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Stesicoro

Camilleri – Ci siamo spinti fin quassù per incontrare uno dei più grandi poeti dell’antichità, colui che per primo diede un ordine formale al coro e il cui canto epico venne paragonato a quello di Omero: Stesicoro. Greco di Sicilia, nato verso la fine del VII secolo avanti Cristo a Imera o a Matauros, non si sa bene... Anzi, se lei, maestro, volesse cogliere quest’occasione per chiarire definitivamente quale città le abbia dato i natali...

Stesicoro – A Catania...

Camilleri, subito entusiasta, interrompendo – A Catania?! Ma è magnifico! Questa è una notizia inedita che sconvolge, vero...

Stesicoro – Se tu non mi lasci finire di parlare, figlio mio, il nostro discorso invece di andare avanti si mette a camminare all’indietro come il cordaro. Volevo dire che mentre a Catania, dove solo qualche volta misi piede, m’hanno dedicato una piazza, Imera o Matauros non esistono manco più. Che importanza ha dove sono nato? Greco di Sicilia: dicesti bene. E questo basta.

Camilleri – Entro subito nel vivo, se mi permette. Circa la sua attività politica...

Stesicoro, interrompe deciso – Politica mai ne feci.

Camilleri – Ma come?! Se Aristotele scrive che fu proprio lei a convincere i suoi cittadini a non porsi spontaneamente sotto la protezione di Falaride, il tiranno di Acragas...

Stesicoro – Ah, per questo fatto qua, Aristotele si fece convinto... Nossignore, non fu politica. Fu solo che su questo Falaride io qualche dubbio l’avevo per le voci che ogni tanto m’arrivavano...

Camilleri – Voci di stragi, vero, di soprusi...

Stesicoro – Ma quando mai?! Veniva uno e mi diceva: "Guarda che Falaride ha fatto costruire un magnifico tempio e l’ha fatto decorare dal famoso Strabone." E a queste parole il sangue mi diventava acqua. Poi veniva un altro e faceva: "Guarda che Falaride ha chiamato alla sua reggia il poeta Armodio e piange come un vitello a sentire le sue poesie." E a me, mentre parlava, le gambe mi diventavano di ricotta.

Camilleri – Mi perdoni se l’interrompo, maestro, però non capisco proprio. Questa è, vero, la prova lampante che, come è stato giustamente osservato, l’arte ingentilisce gli animi. Un tiranno che ama l’arte...

Stesicoro – ... rappresenta la disgrazia peggiore per i suoi sudditi. Perché, figlio mio, il tiranno che si spreme di lagrime a sentire una poesia o una musica va a finire che lagrime non se ne ritrova più quando dovrebbe mettersi a piangere per i suoi simili... Ma lasciamo perdere. Ti stavo dicendo che questo Falaride era un tiranno come ce n’erano tanti ma aveva di peggio che era nato con il senso artistico. E te ne do una prova. Un giorno uno scultore, un tale Perillo, portò a Falaride una sua scultura, un toro di bronzo che pareva parlante. E parlante lo era per davvero, perché bastava accendere un poco di fuoco sotto la pancia del toro e quello si metteva a fare voci proprio come un animale vero.

Camilleri – Divertente.

Stesicoro – Sì. Un poco meno divertente per il prigioniero che veniva a forza infilato dentro la statua cava e le cui vociate, mentre veniva arrostito vivo, uscivano dalla bocca del toro tramutate in muggiti per opera di un complicato marchingegno. Il senso artistico di Falaride rimase così colpito da quella statua che il tiranno fece un gesto e due robusti servitori pigliarono due ceste piene di oro e le posarono ai piedi di Perillo. Il quale Perillo però non sapeva che Falaride possedeva anche una virtù spaventosa in un tiranno: l’umorismo.

Camilleri – E qui, francamente, maestro, non la seguo più.

