina risponde a Chevalley chiedendo: "Cos'è il Senato? Cos'è il Parlamento?". Finge di non saperlo. Ma suo padre e suo nonno avevano fatto parte del Senato siciliano. Lui quindi sa benissimo cos'è il Senato, solo che vuole prendere in giro quel povero inviato piemontese».
Ho letto una relazione molto bella di d'Azeglio, sugli errori commessi a Torino nella gestione del Sud. Molto onesta.
«La ricordo e concordo, con lei e con d'Azeglio».
Grazie dell'accostamento, al di là dei miei meriti.
«Non si preoccupi, accostare non costa. Tornando alla relazione, possiamo dire che gli errori fondamentali furono due. Il primo, naturalmente, è la politica economica, che fu di spoliazione del Sud. Le riserve auree del Regno borbonico, che erano le più ricche d'Italia, furono subito trasferite. E anche in fatto di tecnologie e macchinari industriali, quel poco che c'era venne portato via. Il secondo errore è la leva. Il disegno unitario in quella scelta era chiaro, era ovvio che anni di servizio militare avrebbero fatto conoscere agli italiani i loro connazionali di altre regioni. La cosa avrebbe sortito un effetto positivo enorme. Basti pensare alla famosa battuta di Totò: "Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo". Però la leva fu imposta senza alcun contrappeso. Divenne una tassa sulla povertà. Un contadino, quando suo figlio diventava una forza lavoro potente, se lo vedeva portare via per un tempo lunghissimo. Senza eccezioni, partivano dieci figli su dieci. A questo avrebbero dovuto pensare. Dando magari una piccola indennità, trovando un sistema per lenire almeno il disagio dei più poveri».


Aprile 2013


Si parlava di politica, savoiarda e borbonica. Di ciò che rappresentò, per il Mezzogiorno d'Italia, il passaggio dal Regno delle Due Sicilie a quella che di lì a poco sarebbe stata l'Italia unita. Perché le questioni, nella Storia come nella vita, non sono mai così semplici, e le contro-storie sono sempre in agguato.
E dunque, caro Maestro: quali sono i retroscena dell'impresa di Garibaldi che forse non ci saranno mai del tutto svelati?
«Giuseppe Bandi, mazziniano e poi volontario in Toscana, ufficiale piemontese e infine componente della Spedizione, riporta nel suo racconto I Mille, da Genova a Capua, un fatto molto interessante. Appena le navi furono salpate, Cavour fece spargere la voce che lui era stato favorevole all'impresa, anzi l'aveva addirittura appoggiata. E naturalmente Bandi dice: "Ma quando mai? Ecco che vuole ingraziarsi gli Italiani, poiché mettere il cappello sulla Spedizione potrà tornargli utile". In effetti, in una lettera che ho avuto modo di leggere, Cavour scrive: "Garibaldi sta ottenendo nel Sud un consenso popolare formidabile, un po' per la propaganda, un po' perché la sua è una buona amministrazione. Però quest'ultima cosa non la diciamo, altrimenti siamo rovinati". L'Eroe aveva organizzato nel Mezzogiorno un governo su due livelli: uno civile, in cui c'era Crispi, l'altro militare. Anche con Vittorio Emanuele, comunque, ci fu un rapporto molto ambiguo: "vai avanti", "stai fermo", "non avanzare", "torna indietro"».
A quali altre vicende storiche assomiglia la Spedizione dei Mille, a cosa potremmo paragonarla?
«Forse allo sbarco in Sicilia degli Alleati. Direi che fra le due vicende c'è almeno un'analogia: nella popolazione isolana ci fu lo stesso entusiasmo. A questo proposito racconterò nella prossima puntata un aneddoto, nella mia qualità di diretto testimone».
Ehm, Maestro... non si riferisce all'impresa di Garibaldi, vero?
«Come no? E magari alla Prima guerra punica!».


Maggio 2013


Abbiamo chiesto al Maestro a quale altro avvenimento storico assomigli la Spedizione dei Mille. Ci ha risposto senza esitazione: «Allo sbarco in Sicilia degli Alleati». E ci ha promesso su quest'ultima vicenda un suo racconto personale, considerato che, nel luglio 1943 sulle coste siciliane, Andrea Camilleri era già un quasi diciottenne curioso della vita, e di quei fatti è stato diretto testimone.
E quindi?
«E quindi ero là. Ho attraversato a piedi il campo di battaglia, due giorni dopo lo sbarco. Posso assicurare che non è vero che l'esercito italiano scappò. Ho visto con questi occhi povere scatole di sardine spacciate per carri armati, sventrate e con i morti ancora dentro. Distrutte con una facilità estrema. La Divisione "Hermann Goering" tedesca resistette per parecchi giorni, ma anche gli italiani lo fecero. Alla fine furono costretti a ritirarsi, ma non ci fu questo "sbraco" di cui tanti favoleggiano. Il fatto è che la preponderanza dei mezzi, degli aerei, delle armi, era spaventosa. Tutte le linee di comunicazione erano interrotte, per lo Stretto di Messina non passavi. Eri imbottigliato».
Come furono i primi contatti con gli Alleati?
«Una volta terminati gli scontri, la popolazione li accolse bene, anche perché questi famosi Americani… erano siciliani pure loro. I primi ad arrivare lo erano tutti, parlavano in dialetto con i nativi. Erano immigrati o figli di immigrati, originari del Meridione, napoletani e siciliani soprattutto. Li accoglievamo bene - mi ci metto pure io che c'ero - anche perché eravamo allo stremo, l'ultimo anno di guerra era stato terribile. Non avevamo più cibo né medicinali. Gli Alleati, per noi, rappresentavano la fine del conflitto. E in Sicilia fu all'incirca così, ma altrove…».


