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RASSEGNA STAMPA

AGOSTO 2007

 
StradaNove, 4.8.2007
La pista di sabbia, Andrea Camilleri
Montalbano e il cavallo morto

Invecchiano anche i personaggi dei romanzi seriali, come tutti noi. Invecchia Montalbano e invecchia il suo “padre” letterario, Andrea Camilleri. Ne “La pista di sabbia”, dodicesimo della serie e ultimo pubblicato, il commissario più famoso d’Italia ha 56 anni e, al di là di una certa qual stanchezza che già aveva avvertito- quasi una sazietà di umane miserie e crudeltà-, oltre agli interrogativi sul significato del logoro rapporto strascinato per anni con l’eterna fidanzata Livia, si aggiunge ora un dettaglio rivelatore d’età: ha bisogno degli occhiali, non ci vede più bene.
Questa volta è un cavallo morto che dà l’avvio alla vicenda, e, se ci pare un poco stanco e forzato il pretesto narrativo del sogno in cui un Montalbano con speroni e frustino cavalca una fimmina-cavaddra, se ci sembra un po’ troppo cinematografica ed esagerata la coincidenza per cui Salvo Montalbano incontra sempre donne ammalianti e con qualcosa di eroticamente straniero, troviamo invece che Camilleri abbia una straordinaria inventiva nello scegliere le trame dei suoi romanzi. Perché anche questa, come al solito, è originale e intrigante: corse clandestine di cavalli, giochi di scommesse con forti puntate, due cavalli splendidi e quasi uguali che scompaiono- e solo uno viene ritrovato, quello che è andato a morire sulla spiaggia davanti alla casa del commissario, ucciso brutalmente a sprangate.
Ritrovato solo brevemente, peraltro, perché, nel tempo di fare delle telefonate, la carcassa scompare. La pista “gialla”, che si rivelerà poi essere una pista di sabbia su cui le impronte si confondono e si cancellano, sembra collegarsi a tracce più vecchie, ad una causa ancora in sospeso- un uomo verrà trovato morto in un campo, una donna avrà paura di parlare, la casa di Montalbano sarà messa sossopra: sono ladri normali o non cercano refurtiva ma qualcosa in particolare? E chi è che tiene d’occhio le mosse di Salvo dal mare, su una barca di presunti pescatori?
A fianco di quella d’indagine poliziesca- in cui appaiono, tutti un po’ “consumati dall’uso”, il solito Catarella che fa strazio di nomi e parole, Fazio che ama sempre i dati anagrafici dettagliati, Mimì Augello che ora porta occhiali da presbite e continua a fare le nottate a causa del bambino- corre una pista privata di Montalbano che si trova a doversi mescolare a persone con cui non può trovarsi a suo agio- allevatori di cavalli purosangue, gente smidollata e viziosa- e cede alla tentazione, tradendo Livia con l’affascinante e malmaritata Ester. Con il favore dell’amica Ingrid (solo amica? Livia ha tutte le ragioni per essere gelosa, anche perché è sempre più chiaro che, quando Salvo dimentica di telefonarle, non è solo perché è impegnato. Ovvero, è impegnato, ma non con questioni di lavoro).
Si gusta sempre un romanzo di Camilleri, e tuttavia ci pare che, nel corso degli anni, il suo linguaggio sia diventato più fittamente dialettale: a chi non è siciliano sembra quasi di leggere in una lingua straniera, con pari fatica.
Marilia Piccone
 
 

FontanonEstate 2007, 5-6.8.2007, ore 21:00
Camilleri Jam - La favola infinita
Piccoli racconti nuovi ed inediti, favole e filastrocche di Andrea Camilleri.
Regia di Maria Luisa Bigai, con Cinzia Villari, Giovanni Carta, Patrizia Barbieri, Mauro Pescio. Musiche originali dal vivo della Compagnia di canto e musica popolare di Agrigento con Mirko Onofrio (flauti e sax) e Filippo Alessi (tamburi a cornice). Costumi Dora Argento e Valentina Salerno.
 
 

Il Messaggero, 5.8.2007
L'inedito
Camilleri e le favole, non solo Montalbano
Stasera e domani al Gianicolo un “concerto” di filastrocche, storielle e raccontini inediti dello scrittore siciliano.

Il tempo dei maiali ubriachi
“I maiali si sono completamente ubriacati si sono mangiati i resti della spremitura e hanno saltato la recinzione”. “E ora che facciamo?”. “Ci conviene entrare in casa e aspettare che gli passi la sbornia”. I maiali usciti dal sottoterrazzo, si stavano inventando una quantità di spassi. Due giocavano con la palla di un mio cuginetto, due si sollazzavano a saltare l’uno sulla groppa dell’altro, il quinto forse aveva la sbornia triste perché teneva in bocca un mazzetto di fiori di campo e se ne stava in un angolo malinconicissimo. Poi cambiarono gioco.
Uno, col muso, spingeva la palla il più lontano possibile, gli altri tre si lanciavano all’inseguimento. Strillavano come a una partita di calcetto.
Il primo a crollare fu il malinconico. Sempre col mazzetto in bocca, si sdraiò su un fianco e si addormentò pesantemente. Poi fu la volta dei calciatori.
Andrea Camilleri

La grandezza dei piccoli universi
Esiste un Camilleri delle piccole cose, dei lunari, dei proverbi, delle ricette di cucina, delle regole tramandate a voce su come si potano le piante e si coltiva l’orto. E’ il Camilleri intimo, sapienziale, il più siciliano, che ritroviamo anche fra piega e piega delle avventure di Montalbano e nel cuore del personaggio stesso, ma, soprattutto, nel romanzo più lungo, “Il re di Girgenti”, 510 pagine che raccontano in molti modi la primavera: una giornata indimenticabile sul lago di Pergusa, dove si dice che Proserpina tornò dagli Inferi per ridare sorriso alla terra; i mandorli di Agrigento, i campi e le viti attorno a Tindari e Segesta; il volto “non politico” del tempo che nell’isola invita alla pigrizia della controra, all’amore, all’idea di futuro.
Ancora, il profumo della zagara, un grido d’argento come quello di un bambino; l apiacevolezza di dimenticare le minestrine e le carni troppo condite a favore della verdura e della frutta. Questo Camilleri “domestico” e contadino, attento alla pragmatica poesia del quotidiano e alla liturgia delle stagioni, tramanda e crea le fole, le storielle comiche, le filastrocche, i quadretti infantili, le fughe di fantasia. E proprio qui, in questi unviersi minimi, c’è autentica grandezza.
Rita Sala