Stesicoro – Aspetta un momento e vedrai come ti sarà facile venirmi dietro. Quando Perillo, raccolto l’oro, stava per andarsene, Falaride gli fece: "Tu mi hai detto che il toro può muggire, ma chi mi assicura che l’apparecchio funziona?" "Basta provarlo" rispose Perillo. "E proviamolo" disse Falaride. Fece un altro gesto e subito i due servi di prima presero Perillo, lo misero dentro al toro e accesero il fuoco sotto. Dicono che mentre il toro-Perillo muggiva, tutte le vacche di Acragas si misero a correre verso la reggia. E questo è quanto. Mi stavi dicendo qualche cosa?

Camilleri – No, non ho aperto bocca.

Stesicoro – Mi pareva. E allora continuo. Io lo dissi ai miei paesani che con questo Falaride non era cosa da spartirci il pane assieme, ma quelli non mi stavano a sentire. Non c’era anima criata che volesse darmi ragione. Mi dicevano: "Facci qualche altra poesia e non ti intromettere nella politica che a quella ci pensiamo noi."

Camilleri – Ora m’è chiaro tutto! Fu allora che lei pensò di scrivere una poesia impegnata per convincere i suoi concittadini...

Stesicoro – Scusami, che significa poesia impegnata?

Camilleri – È l’opposto, vero, della poesia d’evasione...

Stesicoro – Compatisci l’ignoranza, ma qual è la poesia d’evasione?

Camilleri – Preferirei prima definire la poesia impegnata...

Stesicoro – Come ti viene meglio, figlio mio.

Camilleri – Sa, maestro, in questi ultimi trent’anni c’è stata una tale polemica sull’argomento... Dunque, vediamo un po’. Poesia impegnata si può dire una poesia che non sia divertimento... e neppure espressione di esasperato individualismo... e nemmeno estrinsecazione di uno stato d’animo personale... e non è...

Stesicoro, interrompe – Figlio mio, dimmi solo quello che è, non farti uscire il cervello dalla testa a dirmi tutto quello che non è.

Camilleri – Ecco, potrebbe definirsi – ora m’è venuta – una poesia che richiami l’uomo – e il poeta stesso in quanto uomo – ai doveri civili verso la società in cui vive.

Stesicoro – Mo, io questa cosa qua non la scrissi. Una poesia e basta, questo feci...

Camilleri – Certo, d’accordo, maestro. Una poesia che però indicava la via...

Stesicoro – Nulla indicai. La mia poesia contava che una volta un cavallo perdette la pazienza perché c’era un cervo che aveva preso la cattiva abitudine di andare a pascolare proprio nello stesso posto dove il cavallo pascolava. Il cavallo protestava, perché l’altro si mangiava tutta l’erba e lui si insecchiva ogni giorno di più dato che non trovava pasto sufficiente, ma al cervo da un’orecchia gli entrava e dall’altra gli usciva, Finalmente il cavallo, non sapendo più come fare, si rivolse all’uomo e gli disse che si metteva sotto la sua protezione, basta che lo liberava da quell’animale malefico. E allora l’uomo prese per prima cosa il cervo e l’ammazzò. Poi si avvicinò al cavallo, gli mise in groppa una sella e vi montò sopra. Così faceva la mia poesia, e ti assicuro che me la ricordo benissimo. Non consigliava niente a nessuno, non diceva voi dovete fare questo o voi dovete fare quello...

Camilleri – Eh no, maestro! I suoi concittadini capirono benissimo il succo del suo discorso! Realizzarono che mettendosi sotto la protezione di Falaride avrebbero perso la libertà! E come si fa a non chiamarla poesia impegnata, questa?

Stesicoro – Certo, qualcuno la capì così, come dici tu... ma altri la presero in modo diverso...

Camilleri – E cioè?

Stesicoro – E cioè che con Falaride sulle spalle avrebbero comunque mangiato più di prima... o meglio, che avrebbero con sicurezza mangiato... E tu che gli dici, a uno che sta morendo di fame, che scelga la libertà invece di una pagnotta?

Camilleri – Lei mi stupisce, maestro. A parte il qualunquismo della sua ultima frase lei vuole sostenere, mi pare, che la sua poesia si offrì allora a una duplice interpretazione?

