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La strage dimenticata



Autore Andrea Camilleri
Prezzo L. 4.000
Pagine p. 68
Data di pubblicazione 1984
Editore Sellerio
Collana Quaderni della Biblioteca siciliana di storia e letteratura n.5


«No'l sapevo, porco Giuda!, che ad uccidere si suda!».
Consultando residue documentazioni sulla scorta dei ricordi tramandati dalla sua famiglia, Camilleri fa rivivere, in un racconto amaramente umoristico, le stragi del 1848 in Sicilia oscurate dalle autorità e dimenticate dagli storici.


Al termine della lettura del mio Digressioni su una doppia strage, Leonardo Sciascia mi disse che il libretto gli piaceva e che l'avrebbe fatto avere ad Elvira Sellerio per la pubblicazione. [...] La prima cosa che Elvira mi disse fu che il titolo non le piaceva per niente e che l'avrebbe chiamato La strage dimenticata. Non feci nessuna obiezione perché quello era il titolo giusto.
Andrea Camilleri, da Elvira e io (in La memoria di Elvira)





Prezzo L. 12.000
Pagine p. 72
Data di pubblicazione 1997
Editore Sellerio
Collana La memoria n.398
e-book € 4,99 (formato epub, protezione acs4)


Alla fine di questo libro sono elencati centoquattordici nomi che non compaiono in nessuna lapide del nostro risorgimento, centoquattordici caduti nella rivolta del 1848 in Sicilia. «Servi di pena» - com'erano chiamati i galeotti nelle carte burocratiche del tempo a registrazione dei servigi resi col lavoro coatto - uccisi dalla polizia borbonica non per colpe particolari né perché rappresentavano un pericolo reale; se non quello, forse, che si associassero agli insorti. Le autorità, quelle borboniche e quelle unitarie, per diversa responsabilità ma per uguale malafede ne confusero e occultarono la sorte, e nessuno storico si è mai occupato di loro. Gli assassini e i complici silenziosi fecero la loro carriera, sotto i Borboni, prima, e poi nell'Italia unita.
La strage dimenticata trae dall'oblio quei nomi, rintraccia gli assassini, ricostruisce i moventi. Ci rammenta, una volta ancora, come sia più «maestra» di quella delle lapidi la storia che cerca le acri, tragiche ed umili verità.


Gli estratti del libro riportati di seguito sono stati pubblicati sul Corriere della Sera del 10.4.2010, nell'ambito della puntata su Porto Empedocle dell'inchiesta "1861-2011 - Visioni d'Italia"