Camilleri, storielle per “innocenti”
Tutto è cominciato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, dove Maria Luisa Bigai era allieva di Andrea Camilleri. Poi il rapporto insegnante-alunna è diventato un’amicizia. Da qualche anno a Maria Luisa, friulana di nascita e siciliana d’adozione, capita di partecipare a piccole riunioni di famiglia in casa del “padre” di Montalbano, e di sentirlo raccontare ai nipoti (che non sono i figli del commissario scapolo di Vigàta, ovviamente) filastrocche e storielle inventate su due piedi.
Per quelle narrazioni lo scrittore attinge a piene mani ai ricordi della sua infanzia, tutti puntualissimi e ricchi di quei dettagli che –a saperli dire- fanno vivere anche nella mente superaccessoriata e telematicamente apparecchiata di un ragazzino del Ventunesimo Secolo tutto un mondo di sapori primordiali, di luci diverse, di spensieratezze pretelevisive. Alchimie che identificano un’epoca.
Immaginando un pretesto drammaturgico come quello scelto da Boccaccio per mettere insieme le cento novelle del Decamerone (cioè la peste nera che attanagliava Firenze e che aveva costretto i dieci protagonisti a rifugiarsi nella campagna di Fiesole e poi scambiarsi storie e gossip ante litteram per ingannare il tempo) Maria Luisa Bigai ha confezionato quello che lei stessa definisce “un Boccaccio per bambini” su favole e filastrocche inedite di Andrea Camilleri. Così era nato anche un precedente spettacolo, “Il topo rode le sillabe”. Questo “Camilleri Jam” è uno spettacolo-concerto jazz, realizzato con la collaborazione dell’autore. Sarà in scena stasera e domani sul Gianicolo, accanto all’Acqua Paola, per la rassegna FontanonEstate, interpreti Cinzia Villari, Giovanni Carta, Mauro Pescio, Patrizia Barbieri e Alessandra Costanzo (nel ruolo della Memoria).
Il titolo, decisamente contemporaneo, se da un lato fa pensare a una jam session musicale (in palcoscenico i flauti e il sax di Mirko Onofrio e i tamburi di Filippo Alessi), dall’altro evoca gustose confetture di frutta mista (jam in inglese significa marmellata). Come misti sono i percorsi che affronteranno musicisti, attori e ballerini dovendo andare indietro nel tempo da oggi fino agli anni Trenta e Quaranta. Quando -siamo tra le due Guerre- i ragazzi dovevano esorcizzare la noia agrodolce dei lentissimi pomeriggi estivi.
Paola Polidoro
 
 

La Voce d’Italia, 5.8.2007
Tra musica e parole
Dalla Sicilia a FontanonEstate arriva Andrea Camilleri
Stasera e domani sera la musica si fonde alle parole dello scrittore siciliano.

Manca davvero poco alla chiusura dei battenti di "FontanonEstate", una delle vetrine più interessanti di questi ultimi due mesi in cui la musica, il teatro, la letteratura si mescoleranno ancora per pochi giorni per offrire ancora una volta serate di altissima qualità in uno scenario suggestivo come solo il Gianicolo sa offrire.
Stasera e domani il cartellone per la rassegna "900 Radici e foglie" presenta in anteprima nazionale: "Camilleri Jam - La favola Infinita", uno spettacolo inusuale e curioso, un' occasione ghiotta per tutti i seguaci di Andrea Camilleri.
Concepito tra teatro e concerto, per la regia di Maria Luisa Bigai, questa particolare jam si avvale di in quattro attori (Cinzia Villari, Giovanni Carta, Patrizia Barbieri e Mauro Pescio) che dialogano con due musicisti (Mirko Onofrio e Filippo Alessi) tra le parole e i brani di Andrea Camilleri in cui affiorano racconti autobiografici ed inediti, favole e filastrocche concepiti dalla penna dello scrittore siciliano.
[…]
Valerio Tafani
 
 

La Repubblica, 5.8.2007
Avevano titoli come “Dove si spara di più” o “Se sei vivo, spara!”. Film che volevano clonare i capolavori di John Ford e che invece diedero vita a uno dei fenomeni più importanti del cinema italiano, lo Spaghetti Western. Sul quale si fecero le ossa attori e registi che sarebbero diventati grandi e che mai rinnergarono quei loro inizi. Ora la Mostra del cinema di Venezia, anche grazie a Quentin Tarantino, li celebra
Trash d’autore
Quelle sfide sul set tra Orson Welles e Tomas Milian

[…]
C’erano gli specialisti capaci di scrivere sceneggiature a ritmo serrato - erano film da girare in poco tempo e a basso costo – ma tanti sono i nomi illustri che ci provarono. Alcuni non riuscirono, come […] Andrea Camilleri che scrisse cinque storie per il produttore Turi Vasile (ma non ricorda quali).
[…]
Maria Pia Fusco
 
 

La Repubblica, 5.8.2007
Il caso. Il premier elude l’invito del presidente della Camera. Poi in auto in Toscana. “Niente code, bene gli autovelox”
Harry Potter e Keynes, niente Marx. Sui libri estivi “duello” con Bertinotti

Bologna
[…]
Romano Prodi e Flavia i libri nuovi li hanno comprati in mattinata da Feltrinelli. E il mix è ben più complesso. […] Due Camilleri, “La pista di sangue” [Sic! Avrà sbagliato Prodi o il cronista? NdCFC] e “Le pecore e il pastore”.
[…]
Marco Marozzi
 
 

La Repubblica (ed. di Roma), 6.8.2007
Fontanonestate
Le fiabe amate da Camilleri raccontate, cantate e mimate

Un'insolita contaminazione tra jazz e fiabe d' autore, all'insegna della sperimentazione e della ricerca. Dopo il debutto di ieri, si replica alle 21 di stasera al Fontanonestate 2007 lo spettacolo "Camilleri jam, la favola infinita". Attori e musicisti interpreteranno, racconteranno, canteranno, mimeranno favole, filastrocche e memorie d'infanzia di Andrea Camilleri, mettendo in moto un circuito virtuoso e dalle possibilità, appunto, infinite. Spiega Maria Luisa Bigai, che ha ideato e dirige il lavoro: «Mi affascinava sondare gli effetti dell'interazione tra parola, suono e musica. Una ricerca che ha coinvolto attori e musicisti in un lungo studio sui frammenti della narrazione, con grande attenzione al movimento e alla voce». L'improvvisazione musicale è affidata ai flauti e al sax di Mirko Onofrio e ai tamburi a cornice di Filippo Alessi. Fontanone del Gianicolo, via Garibaldi. Prenotazioni: 0658301159; 0658335760.
 