Stesicoro – Io, te l’ho detto, una poesia scrissi. Vuoi che obbligassi tutti a capirla allo stesso modo?

Camilleri – Ma è pur vero che i suoi concittadini, dopo quello che lei aveva scritto, non pensarono più di sottomettersi a Falaride!

Stesicoro – Perché quelli che capivano la poesia sul cavallo e il cervo in un modo erano più forti di quelli che la capivano in un altro. Vedi, quelli che la capivano nel secondo modo, e cioè che con Falaride avrebbero mangiato, erano quelli che avevano più fame e dunque, per forza di cose, i più deboli. Non potevano che perdere. Il bello della poesia, figlio mio, è proprio questo: che tu ti metti a ridere proprio quando il poeta voleva farti piangere. E al contrario, naturalmente. La poesia campa sull’equivoco, e più è grosso più la poesia ci ingrassa. Un fatto simile insomma a quello che capitò al mio amico Amorgo.

Camilleri – Vorrebbe essere tanto cortese da narrarci l’aneddoto!

Stesicoro – Imera, dove vissi, era un paese quasi isolato e circondato da nemici di ogni genere. Si può dire che non passava giorno senza che ci fosse una piccola battaglia fra noi e gli altri. Il mio amico Amorgo un giorno si trovò, con suo fratello Ascre, in mezzo a una battaglia più grossa delle altre che cominciò alla mattina e finì alla sera, quando stava per venire notte. Coll’ultima luce, Amorgo si mise a cercare Ascre, suo fratello, e finalmente, dopo averlo cercato a vacante in mezzo ai feriti, lo scoprì sotto una montagna di morti. Di quello ch’era stato un giovane pieno di vita, restava un troncone con un braccio solo e una mezza faccia. Amorgo lo riconobbe per combinazione e crollò su quel corpo martoriato con gli occhi pieni di lagrime. Devi sapere che Amorgo voleva molto bene a suo fratello. Tutta la notte rimase accanto ad Ascre, parlandogli da vivi, ricordando l’infanzia comune vissuta, i comuni momenti di felicità, le comuni ore di dolore. In quella notte vegliata dalla luna, mentre i feriti aiutandosi l’uno con l’altro si allontanavano lamentandosi e strisciando dal campo di battaglia, Amorgo toccò il massimo della comprensione che un uomo può provare per un altro uomo. Capì perché un giorno suo fratello l’aveva bastonato e il giorno appresso abbracciato, un giorno l’aveva preso a male parole e un altro giorno chiamato con affetto. Scoprì tutti i pensieri che avevano fatto presa nella mente ora ferma per sempre di Ascre e le parole che c’erano dietro certi suoi silenzi... sentì quasi distintamente, con le orecchie, quello che era stato lo scorrere del sangue dentro le vene di suo fratello e ne distinguette chiari i movimenti e le ragioni... Alla prima luce del sole, ancora con la faccia piena di lagrime, si avviò variando verso casa sua. E qui, appena aperta la porta, vide Ascre che dormiva beato, fresco come un quarto di pollo. Che ti devo dire, figlio mio? Quando Ascre morì per davvero, qualche anno dopo, ad Amorgo glielo fecero sapere mentre stava a tavola. "Pazienza" fece Amorgo, e continuò a mangiarsi il capretto.

Camilleri – Ho capito il nascosto significato del suo racconto, caro maestro e, per quanto non possa essere del tutto d’accordo con lei, non mi permetterò d’insistere oltre. Vorrei invece interrogarla su di una vicenda, non sappiamo quanto leggendaria, che la riguarda. Si dice che lei avesse cantato in un poema, intitolato Elena, le nozze appunto di Elena con Menelao. E che Elena, irritatasi per alcune non felici allusioni alla sua virtù, si fosse vendicata accecandolo ...

Stesicoro – Allora c’era qualcuno che accecava i poeti, ma non per vendetta. perché cantassero meglio, come i merli. Vedi Omero, tanto per fare un esempio. Ma, ad ogni modo, questa storia di Elena te l’hanno contata malamente. Che cosa credi che fosse, allora, un poeta, tu?

