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PASSATO, FUTURO: QUALCHE VARIAZIONE SUL TEMA

Uno dei grandi interrogativi che assillano l'uomo, tra filosofia e narrativa, teologia e scienza: Camilleri indaga



Se il tema assegnato è il rapporto passato- futuro devo, di necessità, affrontare il problema del Tempo. Che contempla, nella sua interezza, anche il tempo presente, indispensabile spartiacque, almeno secondo un punto di vista tradizionale, tra passato e futuro. Ora il Tempo con la "t" maiuscola è faccenda complicata assai, tale da sbatterci la testa e rompersela. Ed è un incidente che desidero assolutamente evitarmi. Perché, tanto per fare un esempio, la prima domanda che viene spontanea è: il Tempo c'è stato sempre o è venuto fuori a un certo punto? Pigliamo per buona la risposta di sant'Agostino: il Tempo non c'era, non esisteva prima che Dio creasse il mondo, comincia ad esserci contemporaneamente all'esistenza dell'universo. Così facciamo felici i creazionisti e non se ne parla più. Ad ogni modo, ci sarebbe dunque una specie d'inizio del Tempo, tanto è vero che un fisico come Werner Heisenberg può scrivere che "rispetto al tempo sembra esserci qualche cosa di simile a un principio. Molte osservazioni ci parlano d'un inizio dell'universo quattro miliardi di anni orsono…prima di questo periodo il concetto di tempo dovrebbe subire mutamenti sostanziali". Per amor del cielo, fermiamoci qua e non cadiamo in domande-trappola tipo: allora che faceva Dio prima di creare il mondo? Ci meriteremmo la risposta: Dio stava preparando l'inferno per quelli che fanno domande così cretine. Ma possono esserci domande assai meno stupide, tipo: quando finirà il tempo? Se accettiamo l'ipotesi sveviana di un mondo privo d'uomini e di malattie che continua a rotolare come una palla liscia di bigliardo nell'universo, dove è andato a finire il Tempo? Sant'Agostino tagliava corto affermando che il tempo scorre solo per noi e forse aveva ragione. Il Tempo finirà, come scrive Savater, quando "verrà il giorno che metterà fine ai giorni, l'ora finale, l'istante oltre il quale termineranno le vicissitudini, l'incerta sequela dei fatti, e non accadrà più nulla, mai". Elementare, Watson. Allora da quale lato affronto la questione passato- futuro con un minimo di cognizione di causa? Dal lato filosofico? Ma ci vorrebbe una cultura della quale sono assolutamente sprovvisto. Dal lato fisico- matematico? Vogliamo babbiare?- direbbe il mio Montalbano. Del Tempo riesco sì e no a parlare col metodo che mi è stato insegnato alle scuole elementari, vale a dire l'uso dei tempi verbali. E dovrete contentarvi. Ad ogni modo, presento subito la mia carta di credito, firmata Aristotele, quando afferma, nella "Poetica" , che il verbo reca in sé, oltre che il senso, soprattutto l'idea di tempo. E infatti il verbo, fin dall'antichità, è stato considerato la parola per eccellenza. Tutto ciò premesso, la contastazione subitanea che mi viene da fare è che sicuramente si stava meglio prima! "Prima quando?"- penso che vi state domandando un pochino imparpagliati. Rispondo subito. Quando, ad esempio, Immanuel Kant poteva scrivere con assoluta convinzione che " è legge necessaria della nostra sensibilità e quindi condizione formale di tutte le percezioni che il Tempo precedente determini necessariamente il seguente". Oppure quando, per saltare all'indietro dalla metafisica alla fisica, Laplace, nella sua "Teoria analitica delle probabilità", del 1814, scriveva che " lo stato presente dell'universo è da considerarsi come l'effetto del suo stato anteriore e come la causa del suo stato futuro". E quindi i tempi del verbo, in questo determinismo meccanicistico, si stagliavano nel nostro quotidiano discorso, e perciò nella nostra vita, come i fari che segnalano ai naviganti l'attracco in porti sicuri, in ancoraggi certi. Del resto non c'è stato un grande storico francese che sosteneva come la