 

La Repubblica, 6.8.2007
Pubblicato l' ultimo dei quattro Meridiani dedicati al Nobel siciliano
Ingombrante Pirandello
Fu più apprezzato all' estero che in Italia, dove non piacque a Croce, alla Morante e neppure a Garboli - Ma i suoi personaggi hanno cambiato il modo stesso di percepire il teatro E Savinio e Sciascia lo capirono
Il volume è dedicato ai testi destinati alla scena
C' è un saggio di Camilleri sui suoi lavori in dialetto
La sua attualità controversa lo rende ancor più un contemporaneo

E' in libreria il quarto volume della collezione "i Meridiani", dedicato al teatro di Pirandello, una specie di "doppio meridiano" (Luigi Pirandello, “Maschere nude”, a cura di Alessandro d' Amico e Alessandro Tinterri; “Opere teatrali in dialetto”, a cura di Alberto Varvaro, con saggio introduttivo di Andrea Camilleri, pagg. 1917, euro 55). Nella prima sezione sono raccolte le pièces composte da Pirandello dal 1929 in poi; nella seconda i testi in dialetto siciliano, con le quali si conclude l'edizione delle opere di Pirandello, già diretta da Giovanni Macchia. Eccellenti, come per gli altri tre volumi, gli apparati filologici e critici forniti dai curatori: introduzioni, "cappelli" ai testi, note e indicazioni di varianti, il glossario di lemmi siciliani; il tutto sigillato in una scrittura limpida ed elegante, di grande efficacia comunicativa, che si arricchisce, nel saggio di Camilleri, delle spezie e degli aromi stilistici che costituiscono la particolare espressività dello scrittore siciliano. Un libro, insomma, di cui è gradito dar notizia e che incoraggia qualche riflessione sull'opera di un autore che fece fatica ad affermarsi e al quale il teatro, un genere cui non sembrò, all'inizio, dedicarsi con troppa convinzione, diede fama mondiale e il premio Nobel. Si può dire che Pirandello fu più apprezzato all'estero che in patria, ove fu discusso, non senza acrimonia e conseguente amarezza da parte sua, fino all'ultimo giorno della vita. Non piacque al Croce e lì, si può osservare, era in ottima compagnia, assieme a Pascoli, D'Annunzio e quasi tutto il Novecento. Ma oggi di antidannunziani e antipascolisti non ce ne sono quasi più; su Pirandello, invece, ci si accapiglia ancora. Ci sta vicino con la sua presenza ingombrante, talora irritante, senza mai riuscire a elevarsi alla condizione di classico, come è invece capitato agli altri due, a Giovannino e a Gabriellino; malgrado le trippe stipate nell'immagine aurorale del fanciullo eterno del primo e il superuomo contratto del secondo. Questa attualità tuttora controversa lo rende, più di qualsiasi altro, sempre nostro contemporaneo. Ancora qualche anno fa, non era infrequente sentir tacciare Pirandello di volgarità. Elsa Morante pare lo detestasse. Sergio Solmi, che non amava quasi nulla della sua opera, riconosceva fin dal 1925 ironicamente al suo teatro di "essere tagliato su misura per la intelligenza della piccola e media borghesia italiana", cui, "con poca spesa e poca fatica di cervello" avrebbe fornito "gli ultimi figurini della corrente stagione culturale". Secondo Cesare Garboli, una delle intelligenze letterarie più acute del secondo dopoguerra, quel teatro sarebbe dominato da una "logica seviziatrice", che si esprime nel "linguaggio dei verbali di polizia", occupando il posto della vita e facendo sì che "il cavillo giuridico ribalti comicamente la realtà, costringendola a mosse burattinesche e inusuali". Ricordo una sulfurea lezione di Garboli, quasi recitata, un vero e proprio pezzo di bravura. Pirandello vi era rappresentato come un avvocaticchio meridionale, verboso, paradossale, invischiato fino al soffocamento nel delirio tutto posticcio dei suoi personaggi. Sarebbe stata, la sua, una pretesa di "intelligenza" accompagnata perpetuamente dalla scia del tanfo dei tinelli e dei salotti, ove s'impiantavano drammi improbabili, riversati in una lingua stantìa, costellata dai celebri "appunto" e "dunque", marcatori avverbiali prediletti della logica trionfante di Laudisi, il mattatore di “Così è (se vi pare)”: personaggio che si vorrebbe luciferino, ostinato nel prospettare un inferno finto intrecciato di cascami pseudo - filosofici. Senza che gli accada mai di vedere quello vero, che è davanti ai suoi occhi: il groviglio familiare costituito dal "folle" sodalizio tra suocera e genero, cui fa cerchio un coro di funzionari statali impettiti, con le relative signore, tutti meticolosamente distinti nei vari gradi della gerarchia. Tutto e, soprattutto, sempre così Pirandello? E il suo successo internazionale? I “Sei personaggi” che hanno trasformato la percezione stessa del teatro, lasciando in ognuno di noi come un lungo brivido che si rinnova ogni volta che si alzi un sipario? Senza contare il resto dell' opera, quasi completamente estranea a quello che fu definito il "pirandellismo": le “Novelle per un anno”, i primi romanzi (“L'esclusa”, “Il turno”), ancora da scoprire, le pagine del soggiorno a Roma del “Fu Mattia Pascal”, lo straordinario “I vecchi e i giovani”. La verità è che quel teatro, dalle didascalie puntigliose, che sembrerebbero inchiodare il regista e lo scenografo, è forse tra i più fertilmente ambigui, il più "teatrale" che sia mai stato concepito. Dà tutto se stesso solo quando si incarna nella recitazione e si apre, trasformandosi in una sorta di immenso spartito. Capita allora che Pirandello possa agire contro Pirandello. Il confronto con le novelle originarie è, in proposito, sintomatico. Lo scrittore, scarnificandole e riducendole a puro dialogo, sembra peggiorarle. Ma il loro significato va a precisarsi in un'altra dimensione: è lì che Pirandello entra ed esce da se stesso e personaggi che sulla carta sembrano fantocci fioriscono d'una splendida, cangiante vitalità, ci appaiono trovare, ad ogni nuova messa in scena, un autore che non sospettavamo. Un esempio ce lo ha offerto Carlo Cecchi nella scorsa stagione: i suoi “Sei personaggi”, percossi dagli spifferi del palcoscenico, sembrano scollarsi da se stessi, volare in aria come stracci e offrirsi a una sorta di autoparodia. La scissione dell'io, l'uno, nessuno e centomila , l'informe vita che anela alla sua forma, rimanendone strozzata, ci vengono offerti in modi che occhieggiano alla sceneggiata napoletana. E Pirandello sembra risorgere dalle proprie ceneri, lo riconosciamo con un sussulto . I testi delle "Maschere nude" raccolti in questo quarto volume appartengono al periodo che Cajumi a suo tempo definì, ingiustamente, della "discesa", in anni in cui lo stesso Pirandello si sentiva, come scrisse da Berlino nel gennaio del 1929 al figlio Stefano, "liquidato". Fa qui la sua piena apparizione con “Lazzaro”, dopo il preannuncio della “Nuova colonia” del 1928, il Pirandello dei "miti", che culminerà nell'incompiuto “I giganti della montagna”, una parabola che mette in scena la tragedia della cultura in un mondo ormai completamente sordo e degradato. La fantasia dell'autore si accende di grandi figurazioni oniriche: è un Pirandello per il quale Alberto Savinio evocò il “Peer Gynt” di Ibsen e la “Tempesta” di Shakespeare. Tutti i temi della sua opera, da quelli di origine intellettuale quali il metateatro, a quelli di provenienza scopertamente e dolorosamente autobiografica, si dispongono in una luce d'incanto, fluttuante tra realtà e sogno: nei momenti migliori fiorisce, scrisse splendidamente l'autore stesso, "una leggerezza di nuvola su profondità d'abissi". E' il caso, folgorante, dell'atto unico “Sogno ( ma forse no)”, definito dal D' Amico un "gioiello"; mentre “Quando si è qualcuno” introduce nella macchina teatrale un'ombra di raccoglimento e di confessione inusitate. I testi in dialetto, quali “Lumìe di Sicilia”, “Pensaci Giacuminu”, “Liolà”, “A' morsa”, “La patente”, costituiscono nella produzione pirandelliana una sorta di zona franca, più vicina al "sentimento della cosa" di quanto non siano le parole in lingua, che, della cosa, esprimerebbero soltanto il concetto. Leggendo, entriamo in presa diretta nel nesso problematico Pirandello e la Sicilia, che costituisce il titolo di uno dei libri più belli di Leonardo Sciascia. Tra le pagine di questi testi è forse più facile sperimentare un'affermazione acutissima di Gramsci, secondo il quale i personaggi di Pirandello non sono "intellettuali travestiti da popolani", ma "reali, storicamente, regionalmente, popolani siciliani , che pensano e operano così, proprio perché sono popolani e siciliani". Il dialetto, dunque, fa giustizia del pirandellismo, che perderebbe ogni caratteristica di cerebralità, tornando ad acquattarsi nel suo luogo di origine: nella Girgenti di vie dirupate e tortuose, oppresse da "accidia taciturna, diffidenza ombrosa e gelosia", la città che Sciascia assimila a una Spoon River mediterranea e considera "l'elemento catalizzatore della fantasia pirandelliana", qui più che mai vicina alle sue radici.
Giuseppe Leonelli
 
