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Passato, Futuro: qualche variazione sul tema

Uno dei grandi interrogativi che assillano l'uomo, tra filosofia e narrativa, teologia e scienza: Camilleri indaga



Roma, Basilica di Massenzio, 27 maggio 2003

Con il commento musicale di Enrico Rava e Stefano Bollani
e le letture di Luca Zingaretti da La concessione del telefono


Se il tema assegnato è il rapporto passato-futuro devo, di necessità, affrontare il problema del Tempo. Che contempla, nella sua interezza, anche il tempo presente, indispensabile spartiacque, almeno secondo un punto di vista tradizionale, tra passato e futuro. Ora il Tempo con la "t" maiuscola è faccenda complicata assai, tale da sbatterci la testa e rompersela. Ed è un incidente che desidero assolutamente evitarmi. Perché, tanto per fare un esempio, la prima domanda che viene spontanea è: il Tempo c'è stato sempre o è venuto fuori a un certo punto? Pigliamo per buona la risposta di sant'Agostino: il Tempo non c'era, non esisteva prima che Dio creasse il mondo, comincia ad esserci contemporaneamente all'esistenza dell'universo. Così facciamo felici i creazionisti e non se ne parla più. Ad ogni modo, ci sarebbe dunque una specie d'inizio del Tempo, tanto è vero che un fisico come Werner Heisenberg può scrivere che "rispetto al tempo sembra esserci qualche cosa di simile a un principio. Molte osservazioni ci parlano d'un inizio dell'universo quattro miliardi di anni orsono…prima di questo periodo il concetto di tempo dovrebbe subire mutamenti sostanziali". Per amor del cielo, fermiamoci qua e non cadiamo in domande-trappola tipo: allora che faceva Dio prima di creare il mondo? Ci meriteremmo la risposta: Dio stava preparando l'inferno per quelli che fanno domande così cretine. Ma possono esserci domande assai meno stupide, tipo: quando finirà il tempo? Se accettiamo l'ipotesi sveviana di un mondo privo d'uomini e di malattie che continua a rotolare come una palla liscia di bigliardo nell'universo, dove è andato a finire il Tempo?
Sant'Agostino tagliava corto affermando che il tempo scorre solo per noi e forse aveva ragione. Il Tempo finirà, come scrive Savater, quando "verrà il giorno che metterà fine ai giorni, l'ora finale, l'istante oltre il quale termineranno le vicissitudini, l'incerta sequela dei fatti, e non accadrà più nulla, mai". Elementare, Watson.
Allora da quale lato affronto la questione passato- futuro con un minimo di cognizione di causa? Dal lato filosofico? Ma ci vorrebbe una cultura della quale sono assolutamente sprovvisto. Dal lato fisico- matematico?
Vogliamo babbiare?- direbbe il mio Montalbano. Del Tempo riesco sì e no a parlare col metodo che mi è stato insegnato alle scuole elementari, vale a dire l'uso dei tempi verbali. E dovrete contentarvi. Ad ogni modo, presento subito la mia carta di credito, firmata Aristotele, quando afferma, nella "Poetica" , che il verbo reca in sé, oltre che il senso, soprattutto l'idea di tempo. E infatti il verbo, fin dall'antichità, è stato considerato la parola per eccellenza. Tutto ciò premesso, la contastazione subitanea che mi viene da fare è che sicuramente si stava meglio prima! "Prima quando?"- penso che vi state domandando un pochino imparpagliati. Rispondo subito. Quando, ad esempio, Immanuel Kant poteva scrivere con assoluta convinzione che " è legge necessaria della nostra sensibilità e quindi condizione formale di tutte le percezioni che il Tempo precedente determini necessariamente il seguente". Oppure quando, per saltare all'indietro dalla metafisica alla fisica, Laplace, nella sua "Teoria analitica delle probabilità", del 1814, scriveva che " lo stato presente dell'universo è da considerarsi come l'effetto del suo stato anteriore e come la causa del suo stato futuro". E quindi i tempi del verbo, in questo determinismo meccanicistico, si stagliavano nel nostro quotidiano discorso, e perciò nella nostra vita, come i fari che segnalano ai naviganti l'attracco in porti sicuri, in ancoraggi certi. Del resto non c'è stato un grande storico francese che sosteneva come la storia del suo paese fosse stata resa possibile dall'organizzazione definitiva della lingua e di conseguenza dalla netta definizione e distinzione di passato, presente, futuro?