Il nove gennaio 1848 i muri di Palermo furono tappezzati da un proclama che principiava così: «Siciliani! Il tempo delle preghiere inutilmente passò! Inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha sprezzato. E noi, popolo creato libero ridotto fra catene e nella miseria, tarderemo ancora a riconquistare i legittimi diritti? All'armi, figli della Sicilia! La forza di tutti è onnipossente: l'unirsi dei popoli è la caduta dei re. L'alba del 12 gennaio 1848 segnerà l'epoca gloriosa della universale rigenerazione». In queste parole due cose impressionano, una delle quali sommamente. La prima è che un'insurrezione sia annunciata non solo pubblicamente ma addirittura con tre giorni d'anticipo, segno - come spesso avviene - non tanto d'incoscienza o di inarrestabile «geometrica potenza» degli insorgenti quanto di imbecille sordità dei tutori del momentaneo ordine costituito. La seconda, quella che ci fa restare del tutto intronati, è che l'insurrezione sia poi scoppiata davvero e - a Palermo! - alla data stabilita. (...)
Se al manifesto di Francesco Bagnasco sia De Majo sia gli alti comandi borbonici non avevano dato orecchio, meno che mai glielo poteva dare il maggiore Emanuele Sarzana che comandava il presidio della Torre alla Borgata Molo. Lì tutto appariva tranquillo, il botto non si era sentito. Scrisse Marullo: «Nessun fuoco di odii animava i buoni e pacifici cittadini. Avevano essi sentito parlare di libertà, ma di questa dea fascinante non intuirono che il mistero del nuovo: essi onesti, laboriosi, ossequienti alle leggi, nulla seppero della tirannide, la quale non li aveva notati e, perciò, non li aveva investiti». Può darsi, ma la Borgata Molo era un paese di mare, ed è risaputo che ogni buon marinaio, prima di alzare la vela, deve calcolare esattamente da che parte tira il vento e sapere se quel vento tiene. Però c'erano, in paese, almeno duecento persone che della «dea fascinante» avevano preciso concetto, e questa «dea» non aveva «il mistero del nuovo», anzi, aveva tutto di vecchio e di conosciuto: la famiglia non più vista da anni, le facce degli amici quasi dimenticate, il ritmo di una camminata fatta in campagna senza la palla al piede, l'odore di una femmina. E loro dall'occhio della tirannide erano stati sì notati, o almeno di questo erano certamente convinti, perché è risaputo che ogni carcerato è pronto a proclamarsi vittima innocente delle macchinazioni del potere.
La quarantottesca rivolta degli abitanti della Borgata inizialmente - sempre secondo Marullo - «non si ridusse che allo scampanellare del tempio e un vociare incomposto di abbasso e di evviva a perdersi tra la collina e il mare». È vero, ma bastò perché una squadra di forzati, quella che era addetta ai lavori agricoli, sopraffatte le guardie, si desse alla fuga. La notizia arrivò in un attimo in paese e fece sprofondare nel terrore i notabili e i commercianti, che si barricarono in casa. (...)
Allora, visto che si cominciava a sentire feto di bruciato, pure Sarzana si inserrò nella Torre con i suoi soldati e con gli ergastolani, sicuramente maledicendo il giorno in cui, trecent'anni prima, era stata decisa l'abolizione del ponte levatoio. (..) La mattina dopo, visto che degli ergastolani scappati in paese non era rimasto manco l'ombra, la vita nella Borgata tornò ad essere normale, con Sarzana sempre intanato dentro la Torre. Ma il giorno 25 arrivò la notizia che De Majo se ne era andato dal palazzo reale di Palermo e che De Sauget con i suoi cinquemila soldati stava faticosamente ritirandosi su Messina. (...) Sicché a rappresentare il regno borbonico in Sicilia rimanevano il forte di Castellammare, la Cittadella di Messina, la Torre della Borgata Molo, e qualche altra fortificazione sparsa, che praticamente non erano in condizioni di svolgere un'azione comune, ammesso che ne avessero sentito la voglia. I borbonici rimasti in Sicilia erano in sostanza degli assediati. E a rendere concreto l'assedio, al tramonto del giorno 25, una folla di un centinaio di persone si spinge, vociando, sotto le mura della Torre. È sbagliato credere che gli abitanti marinari della Borgata avessero deciso che il vento della rivoluzione teneva: in mezzo a quella gente i borgatanti veri e propri saranno stati una trentina, la maggior parte dei quali «saccaroli», vale a dire trasportatori di sacchi, quelli che in paese svolgevano il lavoro più duro ed erano i meno pagati. «In quei giorni erano arrivati molti forastieri» contava mia nonna. E si spiega: parenti e amici avevano avuto tutto il tempo di correre dai loro paesi alla Borgata per organizzare la liberazione dei forzati, e molti di questi forestieri, approfittando dell'ammaino generale, erano arrivati armati. (...)