Giugno 2013


Eravamo rimasti al parallelo fra la Spedizione dei Mille e un altro importante sbarco sulle coste siciliane, quello degli Alleati avvenuto nel luglio 1943, nel corso della Seconda guerra mondiale. Andrea Camilleri ne è stato diretto testimone. La sua parola, al riguardo, ha dunque un particolare rilievo. Ma ci viene in mente che è ora di tornare al nostro argomento principale: l'impresa garibaldina.
Caro Maestro, nel 1943 sappiamo con chi si schierarono i padrini, e il ruolo che hanno avuto boss come Lucky Luciano, Genco Russo o Vizzini nell'appoggiare gli Alleati. Nel 1860, invece? Da che parte stava, allora, la mafia?
«Dicono tutti che fu a favore di Garibaldi».
Perché?
«È una faccenda curiosa. Se è vera questa presa di posizione, di cui ho trovato traccia in diverse fonti, in un certo senso essa è contraddittoria. Perché con i Mille era in arrivo un ordine nuovo e i mafiosi non crescono nel rinnovamento. Quindi devo essere io che non ho capito bene. Sembra però che le cose siano andate così. Ho letto per esempio la Storia della Sicilia di Francesco Renda, che fa un accenno in questo senso. Il libro, però, non fornisce fonti o prove, non menziona nomi o fatti precisi. E questo, se mi permette, dà adito a qualche dubbio. Gli storici traggono questa idea da ciò che diceva la gente? Beh, la gente dice tante cose».
Maestro, Le va per una volta di fare il... carabiniere? Se dovesse indagare su questa storia, come si muoverebbe?
«Comincerei a pormi questa domanda: perché mai i mafiosi dovevano schierarsi dalla parte dell'Eroe dei due mondi? È pur vero che in occasione dello sbarco le carceri furono aperte e i prigionieri liberati, ma non mi sembra un vantaggio sufficiente per la loro organizzazione».


Luglio 2013


Argomento non facile, l'atteggiamento di Cosa Nostra, o come allora si chiamava la compagine mafiosa siciliana, riguardo alla Spedizione dei Mille. Andrea Camilleri lo affronta con il consueto equilibrio. Da un lato Egli ci ricorda che secondo varie ricostruzioni l'organizzazione criminale fu a favore dell'impresa garibaldina, dall'altro se ne chiede la ragione, dal momento che la mafia prospera nella continuità e l'annessione al Regno d'Italia minacciava invece radicali trasformazioni. Ma vi è altro su cui il Maestro si esprime con maggiore sicurezza.
«Quel che è certo è che l'accoglienza a Garibaldi, il favore della popolazione, furono grandi. C'è un delizioso racconto scritto da Giosuè Calaciura. Si ricorda la commedia americana, Giorgio Washington ha dormito qui?».
Ehm, più o meno...
«Calaciura racconta cose simili dell'Eroe dei Due Mondi. Naturalmente anche lui viene invitato da tutte le parti, quando arriva a Palermo i ricevimenti e le feste si sprecano, non sa più come dividersi. Ovunque lo attendono le lapidi commemorative: "Garibaldi ha dormito qui", appunto. Poi arriva il momento in cui esse precedono addirittura il suo arrivo, e quando lui prova a declinare un invito non ci riesce, perché ormai il monumento che testimonia il suo passaggio è stato realizzato».
Ma alla fine della fiera, Garibaldi è da ringraziare o no per la sua impresa?
«Senza dubbio sì. La cosa bella della Storia è che in essa tutto è necessario. La necessità di un fatto, però, non la avverti sul momento. Te ne accorgi dopo, che era tassativo che un certo episodio si verificasse. Io nei miei romanzi sono molto critico sui Moti del Risorgimento. Ma sulla necessità storica dell'Unità d'Italia, assoluta e ineludibile, non ci piove. All'interno dei grandi movimenti storici del tempo, tutto ciò che è stato si rivela necessario, a posteriori. I latini dicevano: post hoc, propter hoc. Ora però proporrei una spedizione a rovescio. Partire da Marsala e sbarcare nel Bergamasco o nel Bresciano, dove di garibaldini ce ne furono tanti. Così facciamo una volta per uno».
Ehm, Maestro, non è per contraddire. Mi pare che in Lombardia il mare non arrivi...
«E sennò che impresa sarebbe?».

(FINE, ahimé)



Last modified Thursday, August, 01, 2013