Ripassiamoceli, questi tempi verbali, in uso nella lingua italiana, cominciando da quelli che si riferiscono a ciò che è già successo:
imperfetto (io ero); passato prossimo (sono stato); passato remoto (io fui); trapassato prossimo (ero stato); trapassato remoto (fui stato). A ciò che succederà, vengono designati il futuro (io sarò) e il futuro anteriore (sarò stato). Risulta evidentissima la sperequazione: cinque modi per dire del passato e due soltanto per accennare al futuro. Dev'essere perché "di doman non v'è certezza", come sosteneva il poeta. E a questo proposito devo dire, di passata, che noi siciliani, nel nostro dialetto, manchiamo completamente tanto del trapassato remoto quanto del futuro anteriore che viene sostituito dal futuro semplice il quale, a sua volta, è usato, avvertono i grammatici, così scarsissimamente che si può sostenere che non venga mai usato. Ha un senso questa assenza del futuro? Temo proprio di sì. Ad ogni modo, malgrado tutto, Melville poteva iniziare il suo "Moby Dick" scrivendo:"chiamatemi Ismaele". Frase che sottaceva, dava per scontato il seguito: "perché io sono realmente Ismaele". Il nome coincideva in modo perfetto con l'essere, Ismaele sapeva benissimo chi era e aveva la certezza di esserlo. Lo sapeva perché i tempi verbali che avevano scandito la sua esistenza passata, io ero, io sono stato, io ero stato, o comunque si dica nella lingia inglese, lo portavano inequivocabilmente, necessariamente, a quel presente indicativo: io sono Ismaele. Una sferica, inattaccabile, coscienza di sé.
Il romanzo di Melville è del 1851. Ma questo stato di certezze è destinato a durare assai poco, le cose cominciano subito dopo a guastarsi, a farsi meno semplici, il rigido principio della causa-effetto inizia a emettere sinistri scricchiolii. Lo stesso concetto di Tempo, dopo innumerevoli assalti tendenti a una limitazione di quello che potremmo impropriamente chiamare il suo spazio operativo in campo filosofico, finisce coll'essere totalmente negato da Mc Taggart nel 1908, per il quale il Tempo è una formula assolutamente irreale. E in più, a metterci il carrico da undici, sempre come direbbe Montalbano, suppergiù in quegli stessi anni arriva la vera e propria rivoluzione della fisica quantistica che culminerà nel principio d'indeterminazione, escludendo ogni rapporto di causalità e introducendo il principio della probabilità. Diciamola meglio con un paradosso: non è assolutamente certo, è solamente probabile che da un dato trapassato remoto consegua necessariamente il suo presente indicativo.
Sicchè, cinquantatre anni appresso "Moby Dick", e precisamente tra le ore otto del mattino e le due di notte del 16 giugno 1904, a Leopold Bloom verrà assai difficile dire "io sono Leopold Bloom" con la stessa naturale consapevolezza d'Ismaele. Perché? La solidità dei tempi verbali non è più quella di una volta? Cominciano a incrinarsi, a sfarinarsi? E perché Stephen Dedalus, l'amico di Leopold, sostiene che la storia, cioè il passato, è un autentico incubo dal quale cerca di destarsi? "Ulisse" di Joyce, del quale stiamo parlando, viene dato alle stampe nel 1922.
Passano appena due anni e Joseph K., il protagonista senza cognome del "Processo" di Kafka, viene arrestato senza motivazioni, improvvisamente, e sottoposto a un severo e misterioso procedimento penale con l'accusa indecifrabile di aver commesso una colpa altrettanto indecifrabile. Dopo aver tentato l'impossibile e disperata azione di rintracciare in un passato sconosciuto o forse inesistente le ragioni dell'imputazione presente, Joseph K. non può che rassegnarsi alla condanna. Che è la pena di morte, cioè l'abolizione del suo tempo futuro. La condanna verrà eseguita il giorno che Joseph K. compirà trentuno anni.
Del protagonista, ripeto, non conosciamo il cognome, ne sappiamo solamente l'iniziale, la lettera K che è la stessa del cognome dell'autore. Ma questa coincidenza qui non ci riguarda, o almeno ci riguarda perché quella semplice iniziale non ci permette di conoscere il cognome intero. Ha importanza questa omissione, questa amputazione, chiamatela come volete? Credo proprio di sì.
Aristotele aveva scritto che il nome in sé non reca nessuna idea di tempo. Sarà stato verissimo nell'antichità, ma in epoche più recenti è invalso l'uso di dare al nome un plusvalore di memoria, cioè di tempo. A molti neonati viene imposto il nome di una persona cara scomparsa, più frequentemente si da' ai nipoti il nome dei nonni. Che è un senso di continuità nel tempo, cioè nella Storia.