storia del suo paese fosse stata resa possibile dall'organizzazione definitiva della lingua e di conseguenza dalla netta definizione e distinzione di passato, presente, futuro? Ripassiamoceli, questi tempi verbali, in uso nella lingua italiana, cominciando da quelli che si riferiscono a ciò che è già successo: imperfetto (io ero); passato prossimo (sono stato); passato remoto (io fui); trapassato prossimo (ero stato); trapassato remoto (fui stato). A ciò che succederà, vengono designati il futuro (io sarò) e il futuro anteriore (sarò stato). Risulta evidentissima la sperequazione: cinque modi per dire del passato e due soltanto per accennare al futuro. Dev'essere perché "di doman non v'è certezza", come sosteneva il poeta. E a questo proposito devo dire, di passata, che noi siciliani, nel nostro dialetto, manchiamo completamente tanto del trapassato remoto quanto del futuro anteriore che viene sostituito dal futuro semplice il quale, a sua volta, è usato, avvertono i grammatici, così scarsissimamente che si può sostenere che non venga mai usato. Ha un senso questa assenza del futuro? Temo proprio di sì. Ad ogni modo, malgrado tutto, Melville poteva iniziare il suo "Moby Dick" scrivendo:"chiamatemi Ismaele". Frase che sottaceva, dava per scontato il seguito: "perché io sono realmente Ismaele". Il nome coincideva in modo perfetto con l'essere, Ismaele sapeva benissimo chi era e aveva la certezza di esserlo. Lo sapeva perché i tempi verbali che avevano scandito la sua esistenza passata, io ero, io sono stato, io ero stato, o comunque si dica nella lingia inglese, lo portavano inequivocabilmente, necessariamente, a quel presente indicativo: io sono Ismaele. Una sferica, inattaccabile, coscienza di sé. Il romanzo di Melville è del 1851. Ma questo stato di certezze è destinato a durare assai poco, le cose cominciano subito dopo a guastarsi, a farsi meno semplici, il rigido principio della causa-effetto inizia a emettere sinistri scricchiolii. Lo stesso concetto di Tempo, dopo innumerevoli assalti tendenti a una limitazione di quello che potremmo impropriamente chiamare il suo spazio operativo in campo filosofico, finisce coll'essere totalmente negato da Mc Taggart nel 1908, per il quale il Tempo è una formula assolutamente irreale. E in più, a metterci il carrico da undici, sempre come direbbe Montalbano, suppergiù in quegli stessi anni arriva la vera e propria rivoluzione della fisica quantistica che culminerà nel principio d'indeterminazione, escludendo ogni rapporto di causalità e introducendo il principio della probabilità. Diciamola meglio con un paradosso: non è assolutamente certo, è solamente probabile che da un dato trapassato remoto consegua necessariamente il suo presente indicativo. Sicchè, cinquantatre anni appresso "Moby Dick", e precisamente tra le ore otto del mattino e le due di notte del 16 giugno 1904, a Leopold Bloom verrà assai difficile dire "io sono Leopold Bloom" con la stessa naturale consapevolezza d'Ismaele. Perché? La solidità dei tempi verbali non è più quella di una volta? Cominciano a incrinarsi, a sfarinarsi? E perché Stephen Dedalus, l'amico di Leopold, sostiene che la storia, cioè il passato, è un autentico incubo dal quale cerca di destarsi? "Ulisse" di Joyce, del quale stiamo parlando, viene dato alle stampe nel 1922. Passano appena due anni e Joseph K., il protagonista senza cognome del "Processo" di Kafka, viene arrestato senza motivazioni, improvvisamente, e sottoposto a un severo e misterioso procedimento penale con l'accusa indecifrabile di aver commesso una colpa altrettanto indecifrabile. Dopo aver tentato l'impossibile e disperata azione di rintracciare in un passato sconosciuto o forse inesistente le ragioni dell'imputazione presente, Joseph K. non può che rassegnarsi alla condanna. Che è la pena di morte, cioè l'abolizione del suo tempo futuro. La condanna verrà eseguita il giorno che Joseph K. compirà trentuno