Camilleri – Ma maestro, che significa "allora"? Un poeta è sempre un poeta, in ogni tempo.

Stesicoro – Vedi, tante e tante centinaia d’anni dopo la mia morte, ebbi la felice ventura di fare la conoscenza di un collega: era un puparo. E questo puparo mi disse che quando contava le storie di Orlando e di Rinaldo quelli che lo stavano a sentire s’accendevano o per l’uno o per l’altro. Una volta, quelli che stavano con Rinaldo arrivarono a prendere di notte a bastoniate il puparo perché gli aveva fatto perdere un combattimento contro Orlando. Io non so cosa sono diventati i poeti ora, ma, ai miei tempi, che cos’ero di diverso dal puparo? La gente mi diceva: "E adesso, Stesicoro, contaci la storia degli Argonauti." E io gliela contavo come meglio potevo. Ma la femmina, figlio mio, è sempre stata un fatto delicato, e non solo in Sicilia. Quelli che appena facevo il nome di Elena si sentivano bollire il sangue di passione, se la presero quella volta con me perché mi ero permesso di non trattarla col dovuto rispetto. E una sera, dopo aver recitato il mio poema, mentre me ne stavo tornando a casa, mi si avvicinarono due di quelli che a solo vederli ti puoi considerare già morto e mi dissero: "Permetti una preghiera, Stesicoro?" Mi portarono in un cantone e lì, con parole appropriate, mi fecero capire che dovevo scrivere una ritrattazione. "Va bene" risposi "appena posso..." "Allora non ci siamo spiegati bene" fecero i due "tu, da questo momento in poi, pensi solo a quello che devi scrivere a favore di Elena e non ti interessi di niente altro." "Ma non è possibile!" feci io "ho già preso un impegno con Teriteo: fra dieci giorni, al suo matrimonio, gli devo dire una poesia nuova, mi ha già dato un anticipo..." "Trovati la scusa che vuoi tu ma non aprire più bocca fino a quando non scrivi una bellissima poesia sulla virtù di Elena: te lo diciamo nel tuo stesso interesse, da fratelli." E se ne andarono. Che cosa dovevo fare? Mi misi una fascia sugli occhi e dissi a destra e a manca che avevo un disturbo alla vista che mi dava un terribile mal di testa e che perciò per un pezzo non ero più capace di fare cose nuove. Fu, credimi, una vita scomoda per un mese. Perché quelli venivano ogni notte a trovarmi e io gli dovevo recitare sulla cetra quello che andavo componendo. "È ancora troppo poco per la bellezza e la virtù di Elena" facevano storcendo la bocca "spremiti meglio il cervello." Finalmente una notte si guardarono in faccia e dissero che erano soddisfatti. E così mi levai la fascia dagli occhi, feci sapere che la vista mi si era sanata, che il mal di testa mi era passato, e mi misi a leggere in piazza la Palinodia – così si chiamava – nella quale avevo inventato che a Troia non andò Elena ma il suo fantasma, e che lei rimase vicino al marito, mantenendosi sempre come una vera moglie deve mantenersi, fedele, casta e con gli occhi sempre bassi.

Camilleri – Lei mi sta dando la sua versione dei fatti, maestro, e sono costretto a crederci...

Stesicoro – Perché, tu credi che Elena veramente...?

Camilleri – No, questo no. Si dice che a spingerlo a scrivere Palinodia sia stata l’esigenza di moralizzare, per la prima volta, il mito...

Stesicoro – E come fai a moralizzare raccontando bugie? Perché la storia che Elena non andò a Troia era una bugia, figlio mio. Ma quale esigenza morale! Fu esigenza di vita, salvamento di pelle!

Camilleri – Mi pare che lei voglia, quasi testardamente, dissacrare la poesia.