E a proposito di nonni, apro una breve parentesi che è assai meno scherzosa di quanto possa a prima vista apparire. Alberto Savinio in un suo scritto accennò alla possibilità che si potesse avere memoria del passato attraverso un sistema simile a quello adoperato per misurare lo spazio, cioè gli anni-luce, che lui analogamente chiamò gli anni-nonni. Come si conteggia un anno-nonno? Semplice: quando un nonno ottantenne racconta a un suo nipote di dieci anni una storia che ebbe a sua volta raccontata dal proprio nonno. Fateci caso. Quante generazioni sono passate tra questi due racconti? Bastano pochi nonni in ordine cronologico perché il primo della fila possa raccontare in prima persona, da testimone oculare, quello che esattamente capitò al senato romano quano Bruto pugnalò Cesare. Personalmente, se ho potuto scrivere "La Strage dimenticata" è stato perché mia nonna mi raccontò un fatto realmente avvenuto che le aveva raccontato sua madre. Chiusa la parentesi.
Se non sempre però il nome porta in sé un'idea di tempo, per dirla con Aristotele, il cognome, che è sorto in epoche assai più recenti, un'idea di tempo ce l'ha e come! Il cognome è il nome della famiglia d'appartenenza, in sé quindi reca la storia, il passato di quella famiglia. Joseph K., per tornare al "Processo" di Kafka, invece non ha cognome e quindi non ha alcuna possibilità di coniugarsi al di fuori dell'imperfetto, non è in grado di pervenire più né al passato prossimo né al trapassato. Il nome e il cognome rappresentano l'identità storica dell'individuo, tant'è vero che i carnefici degli stermini di massa si sono sempre preoccupati per prima cosa di far perdere questa identità alle loro vittime riducendo la loro identificazione a un numero marchiato sulla carne.
E così siamo già sprofondati, con questo ricordo, negli anni dell'angoscia e del dubbio. E soprattutto dell'orrore. Anni nei quali è quasi impossibile l'uso del presente indicativo del verbo essere. Tuttalpiù si può con fatica azzardare un timido, dubitativo "io sarei". I tempi futuri si presentano d'impossibile coniugazione, quelli passati sembrano ordinarsi o disordinarsi lungo linee non più conseguenziali. Tutto pare ridursi a un presente che non è l'agostiniano "presente del passato, presente del presente, presente del futuro", ma un presente provvisorio, incerto, che ha la durata dell'attimo, come sostiene Heidegger, appena un flash che spesso ci appare privo di senso e addirittura un nonsenso. Attenzione, però. Quel nonsenso, che è il punto termine della ragione, schiude in effetti la possibilità- come scrive Adorno a proposito di "Finale di partita" di Beckett- "di un vero che non può più esser nemmeno pensato". I due protagonisti di "Finale di partita" di Beckett, Ham e Clov, vivono un esiguo presente eterno all'interno di un indefinibile spazio chiuso. La loro identità è indecifrabile, altrettanto indecifrabili i loro rapporti. Padre e figlio? Servo e padrone? Il passato perciò non può esistere o può esistere solo come forma d'invenzione narrativa continuamente variabile e incerta e continuamente autocontraddicentesi. Di un possibile futuro non se ne parla nemmeno. Gli accadimenti sono minimi e tutti prevedibili, di una prevedibilità da rituale. Il linguaggio che i due adoperano è corroso e a volte inadatto, fatto di pochissimi verbi. E' un presente apparentemente immobile. Dico apparentemente perché una ipotesi di Einstein, che si può applicare al tempo beckettiano, insinua un dubbio: se un uomo cadesse dall'alto di un edificio non avrebbe la percezione di un centro di gravità perché, mentre cade, gli oggetti che gli uscirebbero eventualmente dal vestito, dalle tasche della giacca, cadrebbero insieme a lui e lui percepirebbe solo una stato di quiete. Già, uno stato di quiete che termina con uno sfracellamento al suolo.