 

La Stampa, 7.8.2007
Camilleri lancia l’associazione per le vittime della mafia

Un romanzo sulla mafia Andea Camilleri non l'aveva mai voluto scrivere, e per un motivo preciso, «non voglio guadagnare soldi sulla mafia». Quasi un'eco sciasciana, una ritrosia da siciliano vero a trattare il tema più doloroso, ma anche quello più usato e sfruttato. Gli ha fatto cambiare idea un progetto: il ricavato del suo saggio, che tra due mesi Mondadori manderà in stampa, servirà a costruire una fondazione per aiutare i figli dei poliziotti uccisi dalla mafia.
Camilleri non voleva se ne facesse parola, ma la notizia è già trapelata dalla cerchia dei suoi amici più stretti. La storia è generosa e sorprendente al tempo stesso e parte da un libro sulla mafia dei giorni nostri, quella che filtra dai pizzini di Bernardo Provenzano, i piccoli bigliettini con cui il capo dei capi di Cosa nostra impartiva gli ordini dai nascondigli della sua latitanza. Camilleri li ha guardati, letti, osservati come si può cercare di esaminare un libro di magia nera e ha deciso di ricavarne il suo nuovo lavoro. Non un romanzo, dal momento che lo scrittore siciliano è contrario all'idea di narrare la mafia perché, dice, «il racconto ha l’effetto di esaltare a mito un mondo i cui protagonisti sono soltanto degli assassini». E a una condizione ben precisa: che quel lavoro servisse a fare del bene e aiutasse proprio quelle persone che dalla mafia sono state impoverite per sempre, vale a dire quei molti figli di poliziotti morti sotto i colpi di Cosa Nostra. «Non voglio guadagnare nulla con la mafia», ha spiegato lo scrittore anche in questi giorni a chi gli è vicino. E alla Mondadori, la casa editrice che fra due mesi pubblicherà il suo nuovo libro, ha imposto una precisa condizione: scriverò soltanto a patto che i soldi delle vendite se li prenda la fondazione che si occupa dei figli dei poliziotti che hanno perso la vita sotto i colpi di cosa nostra. Una volontà difficile da realizzare in concreto anche perché in Italia un'istituzione adatta verso la quale indirizzare quei soldi non esiste: una fondazione non c’è per la semplice ragione che a nessuno è mai venuta l'idea. E così su iniziativa dello scrittore si sono subito mobilitati alcuni ufficiali della polizia, assieme alla casa editrice, e in poco tempo la fondazione è stata messa in piedi. Si chiama «Fondazione per i caduti di mafia della Polizia di Stato» e ha sede a Roma. Si appoggia a un’altra fondazione che Camilleri conosce e stima, l’Associazione nazionale dei funzionari di Polizia di Stato. Ancora non è stata definita la linea d’azione e cosa concretamente farà questa nuova organizzazione, di certo si batterà per offrire una prospettiva migliore ai giovani figli di poliziotti caduti per colpa della mafia, mettendo a loro disposizione borse di studio e finanziamenti per facilitare l'accesso al mondo dell’istruzione.
Sandra Riccio
 
 

La Stampa, 7.8.2007
In coda per l’isola che non c'è
La Sicilia di carta del commissario Montalbano seduce i turisti e rilancia gli affari