anni. Del protagonista, ripeto, non conosciamo il cognome, ne sappiamo solamente l'iniziale, la lettera K che è la stessa del cognome dell'autore. Ma questa coincidenza qui non ci riguarda, o almeno ci riguarda perché quella semplice iniziale non ci permette di conoscere il cognome intero. Ha importanza questa omissione, questa amputazione, chiamatela come volete? Credo proprio di sì. Aristotele aveva scritto che il nome in sé non reca nessuna idea di tempo. Sarà stato verissimo nell'antichità, ma in epoche più recenti è invalso l'uso di dare al nome un plusvalore di memoria, cioè di tempo. A molti neonati viene imposto il nome di una persona cara scomparsa, più frequentemente si da' ai nipoti il nome dei nonni. Che è un senso di continuità nel tempo, cioè nella Storia. E a proposito di nonni, apro una breve parentesi che è assai meno scherzosa di quanto possa a prima vista apparire. Alberto Savinio in un suo scritto accennò alla possibilità che si potesse avere memoria del passato attraverso un sistema simile a quello adoperato per misurare lo spazio, cioè gli anni-luce, che lui analogamente chiamò gli anni-nonni. Come si conteggia un anno-nonno? Semplice: quando un nonno ottantenne racconta a un suo nipote di dieci anni una storia che ebbe a sua volta raccontata dal proprio nonno. Fateci caso. Quante generazioni sono passate tra questi due racconti? Bastano pochi nonni in ordine cronologico perché il primo della fila possa raccontare in prima persona, da testimone oculare, quello che esattamente capitò al senato romano quano Bruto pugnalò Cesare. Personalmente, se ho potuto scrivere "La Strage dimenticata" è stato perché mia nonna mi raccontò un fatto realmente avvenuto che le aveva raccontato sua madre. Chiusa la parentesi. Se non sempre però il nome porta in sé un'idea di tempo, per dirla con Aristotele, il cognome, che è sorto in epoche assai più recenti, un'idea di tempo ce l'ha e come! Il cognome è il nome della famiglia d'appartenenza, in sé quindi reca la storia, il passato di quella famiglia. Joseph K., per tornare al "Processo" di Kafka, invece non ha cognome e quindi non ha alcuna possibilità di coniugarsi al di fuori dell'imperfetto, non è in grado di pervenire più né al passato prossimo né al trapassato. Il nome e il cognome rappresentano l'identità storica dell'individuo, tant'è vero che i carnefici degli stermini di massa si sono sempre preoccupati per prima cosa di far perdere questa identità alle loro vittime riducendo la loro identificazione a un numero marchiato sulla carne. E così siamo già sprofondati, con questo ricordo, negli anni dell'angoscia e del dubbio. E soprattutto dell'orrore. Anni nei quali è quasi impossibile l'uso del presente indicativo del verbo essere. Tuttalpiù si può con fatica azzardare un timido, dubitativo "io sarei". I tempi futuri si presentano d'impossibile coniugazione, quelli passati sembrano ordinarsi o disordinarsi lungo linee non più conseguenziali. Tutto pare ridursi a un presente che non è l'agostiniano "presente del passato, presente del presente, presente del futuro", ma un presente provvisorio, incerto, che ha la durata dell'attimo, come sostiene Heidegger, appena un flash che spesso ci appare privo di senso e addirittura un nonsenso. Attenzione, però. Quel nonsenso, che è il punto termine della ragione, schiude in effetti la possibilità- come scrive Adorno a proposito di "Finale di partita" di Beckett- "di un vero che non può più esser nemmeno pensato". I due protagonisti di "Finale di partita" di Beckett, Ham e Clov, vivono un esiguo presente eterno all'interno di un indefinibile spazio chiuso. La loro identità è indecifrabile, altrettanto indecifrabili i loro rapporti. Padre e figlio? Servo e padrone? Il passato perciò non può esistere o può esistere solo come forma d'invenzione narrativa continuamente variabile e incerta e continuamente autocontraddicentesi. Di un possibile futuro non se ne