Ma si è andati ancora più in là nella rappresentazione della crisi del senso del tempo in questo nostro tempo. Nella seconda metà del secolo scorso, Edgar Morin esorta a prendere in considerazione come elementi positivi, utili, indispensabili all'osservazione e alla comprensione dei fenomeni, tutti quegli aspetti di discontinuità, di contraddizione, di non-linearità, di aleatorio, di casualità che nella scienza classica erano considerati fattori di disturbo. Già nel 1930, quando Heisenberg aveva formulato il suo "principio d'indeterminazione", che suona pressappoco così:" lo stato di un microoggetto non può essere descritto senza far uso del concetto di probabilità", queste parole avevano fatto insorgere perfino Einstein, almeno pubblicamente, con la celebre frase: "Dio non gioca a dadi". Ho detto pubblicamente, perché poi, in una lettera privata all'amico Solovin, Einstein affermava testualmente: "se non si pecca contro la logica in fisica non si conclude nulla". Ora, nella seconda metà del secolo scorso Morin riproponeva con forza l'ipotesi che qualcuno giocasse a dadi, provocando un rovesciamento totale dei sistemi d'indagine che suscitò larghissime discussioni e che porterà qualche anno appresso Ilya Prigogine a sostenere la tesi secondo la quale in diversi tipi di realtà sottoponibili all'osservazione, ciò che appare necessario è semplicemente casuale (ripeto: dovuto al caso) e certe arbitrarietà producono invece "situazioni di ordine effettivo". Benissimo, questo sta a significare una sola cosa e cioè che l'arte e la letteratura ancora una volta hanno prevenuto in qualche modo la ricerca scientifica o sono andate di pari passo con essa.
Faccio un solo esempio, italiano stavolta. Nel 1956 un ex questore e poi alto funzionario dell'Interpol a riposo, il sessantaseienne Antonio Pizzuto, pubblica quasi alla macchia un romanzo, dal tranquillizzante titolo "Signorina Rosina", del quale nessuno naturalmente s'accorge. Tre anni dopo lo stesso romanzo viene stampato dall'editore Lerici e allora le cose cominciano a cambiare, i critici si accorgono dell'assoluta novità di questo romanzo. Luigi Baldacci scrive, ad esempio che Pizzuto, oltre ad essere il più nuovo degli autori italiani, è anche e soprattutto "il più avvertito e consapevole dei problemi che incombono sul romanzo moderno".Tra i quali problemi, e l'abbiamo lasciato trasparire nelle nostre precedenti parole, primario è quello del rapporto col tempo. Pizzuto, semplicemente, il tempo l'annulla. In altre parole, se un lettore, terminata la lettura di "Signorina Rosina", si domandasse quale sia l'arco temporale nel quale si svolge la vicenda, se pochi anni, una decina d'anni oppure una vita intera, non saprebbe darsi assolutamente una risposta perché Pizzuto, già da questo suo primo libro, abolisce completamente la categoria del tempo. Di conseguenza il procedimento narrativo di Pizzuto è rigorosamente non-lineare, si dipana per azioni contigue, parallele. Vale la pena di ricordare qui una riga di Giuliano Gramigna quando sostiene che nella scrittura di Pizzuto "il gratuito diventa oscuramente necessario". Ricordate quello che ho appena detto delle teorie di Morin e Prigogine?
E ancora, a proposito della difficoltà dell'autodefinirsi, del poter dire "io sono", chi è la signorina Rosina del titolo? Nel capitolo secondo la signorina Rosina è un'anziana zitella morente che abita nella casa di Bibi il, diciamo così, protagonista; nel capitolo quinto è una zingara che riattacca un bottone alla giacca di Bibi; nel capitolo settimo è la cuoca di un prete; nel capitolo ottavo è il nome di un'asina; nel capitolo quindici è solamente una alla quale viene rivolta una domanda; nel capitolo diciassettesimo è una donna che canta litanie. Ruggero Jacobbi acutamente notò che Pizzuto, all'epoca di "Signorina Rosina", era assolutamente incapace di dire "io". Nei romanzi seguenti, partendo dall'esplicito principio che "il fatto è astrazione", il fatto in quanto giudizio temporale, Pizzuto dichiara, per la sua scrittura, "una schietta tendenza a rifiutare i tempi determinativi del verbo, in particolare il passato e trapassato remoto, da sostituire con delle forme infinitive". E procedendo su questa strada, Pizzuto perverrà a una sua personalissima grammatica, dove fra l'altro viene eliminata la categoria nome-verbo e le forme verbali adoperate sono l'infinito e il gerundio più i declinabili participi. Qualcuno ha notato che l'ultimissima scrittura pizzutiana somiglia più alla struttura del cinese che dell'italiano. Ma quello che mi premeva qui dire è che lo scrittore più d'avanguardia che il nostro paese abbia avuto nel secolo scorso, il più raffinato stilista, colui che pareva essere il più catafratto in una ricerca formale, era forse lo scrittore più avanzato scientificamente, il più in armonia con gli sviluppi rivoluzionari delle teorie scientifico-filosofiche.