Palermo. La colpa è tutta del commissario Montalbano. Diciamolo una buona volta, quella Sicilia non esiste, è un abile puzzle, un gioco di citazioni, uno spot. Ma funziona. Così tra gli angeli imbronciati di Ragusa Ibla e l'incantesimo di Ortigia, tra Val di Noto e Contea di Modica, è partita la corsa per accaparrarsi almeno un pezzetto del piccolo mondo antico che sta per diventare modernissimo. Aerotaxi, elicotteri, l'autostrada da Catania a Siracusa quasi completata e l'aeroporto di Comiso appena inaugurato: sarà operativo dall'anno prossimo, per portare frotte di turisti nel Ragusashire, sulla spiaggia di Marinella del commissario Montalbano (che è a Punta Secca). Nessuno ricorda più gli anni '80, quando l'aeroporto militare si chiamava «Vincenzo Magliocco», custodiva 112 missili Cruise, ed era sotto costante assedio pacifista. Archiviato il passato, si è discusso molto se intitolarlo a Gesualdo Bufalino o all'onnipresente Montalbano. Alla fine, ha vinto Pio La Torre, deputato comunista assassinato dalla mafia.
«Così - spiega Salvo Baio, direttore del Consorzio Universitario «Archimede» di Siracusa - imprenditori americani, archeologi francesi, registi non solo italiani, si sono dati appuntamento in questo triangolo di Sicilia sud-orientale, ognuno alla ricerca del suo Graal».
C'è chi ha trovato alberghi da comprare (a Siracusa, Hilton si è assicurata il Des Etrangers, a Marriott è stato venduto il vecchio edificio delle Poste, alla Darsena ), chi un posto per dipingere (Velasco Vitali, pittore di Bellano, ha visto una luce nuova nel suo baglio di Santa Croce Camerina), chi uno sguardo diverso sul passato (il fotografo Ferdinando Scianna ha casa a Ortigia, con vista sul Tempio di Apollo), chi addirittura il petrolio (Panther Oil, Texas). E sul petrolio si litiga. Perché, nella zona che vanta il numero più alto di luoghi dichiarati patrimonio dell'umanità dall'Unesco (e ha ottenuto 380 milioni di euro in fondi europei tra il 2001 e il 2006), oltre alle cinque vele di Goletta Verde quest'anno, c'è chi vorrebbe cercare petrolio e gas. In giugno, mentre si festeggiava il restauro del Duomo di Noto, la Panther, titolare della concessione, ha rinunciato a trivellare nei siti Unesco: la città barocca e la riserva naturale di Vendicari dovrebbero essere in salvo. Ma, come suggerisce Anna Giordano del Wwf, il cortese passo indietro riguarda poco più del 10% (la superficie abitata) dei 746 chilometri quadrati di territorio che i texani hanno il diritto di bucherellare. Qualche rischio potrebbe esserci ancora.
Per capire l'opposizione, bisogna andare a Vendicari, tra le palme nane e le piante di capperi con fiori grandi come orchidee, la tonnara e le lagune salmastre dove Catherine Mc Gilvray ha girato il film tratto dal romanzo «L'iguana» di Anna Maria Ortese, scoprire la Sicilia delle sirene, che ha incantato l'attrice Galatea Ranzi e l'imprenditrice Cristina Busi, proprietaria di una magnifica masseria, dove i fichi d'India bordano il vialetto con ossessiva precisione. Bisogna andare a piedi fino a Cala Mosche, baia incassata nella roccia, tra dune coperte di gigli bianchi. Difficile accettare la sola idea di una trivella.
Sempre in zona, ma nella parte industriale, brucia l'ultima polemica, contro il rigassificatore Erg/Shelll di Priolo. Una pattuglia capitanata dal segretario provinciale del Movimento per l'autonomia, Salvo Sorbello, ha promosso un referendum consultivo. «Gente che ha accettato decenni di inquinamento, il 15 e 16 luglio, periodo più balneare che elettorale, ha votato contro la realizzazione di un impianto che giudica pericoloso», commenta soddisfatto Sorbello. E la battaglia infuria, mentre tutto è in vendita.
A Modica, capitale barocca dell'antica Contea, una casa con giardino di gelsomini accanto a quella di Salvatore Quasimodo (poetica), è passata di mano, da 60 a 300 mila euro in meno di tre anni. Dopo la sosta culturale, i gourmet si dividono tra la «Gazza ladra» e la «Torre d'Oriente», o migrano verso Ragusa Ibla, al «Duomo» di Ciccio Sultano, chef roseo e senza spigoli, ma cerebrale come la sua mordadella di tonno (Lui si schermisce: «E' tutto merito delle materie prime»). A Marzamemi, borgo di pescatori amato da Gabriele Salvatores, la chiesetta sconsacrata della piazza è stata comprata per 30 mila euro. La tonnara dei principi di Villadorata, diventerà un residence di lusso. E i due ruderi sul mare, abitati, si dice, dagli spiriti, vanno a 2500 euro al metro quadrato (ristrutturazione e apparizioni comprese). Andrea Camilleri, che si è molto appassionato alle storie locali, potrebbe scriverci un delizioso libretto dei suoi. Il titolo c'è già: «Il fantasma di Marzamemi». Da includere subito nel Montalbano tour.
Roselina Salemi
 
 

superEva notizie, 7.8.2007
Eat Parade - Wine Parade - Eat Parade a tavola
Approfondimento settimanale del TG2 - I servizi della settimana 450esima puntata
Rubrica di Bruno Gambacorta a cura di Marcello Masi
In onda domenica 12 agosto

[…]
Per quanto riguarda Eat Parade a tavola, nel tg2 delle 13, ecco le tre puntate del fine settimana:
[…]
Sabato 11 agosto: due ricette fra quelle preferite dal Commissario Montalbano ( e dal suo autore Camilleri ), presentate dallo chef Maurizio Bianchini.
[…]
Piera Genta
 
 

l’Unità, 8.8.2007
«Piccioli» contro i picciotti

Vai Montalbano. Finalmente Andrea Camilleri ha deciso: scriverà un libro sulla mafia. Lo scrittore ha superato la sua ritrosia a trattare l’argomento capomandamenti, boss e picciottazzi - gli fanno semplicemente schifo e lui non vuole «guadagnare nulla dalla mafia» - per uno scopo altissimo. I proventi del libro, che Mondadori manderà alle stampe entro due mesi, andranno ad una associazione che si occupa di figli di poliziotti vittime delle mafie. Con quei soldi i ragazzi potranno avere borse di studio ed essere aiutati nella loro formazione. Bella notizia in questo agosto di valigie scomparse, boschi in fiamme, benzine rincarate, onorevoli tirate di coca, piddì, primarie e Bossi che va in montagna per preparare la riscossa (con Tremonti!). Salvo Montalbano, il commissario scorbutico, un po’ comunista e tanto goloso di arancini, che si incazza quando scopre un onorevole pappa e ciccia con i mammasantissima, aiuterà i figli dei suoi colleghi. Quelli veri, in carne, ossa e rischi. Bella notizia di una bella Italia.
Enrico Fierro
 
 