Stesicoro – E quando mai era sacra? Fu quando i sacerdoti si misero a parlare in poesia che diventò sacra! Prima, figlio mio, era lavoro. Ed era, al massimo, "rispettabile" come ogni lavoro fatto bene, come una barca che non fa acqua o un muro che non pende. E fu proprio perché ero scrupoloso nel mio lavoro che stabilii le regole del coro... Precise, geometriche, che pure un capomastro non se ne sarebbe vergognato: strofe e antistrofe simmetricamente corrispondenti e l’epodo a chiusura. Funzionò tanto che poi tutti le adottarono. E io fui contento d’essermi guadagnato...

Camilleri, interrompendo – L’immortalità?

Stesicoro – ... no, la giornata.

Camilleri – Insomma, pare impossibile credere che colui che venne detto "simile a Omero" e che Quintiliano chiamò "colui che sulla cetra sostenne il peso del canto epico" sia la stessa persona che mi sta davanti!

Stesicoro – Cogli anni, sai, si cambia...

Camilleri – Ma io non mi riferivo al suo aspetto fisico! C’è una curiosa e impressionante discrasia tra come lei si esprime e quindi i concetti che dice da un lato e la testimonianza diretta della sua poesia dall’altro! Lei – mi perdoni – parla banalmente, e pare che lo faccia apposta... mentre la sua poesia... Insomma, versi bellissimi e misteriosi come "Intanto il figlio di Zeus, appiedato / entrò nel bosco ombroso di lauri...", ebbene, devono essere pure qualcosa di meno terra terra – mi perdoni ancora, maestro – di quanto lei voglia far credere!

Stesicoro – E torniamo da capo a dodici! Allora abbiamo perso tutto questo tempo e abbiamo aperto la bocca solo per fare vento? Vuoi che ti racconti nuovamente la storia del mio amico Amorgo?

Camilleri – Ma dunque, secondo lei, il poeta deve rassegnarsi ad essere sempre e comunque un creatore di equivoci?

Stesicoro – Un rimedio ci sarebbe. M prima ti devo fare una domanda io. Quanti versi miei restano in circolazione dei ventisei libri che scrissi?

Camilleri – A questo proposito mi è doloroso comunicarle, egregio maestro, che ci rimangono solo una cinquantina di versi ...

Stesicoro – Certo, è molto doloroso.

Camilleri – Comprendo perfettamente. Ma se lei ne ricorda qualche altro a memoria e vuole cogliere l’occasione per tramandare...

Stesicoro – Ma cosa hai capito, tu? È doloroso che ce ne siano ancora tanti in giro! Non te l’ho detto che un rimedio c’è per il poeta? Ogni poeta vero dovrebbe passare la sua vita a pregare il caso perché faccia in modo che tutti i versi che ha scritto spariscano dalla faccia della terra e ne resti solo ed esclusivamente il ricordo. Allora non ci sarà più nessuna possibilità né dell’equivoco che ogni poesia ha in sé, né dell’equivoco aggiunto dagli studiosi, dai critici, dai chiosatori e dai lettori stessi. Per quanto riguarda il mio nome, sono stato abbastanza fortunato. Quanti sanno più che di nascita facevo Tisia e no Stesicoro? Tutti mi conoscono come Stesicoro: spero che fra qualche migliaio d’anni tutti mi ricordino solo come poeta e non siano più in grado di citare un solo verso. Una cosa simile a "Ignoto: ritratto di ignoto" che deve essere l’ideale per un pittore. L’unica cosa che mi dispiace è che c’è già qualcuno più avanti di me...

Camilleri – Vuole, in chiusura, rivelarci il nome di questo poeta che, dal suo curioso e discutibile punto di vista, è molto più avanti nella strada dell’oblio?

Stesicoro – Non dire oblio, dici: perfezione poetica. Il nome non lo so. Ma tutti a pochi anni dalla morte, già lo ricordano per solo due versi: "M’illumino / d’immenso". Eh, quando si dice la fortuna!
 

Andrea Camilleri
da: AA.VV., Le interviste impossibili, Milano, Bompiani 1975 – pagg. 22-31

Andata in onda l'1 marzo 1975 con Pino Caruso nel ruolo di Stesicoro e Andrea Camilleri nel ruolo di se stesso.




Last modified Saturday, November, 24, 2012