parla nemmeno. Gli accadimenti sono minimi e tutti prevedibili, di una prevedibilità da rituale. Il linguaggio che i due adoperano è corroso e a volte inadatto, fatto di pochissimi verbi. E' un presente apparentemente immobile. Dico apparentemente perché una ipotesi di Einstein, che si può applicare al tempo beckettiano, insinua un dubbio: se un uomo cadesse dall'alto di un edificio non avrebbe la percezione di un centro di gravità perché, mentre cade, gli oggetti che gli uscirebbero eventualmente dal vestito, dalle tasche della giacca, cadrebbero insieme a lui e lui percepirebbe solo una stato di quiete. Già, uno stato di quiete che termina con uno sfracellamento al suolo. Ma si è andati ancora più in là nella rappresentazione della crisi del senso del tempo in questo nostro tempo. Nella seconda metà del secolo scorso, Edgar Morin esorta a prendere in considerazione come elementi positivi, utili, indispensabili all'osservazione e alla comprensione dei fenomeni, tutti quegli aspetti di discontinuità, di contraddizione, di non-linearità, di aleatorio, di casualità che nella scienza classica erano considerati fattori di disturbo. Già nel 1930, quando Heisenberg aveva formulato il suo "principio d'indeterminazione", che suona pressappoco così:" lo stato di un microoggetto non può essere descritto senza far uso del concetto di probabilità", queste parole avevano fatto insorgere perfino Einstein, almeno pubblicamente, con la celebre frase: "Dio non gioca a dadi". Ho detto pubblicamente, perché poi, in una lettera privata all'amico Solovin, Einstein affermava testualmente: "se non si pecca contro la logica in fisica non si conclude nulla". Ora, nella seconda metà del secolo scorso Morin riproponeva con forza l'ipotesi che qualcuno giocasse a dadi, provocando un rovesciamento totale dei sistemi d'indagine che suscitò larghissime discussioni e che porterà qualche anno appresso Ilya Prigogine a sostenere la tesi secondo la quale in diversi tipi di realtà sottoponibili all'osservazione, ciò che appare necessario è semplicemente casuale (ripeto: dovuto al caso) e certe arbitrarietà producono invece "situazioni di ordine effettivo". Benissimo, questo sta a significare una sola cosa e cioè che l'arte e la letteratura ancora una volta hanno prevenuto in qualche modo la ricerca scientifica o sono andate di pari passo con essa. Faccio un solo esempio, italiano stavolta. Nel 1956 un ex questore e poi alto funzionario dell'Interpol a riposo, il sessantaseienne Antonio Pizzuto, pubblica quasi alla macchia un romanzo, dal tranquillizzante titolo "Signorina Rosina", del quale nessuno naturalmente s'accorge. Tre anni dopo lo stesso romanzo viene stampato dall'editore Lerici e allora le cose cominciano a cambiare, i critici si accorgono dell'assoluta novità di questo romanzo. Luigi Baldacci scrive, ad esempio che Pizzuto, oltre ad essere il più nuovo degli autori italiani, è anche e soprattutto "il più avvertito e consapevole dei problemi che incombono sul romanzo moderno".Tra i quali problemi, e l'abbiamo lasciato trasparire nelle nostre precedenti parole, primario è quello del rapporto col tempo. Pizzuto, semplicemente, il tempo l'annulla. In altre parole, se un lettore, terminata la lettura di "Signorina Rosina", si domandasse quale sia l'arco temporale nel quale si svolge la vicenda, se pochi anni, una decina d'anni oppure una vita intera, non saprebbe darsi assolutamente una risposta perché Pizzuto, già da questo suo primo libro, abolisce completamente la categoria del tempo. Di conseguenza il procedimento narrativo di Pizzuto è rigorosamente non-lineare, si dipana per azioni contigue, parallele. Vale la pena di ricordare qui una riga di Giuliano Gramigna quando sostiene che nella scrittura di Pizzuto "il gratuito diventa oscuramente necessario". Ricordate quello che ho appena detto delle teorie di Morin e Prigogine? E ancora, a proposito della difficoltà dell'autodefinirsi, del