Conclusione provvisoria. Sono nato nel 1925. Avevo dieci anni quando sentii pronunciare la parola guerra. Quella d'Abissinia, quella di Spagna.Quando avevo quindici anni, nel 1940 è scoppiata la seconda guerra mondiale. Ogni mio futuro divenne incerto. Certe notti, sotto le bombe, non era incerto il futuro prossimo, ma incerti erano addirittura i minuti secondi che probabilmente sarebbero seguiti. Per lunghissimi periodi anche a me è stato assai difficile poter dire "io sono". E il presente che oggi sto con voi vivendo, questo 2003, non era nemmeno immaginabile. Non c'era tempo verbale che potesse dirlo. Scrivo queste mie parole nel febbraio del 2003. E dopo aver sentito sinistramente, stupidamente, cocciutamente ripetere da tempo la parola guerra, per di più con l'aggiunta di un aggettivo sinistro, "preventiva", la guerra è scoppiata, una guerra che viene fatta non in nome della stragrande maggioranza dei popoli della terra. Tutta la mia vita è stata allora un eterno presente di guerra? No, mi rifiuto di chiudere in rosso il mio bilancio. Ho vissuto sì tutt'intero il tempo della sconfitta, dello smarrimento, dello scacco. Ma ho anche vissuto tempi esaltanti, tempi nei quali concretamente ho sentito l'umanità procedere in pacifica consonanza. Ed era stupendo poter dire "noi siamo". E dunque? La Storia è un pesante fardello, diceva Hegel. E' uno zaino che ci portiamo sulle spalle e dentro il quale c'è di tutto, ma sarebbe un grave errore buttar via quello che oggi ci appare sorpassato o superfluo. Tutto serve a far peso. Peso che incide meglio la nostra orma nella sabbia del tempo.
Sì, come una nazione giovane ci ha rimproverato, il passo di noi europei può apparire un passo pesante, da vecchi, un passo lento. E' perché abbiamo sulle spalle quel fardello, quel trapassato remoto. Ma come ci è stato insegnato, il passo che deve tenere una pattuglia che va verso l'azione futura non è il passo dell'uomo più veloce della pattuglia stessa, bensì quello dell'uomo più lento. E' un accorgimento che consente al gruppo di non spaccarsi in due tronconi precludendosi la possibilità di ogni tempo futuro.

Andrea Camilleri


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The Past, the Future: variations on the theme
In view of the fact that our subject is the past-future relation, I must of course confront the issue of Time; a problem that also contemplates present time in its entirety, the indispensable divide, at least according to the traditional point of view, between the past and the future. Now Time with a capital “t” is quite a complicated matter, to the extent that one might bang one’s head on it and also break it. This is an incident I absolutely wish to avoid. This because, simply to make an example, the first question that spontaneously arises is: has Time always been around or did it appear at a certain point? Let us accept Saint Augustine’s answer as a good one: Time was not present, it did not exist before God created the world, and it began to exist at the same time as the universe. This way we render the creationists happy and that’s that. In any case there seems therefore to be a sort of beginning of Time, in fact the physicist Werner Heisenberg was able to write that “as far as time is concerned there appears to be something similar to a beginning. Many comments tell us about a beginning of the universe dating back to about four billion years ago… before then the concept of time would have had to undergo substantial changes”. For the love of God, let’s stop right here and not fall into the trap-question of the kind: well what did God do before the creation of the world? We would deserve the answer: God was preparing hell for those asking such silly questions. But there are also much less silly questions such as: when will time end? If we accept Italo Svevo’s hypothesis envisaging a world without mankind and without diseases that continues to turn in the universe like a smooth billiard ball, then what has happened to Time?
Saint Augustine cut the question short stating that time passes only for us and perhaps he was right. Time will come to an end, as Savater wrote, when “a time will come that will put an end to days, a final hour, a moment beyond which vicissitudes, the uncertain sequence of facts, will come to an end, and nothing more will happen, ever”. Elementary, Watson.
So from which perspective should the issue of the past-future be analysed with a reasonable amount of cognition of the facts? From a philosophical point of view? Well I would need a culture I am totally without. From a physics-mathematical point of view?