Panorama, 9.8.2007
Camilleri: Montalbano morirà per colpa della tv

Montalbano morirà. È presto per sapere quando, ma Andrea Camilleri ha già deciso che il commissario più amato dagli italiani “si eclisserà mettendosi in contrasto dialettico con il suo autore”. A svelarlo è stato lo stesso scrittore ad una piccola rivista culturale, Gli Apoti (dal sito si può scaricare gratuitamente il numero del periodico), specificando di avere “già da qualche tempo scritto l’ultimo romanzo della serie, che conservo nel cassetto della Sellerio, e quindi di conoscerne l’esito”.
Nell’intervista - insolitamente rilasciata ad una piccola testata piuttosto che ad un periodico di grande tiratura - lo scrittore di Porto Empedocle rivela nel dettaglio l’incipit del libro che segnerà la fine dello “sbirro” di Vigata: “Montalbano riceve una telefonata che lo avvisa che hanno sparato ad un uomo in mezzo alla strada. Appena recatosi sul luogo del delitto, sente un coro aereo: “U commisariu arrivò, u commissario Montalbano”. “Cu, chiddu ra televisione?” chiede uno. “No, chiddu veru” gli risponde l’altro. Ed il vero Montalbano - quello del libro insomma - comincia a chiedersi se non stia agendo in un certo modo solo perché l’ha visto in televisione. È così che inizia la battaglia col suo doppio che lo porterà alla fine”. Un conflitto identitario, quindi, provocato da una crescente insofferenza nei confronti di film e tv, quantomeno di quelli recenti: “Ai miei tempi c’erano Studio1 e le Kessler, adesso solo diverse paia di cosce di una volgarità estrema. Con l’avvento delle televisioni commerciali il gusto si è notevolmente imbastardito”. Per quanto il destino del commissario di Vigata sia ormai segnato, i fan di Montalbano possono per il momento stare tranquilli: prima della sua fine sarà protagonista di almeno altri due romanzi. A confermarlo è Antonio Sellerio, dell’omonima casa editrice: “L’epilogo sicuramente non uscirà a breve, anche perché, dopo un racconto fantastico previsto per settembre, Camilleri ritornerà entro l’anno in libreria con il suo principale protagonista”.
Filippomaria Battaglia
 
 

ANSA, 9.8.2007
Antonioni: concerto in omaggio
Nell'ambito dell'VIII festival internazionale 'Santa Fiora'

Santa Fiora (Grosseto) - Sara' dedicato a Michelangelo Antonioni il concerto di domani sera nel borgo di Santa Fiora, in provincia di Grosseto.Omaggio, nell'ambito dell'VIII festival internazionale 'Santa Fiora in musica',al maestro, spiegano gli organizzatori, che da 10 anni villeggiava in questa zona della Toscana e che faceva parte con la moglie Enrica del comitato d'onore del festival musicale. Al concerto sara' presente la famiglia del maestro. Tra gli ospiti Laura Morante e Andrea Camilleri.
Enrico Fierro
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 9.8.2007
Appuntamenti

[…]
Alle 21,15 in piazza Roma di San Teodoro (Messina) va in scena "Il vitalizio", commedia siciliana di Andrea Camilleri, ispirata dall' omonima novella di Luigi Pirandello.
[…]
 
 

Il Venerdì, 10.8.2007
Italia. Sul luogo del delitto
Ma i petrolieri hanno rinunciato a Noto? La fine, per ora, non è nota
La battaglia di Camilleri. Il dietrofront degli americani. Il giubilo di Cuffaro. A due mesi dall’annuncio che il “sacco” era stato sventato, si scopre che le trivelle ci sono già. E sono pronte a partire

[…]
Il Sindaco di Noto Corrado Valvo lancia il j’accuse: “La ritirata della Panther è una beffa: dicono che rinunciano a scavare in paese, dove è già vietato, ma non nelle campagne, vicino al mare, in mezzo alle vecchie masserie”. Anche Andrea Camilleri, che dalle pagine di Repubblica aveva lanciato un appello “antitrivelle” sottoscritto da migliaia di lettori, c’è rimasto male: “Il maestro s’è sentito preso in giro” dice Valvo, “e ora studia con noi altre forme di protesta”.
Non serve il fiuto del commissario Montalbano, per capire che in questa storia non c’è ancora un lieto fine.
[…]
L’Unesco, invece, resta a guardare. L’organismo internazionale non minaccia la revoca del riconoscimento. Il referente per l’area Ray Bondin, però, s’è detto esterefatto di quanto sta accadendo. Continuerà a osservare in silenzio o chiederà anche lui aiuto al commissario Montalbano?
Pino Casicci /i>


E lo scrittore va in vacanza in piena “zona calda”

Ottantamila firme per salvare il Val di Noto dalle trivelle. Lo scorso giugno, Andrea Camilleri lanciava un appello dalle pagine di Repubblica: chiedeva alla Regione Sicilia di revocare i permessi di scavo rilasciati ai petrolieri texani nel distretto del Barocco “patrimonio dell’umanità”. I lettori hanno aderito in massa, sottoscrivendo l’appello dello scrittore su Repubblica.it. Qualche giorno fa, Camilleri s’è recato in vacanza in Sicilia, dove va di rado, ospite del suo editore Elvira Sellerio proprio in Val di Noto.
s.f.
 
 

12.8.2007
Maruzza Musumeci
La casa editrice Sellerio ha comunicato che uscirà a ottobre il nuovo romanzo di Andrea Camilleri, una "favola per adulti".
Cliccare qui per leggere la scheda del libro
 
 

La Repubblica, 12.8.2007
Le tendenze. Oggetti ritrovati. Bauli. Gli armadi da viaggio tornano a casa
Da Plauto a Harry Potter scrigno di segreti e magia

[…]
Capita infatti che il baule funga da cassa da morto. […] Quando la “picciotta” della “Vampa d’agosto” di Camilleri fa girare la torcia “supra le pareti, gli infissi incellofanati, il baullo”, è per lei una “discesa agli inferi”. Il baule che contiene da tanti anni il cadavere della sorella, dentro a una villetta seminterrata nella sabbia per nascondere un abuso edilizio, mostra la sua natura di riserva delle memorie rimosse, che è meglio insabbiare.
[…]
Daria Galateria
 
 

