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Magarìa

Alla picciriddra, che si chiamava Lullina e manco aveva sei anni, piaceva assai camminare campagna campagna col nonno che le spiegava tante cose, per esempio che le nuvole erano fatte di panna montata e che le foglie una volta erano blu ma erano diventate verdi d’invidia per i colori dell’arcobaleno. Oppure le raccontava favole inventate apposta per lei. Come questa.
C’era una volta un grillo che non faceva solo cri-cri come tutti gli altri grilli, ma sapeva fare anche cra, cre, cro, cru. Si mise a studiare e, studia che ti studia, diventò un acclamato concertista.
Riusciva a fare dei cra che parevano trombe, dei cre che parevano sassofoni, dei cri che parevano violini, dei cro che parevano tromboni, dei cru che parevano… (timpani). Un giorno un corvo, che di professione faceva l’impresario, organizzò una grande sfida, in forma di concerto, tra il grillo solista e un usignolo, l’uccello che sa cantare meglio di tutti gli altri. Al concerto assistettero milioni di animali che alla fine diedero il loro voto. Vinse il grillo. Disperato, l’usignolo si gettò a mare e venne ingoiato da una balena di passaggio. Dopo un po’ di tempo che stava nella pancia della balena, l’usignolo s’annoiò e cominciò a cantare. Le altre balene credettero che fosse la loro compagna a emettere quei suoni melodiosi e si misero a battere freneticamente le code, provocando una tempesta. E da quel momento in poi la balena cantante acquistò la fama e gloria in tutto il mondo dei pesci. Ma la picciriddra non rise. Pareva assorta in un suo pensiero, forse non aveva manco sentito quello che il nonno gli aveva contato.
«Che hai?» - le spiò il vecchio a un certo momento della passeggiata «Niente no’» - rispose Lullina evitando però la taliata insistente del nonno.
«Non vuole incontrare il mio sguardo - pensò il nonno -. Fa sempre così quando mi vuole ammucciare qualcosa».
Allora s’assittò sopra una grossa pietra e attirò a sé la piccilidra restia.
«Lullinè, non me la conti giusta. Se ti capitò o hai fatto qualche cosa, dimmelo. Lo sai che io t’addifendo sempre».
«E va bene - fece Lullina tutto d’un fiato -. Stanotte ho fatto un sogno. È spuntato uno e mi ha detto un segreto che non devo dire a nessuno».
Il vecchio sorrise, lo divertivano le fantasie dei bambini.
«Nemmeno a me?».
«Nemmeno a te».
«Com’era quest’uomo che ti è spuntato nel sogno?».
«Era come quello che abbiamo visto al circo, l’altro giorno, quando mi ci hai portata. Un uomo accussì nico che pareva picciriddro».
«Il nano?».
«Sì, quello. Era vestito tutto di giallo. E mi ha detto la magarìa per fare scomparire a uno e dopo farlo ricomparire daccapo».
«Scomparire?», spiò il nonno, fingendosi ammaravigliato.
«Sì. Come fa il sole quando ci sono le nuvole».
Il vecchio pensò: questo è il risultato dei cartoni animati che oggi si vedono in televisione. E non volle continuare a incitare la picciriddra perché gli rivelasse altri particolari del sogno.
Ma Lullina oramai ci aveva pigliato gusto a contare al nonno il suo segreto.
«Si dicono sette parole mammalucchigne e si scompare. Per ricomparire, bisogna che qualcuno dica altre sette parole mammalucchigne e si ricompare».
«E tu te le ricordi quelle parole?».
«Certo. Facciamo la prova?».
«E facciamola», consentì il vecchio, divertito e cercando di trovare le parole giuste per dopo, quando avrebbe dovuto consolare la disillusione della nipotina. Lullina si scostò da lui di un passo, chiuse gli occhi, incrociò le braccia sul petto dicendo: «Fiririri, borerò, parupazio, stonibò, qua non sto». E scomparve.