Are you joking? – As my friend Montalbano would say. I am just about capable of discussing Time using the method I was taught in Primary School, hence using verb tenses. And you will have do make do with that. In any case I shall immediately present you with my credit card, signed by Aristotle, when in his Poetics he stated that the verb in itself, in addition to sense, also contains above all the idea of time. And in fact ever since ancient times the verb has been considered the word par excellence. All in all I instantly find myself observing that there is no doubt that we were better off before! “Before what”- I suppose you are asking yourselves feeling slightly confused. I shall answer you immediately. When for example Immanuel Kant was able to write with conviction that: “it is a necessary law for our sensitivity, and therefore a formal condition for all perceptions, that preceding Time necessarily determines the Time that follows”. Or when, skipping from metaphysics to physics, Laplace, in his Analytic theory of probabilities, dated 1814, wrote that “the present state of the universe is to be considered as the effect of its previous state and as the cause of its future”. And therefore the tense of verbs, in this mechanistic determinism, stands out in our daily words, and therefore in our lives, as the lights that show sailors the route to berths in safe harbours, in calm waters. Wasn’t there also a great French historian who asserted that the history of his country had been made possible by the definite organisation of its language and consequently by the clear definition and distinction between the past, the present and the future?
Let us revise the use of these verb tenses in the Italian language, starting with those that refer to what has already happened:
The past imperfect (I was); present perfect (I have been); simple past (I was); past perfect (I had been); pluperfect tense (I had been) {Translators note: In Italian there are different forms for the past tense that follow different rules} indicating a different choice of words and usage. As far as what is yet to come is concerned the following tenses are used: the future tense (I will be) and the future perfect (I will have been). The disproportion is clearly obvious: five ways for speaking of the past and only two for hinting at the future. It must be because “tomorrow is never certain”, as the poet used to say. On this subject I must say, en passant, that in our dialect we Sicilians lack both the pluperfect past tense and the future perfect which is substituted simply by the future tense, which in turn is used, as we are advised by the grammarians, to such a small extent that that one could say that it is never used. Is there a reason for this absence of the future? And why, as I have learned from de Saussure, is the definition of verb tenses totally absent in the Hebraic language, to the extent that there is no distinction between the past, the present and the future? Well I suppose that in spite of all this Melville was able to start his Moby Dick writing: “call me Ishmael”, a sentence that would have taken for granted what followed: “because I really am Ishmael”. The name coincided perfectly with the person, Ishmael knew exactly who he was and was certain about this. He knew it because the verb tenses that had marked his past existence, I was, I have been, I had been, or whatever one might use in the English language, led him unequivocally and necessarily to that indicative present tense: I am Ishmael. A spherical, unassailable self-awareness.
Melville’s novel was written in 1851. But this state of certainty was to be short-lived, and immediately afterwards matters started to go wrong, they became less simple, the rigid principle of cause and effect started to creak. The very concept of Time, after innumerable attempts tending to a limitation of what we may improperly call its operative space in the field of philosophy, ended up by being completely denied by Mc Taggart in 1908, for whom Time was a totally unreal formula. And that’s not all, as if this wasn’t enough as my friend Montalbano would say, it was more or less during those years that the real revolution of quantum physics took place that was to culminate in the principle of uncertainty, excluding any relation with causality and introducing the principle of probability.
This is better stated using a paradox: it is not absolutely certain, but only probable that a given past perfect datum should necessarily achieve its indicative present.
Hence, fifty three years after Moby Dick, and precisely between eight o’clock in the morning and two o’clock at night of June 16th 1904, it became considerably difficult for Leopold Bloom to say “I am Leopold Bloom” with the same natural awareness used by Ishmael. Why? Is the solidity of verb tenses no longer what it used to be? Are these tenses starting to crumble, to disintegrate? And why does Stephen Dedalus, Leopold’s friend, believe that history, hence the past, is an authentic nightmare we should awaken from? Ulysses by Joyce, who we are discussing, was published in 1922.
Only two years went by and Joseph K., the leading character without a surname in Kafka’s The Trial, was arrested without reason, suddenly, and obliged to undergo a severe and mysterious penal court case with an indecipherable accusation of having committed an equally indecipherable crime. After attempting the impossible and desperate gesture involving the discovery of the reasons for the present accusation in an unknown and perhaps non-existent past, Joseph can only resign himself to the sentence. The death penalty. That is the abolition of his future time. The sentence is to be carried out on the day of Joseph K’s thirty first birthday.
I repeat that we do not know the character’s surname; the only thing we know is the initial, the letter K, the same one as the author’s surname. But this coincidence is none of our business, or at least it is our business because that simple initial does not permit us to recognise the entire surname. Is this omission, this amputation or whatever you wish to call it of any importance? I really think it is.