Quando i carcerati sentono le voci da fuori, eccitatissimi, non sapendo precisamente quello che sta succedendo ma comprendendo che comunque sia qualcosa si muove a loro favore, si mettono a fare un tirribìlio di voci e rumori. Di fronte a questa situazione, Sarzana, contrariamente a quanto pensa Marullo, non perdette la testa né fece ciò che fece mosso da cieca rabbia. Capì subito infatti che se tutti gli uomini gli servivano per parare il pericolo esterno, bisognava che a sorvegliare i carcerati non restasse manco un soldato. Ordinò quindi che a botte, a colpi di calcio di fucile, a catenate, tutti i forzati sparsi per la Torre fossero obbligati a calarsi nella fossa comune. (...)
Una volta al sicuro gli ergastolani, Sarzana comandò ai soldati di salire sulla terrazza, attraverso la scala che era dentro il cilindro, e di isolare poi la scala stessa con le due chiusure, quella superiore e quella inferiore, per evitare di essere attaccato alle spalle se, per caso, i galeotti fossero riusciti a scardinare la grata della fossa comune. (...) A questo punto dalla folla comincia a partire qualche colpo di fucile e per i soldati dare la risposta si presenta subito difficile: la Torre non ha mai avuto merli dietro cui ripararsi, sparare dalla terrazza significa perciò alzarsi in piedi ed esporsi per qualche secondo al fuoco avversario protetti solo a metà dalla balaustrata che corre torno torno. La sparatoria, che non può ottenere apprezzabili risultati da una parte e dall'altra, si allunga nel tempo fiaccamente. Quanto basta però perché i forzati nella fossa vengano a trovarsi completamente senz'aria. (...)
Contrariamente ai tonni che muoiono in uno spaventoso silenzio, i forzati fanno voci da disperati. Sarzana a un certo punto sente che il registro di quelle urla è cambiato e manda due soldati a vedere cosa sta succedendo. I soldati glielo riferiscono e gli dicono magari che la grata rischia di cedere sotto la pressione dei carcerati letteralmente impazziti per la mancanza d'aria. Perciò il maggiore capisce di non avere più via d'uscita: farli uscire ora come ora dalla fossa è uguale a liberare cento gatti inferociti da dentro un sacco all'interno di una stanza, il minimo che possono fare è saltargli agli occhi; lasciare aperta la presa d' aria non si può nemmeno, con la grata che sta per cedere. L'unica è alleggerire la pressione che contro di questa i forzati esercitano: dà ordine, allora, di lanciare tre petardi nella fossa e di isolare nuovamente, subito dopo, la scala. (...)
Il botto dei tre petardi sparati all'interno raggiunge gli assedianti i quali, poco dopo, sentono progressivamente affievolirsi le voci degli ergastolani. Dalla folla allora non sparano più, tutti si rendono conto che qualcosa di grave deve essere accaduto e questo, invece di aizzare la violenza, la tramuta in una sorta di sudata perplessità. Manco i soldati dalla terrazza tirano più colpi. «La popolazione - scrive Marullo - fatta per ansia muta, intuisce, si smarrisce e si dirada silenziosa a occultare tra le atterrite famiglie, il tormento angoscioso della propria anima, in cui la sospettata sciagura gravava già col rimorso di una colpa inconsapevolmente commessa!». (...) Continuando nella sua esposizione, Marullo afferma che il giorno dopo (...) «Carri carichi di uccisi, buttati alla rinfusa, l'uno sull' altro - teste e gambe penzoloni - le carni violacee, sanguinolenti ancora, lacerate dalle schegge delle bombe, passano per l'unica via del paese, per trovare sepoltura su la lontana spiaggia, come se responsabili essi fossero della loro morte violenta e, perciò, dovesse essere loro negata la pace nel cimitero del paese! Carri molti passarono così, tra il profondo cordoglio della nostra gente, che nel proprio cuore non trovò che una prece pietosa per le vittime infelici». (...) Secondo (...) altra versione, più credibile, il trasporto di alcuni morti solamente ci fu sì, ma molti giorni dopo. Coincide però il luogo del seppellimento: la spiaggia proprio sotto il Caos, il posto dove nascerà Pirandello. Per indicare che lì c' erano dei morti, ci misero una croce di legno e per questo la località, che prima era anonima, da allora in poi si chiamò «'a crucidda».
Andrea Camilleri



Last modified Thursday, May, 07, 2015