Il vecchio agghiacciò. Balzò in piedi e si mise a gridare: «Lullina! Lullina mia! Dove ti sei ammucciata?». Nessuna risposta. E intanto cercava e cercava, tra le troffe di capperi, tra le pale di ficodindia, tra le lame della saggina, darrè i massi, darrè le gobbe del terreno, dintra gli anfratti, dintra agli spalanchi. Niente. Alla fine, esausto, si gettò affacciabocconi per terra, piangendo. Però, siccome non voleva arrendersi all’evidenzia, dopo nanticchia balzò nuovamente in piedi. Gli era venuta una pensata. Cosa aveva detto Lullina prima di scomparire? Capace che quelle sette parole mammalucchigne avevano anche il potere di far ricomparire quelli che facevano scomparire. Con voce tremante disse: «Firirò, parupazio»…
No, non era questa la formula giusta. E poi, Lullina era stata chiara: le sette parole mammalucchigne della scomparsa erano diverse dalle sette parole mammalucchinegne della ricomparsa. E lui, stupido, credendo si trattasse di una fantasia, quelle sette parole non se le era fatte dire dalla picciriddra. Per tutta la giornata rimase vicino al posto dove Lullina era scomparsa, nell’assurda speranza di vedersela a un tratto davanti sorridente che gli diceva: «Nonno, ti è piaciuto lo scherzo?».
Quando principiava a scurare, andò dal maresciallo dei Carabinieri e gli contò la storia. Il Maresciallo lo taliò sospettoso.
«Avete bevuto?» - spiò.
Non aveva creduto a una delle parole che il vecchio gli aveva detto. Ma siccome era scrupoloso come tutti i carabinieri, si fece accompagnare sul posto dove Lullina era scomparsa e si mise a cercare con i suoi uomini. Cercano per tre giorni e tre notti di fila e non trovano niente, manco un capello di Lullina. Allora il Maresciallo si fece persuaso che il nonno, va’ a sapere perché, aveva ammazzato Lullina e ne aveva nascosto il corpicino in qualche posto segreto che solo lui conosceva.
Il giudice lo fece quasi impazzire con le sue domande, ma lui non poteva fare altro che ripetere all’infinito quello che era capitato. Lo condannarono all’ergastolo, ma Dio ebbe pietà di lui e lo fece morire di crepacuore dopo tre giorni soli di galera. Qui finisce la favola. E non ci resta che intonare il De Profundis per l’anima innocente del nonno.
Va bene, va bene, calmatevi. State dicendo che questa favola è uno schifo e che le favole non finiscono mai male, anzi terminano quasi sempre con le parole «e vissero felici e contenti». Allora, se proprio insistete, ci inventiamo un altro finale.
Il povero vecchio venne condannato all’ergastolo. La prima notte di carcere, mentre piangeva e piangeva, gli parve di intravedere, tra le lacrime, una presenza evanescente che pareva una stampa e una figura con Lullina. Pensò a un’allucinazione. Però sentì la voce della picciriddra che gli diceva: «Nonno, ripeti le sette parole mammalucchigne che fanno scomparire». Come per miracolo, il vecchio se le ricordò.
«Tiririri, bererò, papupazio, stonibò, qua non sto». E di subito scomparve macari lui. La mattina appresso, quando i secondini aprirono la porta della cella, la trovarono vuota. Il nonno, in un posto che non sapremo mai, si era ricongiunto alla sua nipotina.
Neanche questo finale vi sta bene? D’accordo, d’accordo: ve ne invento un terzo. Ma che sia l’ultimo!
Il vecchio ripetè le sette parole mammalucchigne e si ritrovò fuori dalla cella nel posto esatto dove Lullina era scomparsa, in campagna. Qui il vecchio vide che ad aspettarlo c’era un nano vestito di giallo il quale gli disse: «Ripeti queste sette parole: Gatto dispari, gatto paro, guarda come ricomparo». Il vecchio le ripetè, Lullina ricomparve, il nano giallo sparì. E la sapete una cosa? Il nonno e la nipotina furono condannati dal giudice a pagare una multa per aver turbato l’ordine pubblico. E, come volete voi, pagata la multa, «vissero felici e contenti».

Andrea Camilleri

(Testo della favola musicata da Marco Betta, pubblicato su l’Unità, 18 dicembre 2005; la favola è stata pubblicata anche in un volume illustrato per ragazzi edito da Mondadori, 2013)


 
Last modified Wednesday, September, 18, 2013