Aristotle wrote that a name per se does not provide any idea of time. Perhaps this was true in ancient times, but more recently the custom of giving a name the added value of memory, therefore of time, has become more widespread. Many newborn children are given the name of loved one who have passed away; more often grandchildren are given the names of their grandparents. This is sense of continuity in time, therefore of History.
Talking of grandparents, allow me a brief digression that is less of a joke than it initially may appear. In his work Alberto Savinio mentions the possibility that one might be able to remember the past through a system similar to that used for measuring space, light years, which analogously he called grandparent-years. How does one calculate a grandparent-year? It’s easy: it is when an eighty year old grandfather tells his ten year old grandchild a story that he in turn heard from his own grandfather. Pay attention. How many generations have past between these two tales? Only a few grandfathers are needed in chronological order so that the first in line can tell in the first person, as an eyewitness, exactly what happened in the Roman Senate when Brutus stabbed Caesar. Personally, the reason for which I was able to write La strage dimenticata (The Forgotten Massacre n.d.t.) was because my grandmother had told me about an event that had really happened, and which her mother had told her about. End of digression.
While not always does a name carry within itself the idea of time, returning to Aristotle, a surname, only invented in more recent times, does indeed provide an idea of time! The surname is the name of the family one belongs to; hence it carries history within itself, that family’s past. Joseph K., so as to return to Kafka’s The Trial, instead has no surname and therefore has no chance to be conjugated beyond the imperfect tense, no longer capable of achieving either the present perfect or the past perfect. Names and surnames represent the historical identity of an individual; in fact the persecutors of mass massacres have always been concerned with ensuring that their victims lose this identity, reducing their identification to a number branded on their flesh.
And so, with this memory, we have already fallen into the years of anguish and doubt. And above all years of horror; Years during which it was almost impossible to use the indicative present tense of the verb to be. At best one could with difficulty attempt a timid, doubting “I would be”. Future tenses seem impossible to conjugate; past ones appear to be placed in order and in disorder along lines that are no longer consequential. All seems reduced to a present that is not the Augustinian “present of the past, present of the present, present of the future”, but a temporary, uncertain future, lasting only a moment, as Heidegger believed, only a flash that often seems senseless and even a non-sense. Careful though. That non-sense, which is the final destination of reason, discloses effectively the possibility - as Adorno wrote referring to Beckett’s Endgame - “of a truth that cannot even be thought of”. The two leading characters in Beckett’s Endgame, Ham and Clov, live a scant eternal present within an undefined closed space. Their identities are indecipherable, and their relationships are equally indecipherable. Father and son? Servant and master? The past therefore cannot exist or can only exist as the signature for narrative inventions that are continuously variable and uncertain and continuously self-contradictory. A possible future is not even mentioned. Events are minimal and all predictable, with a predictability that is ritualistic. The language used by the two of them is corroded and at times unsuitable, with very few verbs. It is an apparently immobile present. I say apparently because one of Einstein’s hypotheses that is applicable to Beckett’s times, insinuates a doubt: if a man falls from the top of a building he would have no perception of a centre of gravity because, while falling, objects would eventually fall from his suit, from the pockets of his jacket, falling together with him and he would only perceive a state of calm. Exactly, a state of grace ending with a crashing to the ground.
But even more drastic steps were taken in the representation of this crisis of the sense of time in this era of ours. During the second half of the last century, Edgar Morin exhorted all to take into account those positive, useful and indispensable elements for the observation and understanding of the phenomena, all those aspects of discontinuity, contradiction, non-linearity, aleatory, and that in classical science were considered nuisance factors. Already in 1930, when Heisenberg formulated his “principle of indeterminateness”, that sounds more or less as follows: “the state of a micro-object cannot be described without using the concept of probability”, these words had even caused Einstein to rebel, at least publicly, with the famous words: “God does not play dice”. I used the word publicly because later, in a private letter to his friend Solovin, Einstein said verbatim: “in physics if one does not sin against logic one achieves nothing at all”. Now, during the second half of the last century Morin once again proposed with emphasis the hypothesis that someone was playing dice, causing the total reversal of research systems which caused widespread discussions and that a few years later led Ilya Prigogine to support the thesis according to which in the diverse kinds of reality that can be subjected to observation, what appears necessary is simply fortuitous (I repeat: accidental) and that certain arbitrariness instead produce “situations of an effective order”. Fine, this can mean only one thing and that is that once again art and literature have in some way preceded scientific research or have developed simultaneously.