poter dire "io sono", chi è la signorina Rosina del titolo? Nel capitolo secondo la signorina Rosina è un'anziana zitella morente che abita nella casa di Bibi il, diciamo così, protagonista; nel capitolo quinto è una zingara che riattacca un bottone alla giacca di Bibi; nel capitolo settimo è la cuoca di un prete; nel capitolo ottavo è il nome di un'asina; nel capitolo quindici è solamente una alla quale viene rivolta una domanda; nel capitolo diciassettesimo è una donna che canta litanie. Ruggero Jacobbi acutamente notò che Pizzuto, all'epoca di "Signorina Rosina", era assolutamente incapace di dire "io". Nei romanzi seguenti, partendo dall'esplicito principio che "il fatto è astrazione", il fatto in quanto giudizio temporale, Pizzuto dichiara, per la sua scrittura, "una schietta tendenza a rifiutare i tempi determinativi del verbo, in particolare il passato e trapassato remoto, da sostituire con delle forme infinitive". E procedendo su questa strada, Pizzuto perverrà a una sua personalissima grammatica, dove fra l'altro viene eliminata la categoria nome-verbo e le forme verbali adoperate sono l'infinito e il gerundio più i declinabili participi. Qualcuno ha notato che l'ultimissima scrittura pizzutiana somiglia più alla struttura del cinese che dell'italiano. Ma quello che mi premeva qui dire è che lo scrittore più d'avanguardia che il nostro paese abbia avuto nel secolo scorso, il più raffinato stilista, colui che pareva essere il più catafratto in una ricerca formale, era forse lo scrittore più avanzato scientificamente, il più in armonia con gli sviluppi rivoluzionari delle teorie scientifico-filosofiche. Conclusione provvisoria. Sono nato nel 1925. Avevo dieci anni quando sentii pronunciare la parola guerra. Quella d'Abissinia, quella di Spagna.Quando avevo quindici anni, nel 1940 è scoppiata la seconda guerra mondiale. Ogni mio futuro divenne incerto. Certe notti, sotto le bombe, non era incerto il futuro prossimo, ma incerti erano addirittura i minuti secondi che probabilmente sarebbero seguiti. Per lunghissimi periodi anche a me è stato assai difficile poter dire "io sono". E il presente che oggi sto con voi vivendo, questo 2003, non era nemmeno immaginabile. Non c'era tempo verbale che potesse dirlo. Scrivo queste mie parole nel febbraio del 2003. E dopo aver sentito sinistramente, stupidamente, cocciutamente ripetere da tempo la parola guerra, per di più con l'aggiunta di un aggettivo sinistro, "preventiva", la guerra è scoppiata, una guerra che viene fatta non in nome della stragrande maggioranza dei popoli della terra. Tutta la mia vita è stata allora un eterno presente di guerra? No, mi rifiuto di chiudere in rosso il mio bilancio. Ho vissuto sì tutt'intero il tempo della sconfitta, dello smarrimento, dello scacco. Ma ho anche vissuto tempi esaltanti, tempi nei quali concretamente ho sentito l'umanità procedere in pacifica consonanza. Ed era stupendo poter dire "noi siamo". E dunque? La Storia è un pesante fardello, diceva Hegel. E' uno zaino che ci portiamo sulle spalle e dentro il quale c'è di tutto, ma sarebbe un grave errore buttar via quello che oggi ci appare sorpassato o superfluo. Tutto serve a far peso. Peso che incide meglio la nostra orma nella sabbia del tempo. Sì, come una nazione giovane ci ha rimproverato, il passo di noi europei può apparire un passo pesante, da vecchi, un passo lento. E' perché abbiamo sulle spalle quel fardello, quel trapassato remoto. Ma come ci è stato insegnato, il passo che deve tenere una pattuglia che va verso l'azione futura non è il passo dell'uomo più veloce della pattuglia stessa, bensì quello dell'uomo più lento. E' un accorgimento che consente al gruppo di non spaccarsi in due tronconi precludendosi la possibilità di ogni tempo futuro.

Andrea Camilleri

Articolo tradotto in inglese

L'inventore di Montalbano e Montalbano in persona (video)




Last modified Saturday, July, 16, 2011