Il Mattino, 13.8.2007
L’isola delle tre dolcezze

Noi, purtroppo, la cammarera Adelina non ce l’abbiamo. Ma ce la sogniamo di notte la caponatina e la pasta ’ncasciata che prepara al commissario Montalbano. Ora però che, grazie a Andrea Camilleri, sappiamo quasi tutto sulla cucina siciliana, ci resta un dubbio: che cosa beve il nostro siculo gourmet? Gli piacciono i robusti vini dell’Etna o, data la localizzazione geografica di Vigàta, ama di più il Cerasuolo di Vittoria? E i vini dolci, le magnifiche Tre Emme (Marsala, Moscato e Malvasia) dove sono? Reperiamo a stento un bicchiere di Marsala nel romanzo “Il corso delle cose”, dobbiamo accontentarci di un Anicione ne “La voce del violino” e di un liquore al mandarino ne “La pazienza del ragno”. Ahi ahi, Salvo. Provvederemo noi a rifornire casa Montalbano con le migliori produzioni delle vigne dolci di Sicilia. Incominciando da una vera novità che arriva proprio dalla sua provincia: Siracusa. Lungo la strada del vino della Val di Noto incrociamo infatti le vie del Moscato di Siracusa. Una produzione doc quasi scomparsa che negli ultimi tempi è stata rilanciata e presto farà concorrenza ai vini dolci più blasonati. Le aziende non sono tante. In Contrada Frescura, sul pianoro compreso tra la valle dell’Anapo e il vallone Fontanelle, c’è quella di Gaetano Blundo. Da secoli qui si coltiva la vite e Blundo ha reimpiantato, nel 1999, nuovi vigneti per la produzione superiore del Moscato. In contrada Targia c’è l’azienda agricola Pupillo, nata ai primi del secolo scorso. I discendenti del barone Antonio hanno ricostituito le vigne di Moscato per riproporre in quantità limitata, con bottiglie numerate, l’antico nettare. La strada della seconda Emme, la Malvasia, vitigno dai riflessi ambrati importato in Sicilia dai primi colonizzatori greci, si estende per appena 18 chilometri. Tanto è il percorso nei tre comuni dell’isola di Salina, tra le sette sorelle Eolie quella che forse ha saputo meglio conservare la sua anima rurale. Si dice che il nome del vitigno derivi da Monemvasìa, cittadina del Peloponneso. Ed è oggi difficile credere che da questa piccola isola vulcanica nell’Ottocento una potente flotta commercializzasse questo vino in tutto il Mediterraneo, prima che la fillossera distruggesse buona parte dei vigneti. Le uve dorate vengono esposte al sole sui cannizzi (graticci di canne) per due settimane. Poi il mosto viene affinato per otto mesi. A detta degli esperti, forse la miglior malvasia delle Lipari è attualmente quella dell’azienda agricola Virgona che si trova nella zona collinare di Malfa. Sempre nello stesso comune c’è l’azienda di Francesco Fenech, una tradizione di famiglia nella produzione di questo magnifico vino da dessert. A Capo Faro, frazione di Malfa, opera Nino Caravaglio, che è presidente del Consorzio dei produttori. Ma affacciato su un vigneto a strapiombo sul mare, tra i comuni di Malfa e Santa Marina c’è anche Capofaro Malvasia & Resort, la magnifica sosta creata dalla famiglia Tasca d’Almerita che ha acquisito alcuni terreni sull’isola per produrre in quantità limitate un nettare intenso e pieno di sole. Mille ettolitri, questa la produzione complessiva dell’ultimo anno. La malvasia, si sa, è prodotto d’élite. Il suo rilancio si deve in buona parte al bresciano Carlo Hauner, architetto di origine boema, che quarant’anni fa riprese la produzione nel territorio di Santa Maria, in località Lingua, dove c’è un laghetto salato e un vecchio faro. Oggi l’azienda è condotta dal figlio Carlo jr e la produzione è di 50mila bottiglie l’anno. La cantina è una mistica fusione di zappa e tecnologia. Torniamo sulla terraferma per imboccare la strada del Marsala, la terza Emme di eccellenza. Il tour delle vigne trapanesi non è impegnativo dal punto di vista chilometrico, ma ha mille suggestioni storiche da approfondire. Fu John Woodhouse, commerciante di Liverpool, ad applicare per primo ai vini di questa terra le tecniche di produzione del vino «mountain» di Malaga e Jerez. Il risultato fu così interessante che i primi 20mila litri spediti in patria finirono in un baleno. Così cominciarono le fortune degli inglesi. Arrivarono ben presto Benjamin Ingham e Joseph Whitaker e il Marsala restò monopolio d’oltre Manica fino ai primi dell’Ottocento. Quando Vincenzo Florio e poi suo figlio Ignazio entrarono in commercio da industriali, nonchè armatori, e raggiunsero tutto il mondo con le loro 99 navi. Vino da meditazione, come s’usa dire, il Marsala rinasce con la doc dell’86. Zona di produzione l’intera provincia di Trapani, esclusi i territori di Alcamo e le isole di Favignana e Pantelleria (celebre invece per il suo passito). Tra le tante cantine interessanti, impossibile non visitare quelle che appartennero ai Florio, scavate nel tufo e oggi restaurate con rigore filologico. Ventimila metri quadri di archeologia industriale, accesso diretto al mare, un piccolo museo eno-agricolo e la vicenda di un vino famoso narrata dalle bottiglie storiche della casa. Eccellenti i vini delle cantine Donnafugata, da visitare sia a Marsala sia a Pantelleria, dove viene prodotto uno dei migliori passiti italiani, il Ben Ryè. Vale la pena di fermarsi anche a verificare le trasformazioni aziendali succedutesi nel tempo delle Cantine Pellegrino. Fondate nel 1880, cresciute costantemente fino ad affermarsi come una delle più importanti aziende siciliane, oggi le cantine sono tre: quella storica nel centro di Masala; quella in periferia in contrada Cardilla; la terza a Pantelleria, che produce un ottimo passito. (3-fine.Le precedenti puntate sono state pubblicate l’11 e il 12 agosto)
Santa Di Salvo
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 14.8.2007
L’introduzione di Camilleri all’ultimo “Meridiano” svela dei retroscena
Il dialetto di Pirandello
Quando il Nobel si contraddisse
Il Catarella di Camilleri parla col dialetto di Pirandello