Let me make just one example, an Italian one this time. In 1956 a former head of the police administration and later retired high-level Interpol official, sixty six years old Antonio Pizzuto, published in an almost clandestine manner a novel, with the relaxing title Miss Rosina, a novel that of course passed unobserved. Three years later the same novel was published by Lerici and things started to change, the critics noticed this novel’s absolute novelty. Luigi Baldacci wrote for example that Pizzuto, in addition to being the newest Italian author, was also above all “the most shrewd and most aware of the problems afflicting modern novels”. The main one among them being, and this is made clear in our previous words, is that of the relation with time. Pizzuto quite simply annuls time. In other words should a reader, having read Miss Rosina, wonder about the time span over which events have taken place, whether a few years, ten years or a whole lifetime, this reader would be totally incapable of providing an answer because Pizzuto, even in this first book, has totally abolished the category of time. Consequently Pizzuto’s narrative procedure is rigorously non-linear, and evolves through contiguous and parallel events. It is worth remembering here a line written by Giuliano Gramigna in which he states that in Pizzuto’s writing “the gratuitous becomes obscurely necessary”. Do you remember what I have just said about Morin’s and Prigogine’s theories?
And then, regards to the difficulty of self-definition, of the capacity to be able to say “I am”, who is the Miss Rosina in the title? In the second chapter this Miss Rosina is an old dying spinster who lives in Bibi’s house, Bibi one could say is the leading character; in the fifth chapter she is a gypsy who sews a button back on to Bibi’s jacket; in chapter seven she is a priest’s cook; in chapter eight Miss Rosina is a donkey’s name; in chapter fifteen she is simple someone to whom a question is posed; and in chapter seventeen she is a woman who sings litanies. Ruggero Jacobbi acutely noticed that Pizzuto, when he wrote Miss Rosina, was absolutely incapable of saying “I”. In his later novels, starting from the explicit principle that “facts are an abstraction”, facts as temporal judgements, Pizzuto states regards to his writing “a genuine tendency to refuse the definite tenses of verbs, in particular the simple past and the past perfect, to be substituted with infinite forms”. Proceeding along this path Pizzuto was to achieve a very personal grammar of his own, in which the name-verb category is eliminated and the verb tenses used are the infinite and the gerund as well as the more declinable participles. Someone noticed that Pizzuto’s most recent style has a structure that is closer to Chinese than to Italian. But what I really wanted to say is that the most avant-garde author our country has seen in the last century, the most refined stylist, he who appeared to be the most cataphract within formal research, was perhaps the most advanced in a scientific sense, the one most in harmony with the revolutionary developments of scientific-philosophical theories.
A provisional conclusion. I was born in 1925. I was ten years old when I heard the word war spoken. The one in Abyssinia, the one in Spain. When I was fifteen, in 1940, the Second World War broke out. All my futures became uncertain. On certain nights, while the bombs fell, it was not only the coming future that was uncertain, but even the minutes and seconds that may have followed. For very long periods of time even I found it very difficult to say “I am”. And this present time that today I am sharing with you, this 2003, wasn’t even imaginable. There was no verb tense capable of describing it. I am writing these words of mine in February 2003. And after having for some time heard the word war repeated in a sinister, stupid and stubborn manner, often with the addition of a sinister adjective, “preventive”, the war has begun, a war that is not fought in the name of the great majority of the people of the earth. Has my entire live been an eternal wartime present? No, I refuse to close my balance in the red. It is true that I have totally experienced times of defeat, of bewilderment, of checkmate. But I have also lived exalting times, times during which I really felt humanity advancing in peaceful harmony. And it was wonderful to be able to say “we are”. And so? History is a heavy burden, as Hegel said. It is a rucksack we carry on our backs and it is filled with all sorts of things, but it would be a serious mistake to throw away what today seems to be outdated or superfluous. It is all needed as ballast; ballast that better engraves our footprints in the sands of time.
Yes, as a young nation has reproached us, the steps taken by we Europeans may seem to be heavy steps, those of the elderly, slow steps. It is because we carry that burden on our backs, the burden of that past perfect. But, as we have been taught, the step a patrol must keep while moving towards future action, is not the step of the fastest man in the patrol, but that of the slowest. It is a precaution that allows the group not to break into two groups precluding for itself the possibility of all future times.

Traduzione di Francesca Simmons
(dal sito Casa delle Letterature)




Last modified Tuesday, July, 09, 2019