È una storia di ripensamenti, contraddizioni, sodalizi e baruffe quella ricostruita da Andrea Camilleri per introdurre le opere teatrali in dialetto di Luigi Pirandello, riunite assieme alla “Maschere nude” in un Meridiano da pochi giorni in liberia (1.920 pagine, 50 euro). Una storia che inizia con una presa di posizione incontrovertibile, da parte del Nobel agrigentino, in merito ai drammi dialettali.
Una storia poco nota, che riguarda la parte della produzione pirandelliana si cui si allungano ancora ombre fittissime: ci ha provato l’autore del “Birraio di Preston” a diradare l’oscurità, con un saggio introduttivo che è una sorta di inchiesta degna del commissario Salvo Montalbano. Un vero e proprio paradigma indiziario, che alla fine inchioda Pirandello, sin dall’inizio colpevole di aver dichiarato il falso, firmando un articolo nel lontano 1909. Articolo nel quale pressappoco dichiara che mai avrebbe messo mano a un’opera teatrale in dialetto. “Una letteratura dialettale è fatta per restare entro i confinidel dialetto”, si legge nel pezzo di Pirandello scritto per la “Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali”. Col mondo “posticcio e convezionale” del teatro dialettale non vuole averci a che fare: non è nelle intenzioni di Pirandello “manifatturare una Sicilia d’importazione” o concepire un’opera da dare in pasto a due attori come Giovanni Grasso e Mimì Aguglia, per i quali “non si può creare, ma tutt’al più si possono far soltanto canovacci e scenari da commedia dell’arte”.
”Una così ferma presa di posizione – scrive dal canto suo Camilleri – non lascia dubbio: mai Pirandello scriverà opere teatrali in dialetto. Ma Pirandello è profondamente siciliano, vale a dire che la contraddizione è nel suo dna”, se è vero che dall’armadio della sua officina creativa spunta il primo piccolo scheletro. Il primo agosto del 1907, due anni prima che uscisse il famigerato articolo, l’autore di “Uno, nessuno e centomila” firma un contratto nel quale si impegna a consegnare alla Compagnia drammatica siciliana, entro la fine del mese successivo, una prima commedia in dialetto, intitolata “U flautu”. E non è finita qui: una seconda commedia, “Giustizia”, sarebbe stata pronta entro il mese di dicembre dello stesso anno. In realtà, le due opere in dialetto quasi di sicuro sono rimaste allo stato di progetto: cosa che apparentemente scagionerebbe Pirandello. Ma le cose sono molto più complicate dell’apparenza: basti pensare che a dirigere la Compagnia drammatica siciliana sarebbe stato Nino Martoglio, commediografo di successo e organizzatore di compagnie teatrali, una sorta di regista ante litteram. È merito o colpa di Martoglio se Pirandello un giorno diventa autore drammatico in dialetto. I due sono grandi amici, a volte scrivono i copioni a quattro mani: il poeta e drammaturgo catanese ha su Pirandello un forte ascendente. Se poi a questo aggiungiamo che proprio in quel periodo al Nord gli attori dialettali cominciano a riscuotere un successo enorme, allora l’intera faccenda si fa meno opaca. Accanto a Giovanni Grasso, da Pirandello certo non amato, troviamo Angelo Musco, col suo temperamento opposto: per lui la commedia non può che confinare, o addirittura confondersi con la farsa. Il caso vuole che Martoglio diventi una sorta di “consulente-direttore” della compagnia di Musco. Questi ha urgente bisogno di nuovi copioni e così, di certo dietro il suggerimento di Martoglio, si rivolge a Pirandello, il quale si lascia convincere adattandogli l’atto unico “Lumie di Sicilia”. Dopo avere assistito alla prima romana, Pirandello in una lettera al figlio Stefano parla della “meravigliosa interpretazione di Musco”.
Sull’onda dell’entusiasmo, ritocca per l’attore catanese i tre atti di “Pensaci, Giacomino”. La commedia ha un enorme successo, ma Musco inaspettatamente la toglie dal calendario. La cosa appare inspiegabile: fatto sta che Pirandello non gradisce affatto, fa la voce grossa con Martoglio e minaccia di ritirare i copioni. Le cose però si ricompongono. “Pensaci, Giacominu!” viene replicata, e i due si riappacificano. Pirandello, come se fosse in trance, fornisce in tre mesi a Musco tre nuovi copioni: “A birritta ccu ‘i ciancianeddi”, “Liolà” e “A giarra”. Ma l’idillio e destinato a durare poco: dal sodalizio si passa di nuovo alle baruffe. Si sa che spesso Musco, sul palcoscenico, fa di testa sua: questa volta non tiene conto della parlata di Girgenti, filologicamente riprodotta da Pirandello in “Liolà”, inquinandola coi suoni catanesi. Ne viene fuori un dialetto incomprensibile: Pirandello è su tutte le furie, Martoglio cerca di fare da paciere. La collaborazione tra Pirandello e Musco però, malgrado tutto, continua: il risultato è la traduzioni in dialetto della “Morsa” e di “Tutto per bene”, il cui titolo diventa “Ccu ‘i guanti gialli”: anche se sulla trasposizione linguistica effettuata, lo stesso Camilleri avanza parecchie riserve. Ci sono poi da aggiungere le commedie scritte a quattro mani con Martoglio, ossia “A vilanza” e “Cappiddazzu paga tutt”: siamo nel 1917 e la cosa è molto strana, dal momento che i due hanno idee diametralmente opposte sul dialetto. Per Pirandello si tratta infatti di un’operazione filologica, per Martoglio invece di una riduzione macchiettistica. Due anni dopo, l’infaticabile Martoglio fonda e dirige al Teatro Argentina di Roma la “Compagnia drammatica del Teatro Mediterraneo”. Nel comitato artistico troviamo lo stesos Martoglio, accanto a Pirandello e a Rosso di di San Secondo: i tre moschettieri della drammaturgia isolana. L’intento è quello di rivalutare la cultura meridionale e soprattutto la mediterraneità: da qui la scelta di mettere in scena “Il ciclope” di Euripide e “Glauco” di Ercole Luigi Morselli nelle traduzioni in dialetto di Pirandello.
Sulla traduzione in dialetto dell’opera del tragediografo greco, Camilleri scrive delle pagine di innegabile acume: ci si trova di fronte a una sorta di agnizione, al riconoscimento di una vera e propria appartenenza al magistero pirandelliano. In altro luogo, infatti, lo scrittore empedoclino ha scritto delle numerose messe in scnea da lui dirette del “Ciclopu” e dell’influsso esercitato dalla miscela di parlata agrigentina e catanese abilmente confezionata da Pirandello (a questo proposito, Camilleri parla di “raffinatezza dialettale”). Viene allora da dire che l’appuntato Catarella, in quanto esilarante e irresistibile invenzione linguistica, è una diretta filiazione dell’Ulisse di Euripide “sub specie dialettale”. Mentre la parlata del Ciclope, che sprigiona una buona dose di espressività popolaresca e contadina, la ritroveremo in bocca a Zosimo e agli altri personaggi del “Re di Girgneti” (2001), dove il vernacolo secentesco, abbondantemente storpiato, si mescola con la lingua degli autori del “siglo de oro”.
Alla fine del saggio introduttivo, Camilleri mette a posto tutte le tessere del suo puzzle, citando un altro articolo di Pirandello, intitolato “Dialettalità” (agosto-ottobre 1921): rispetto alla sua presa di posizione iniziale, ci si trova perfettamente agli antipodi. Sono trascorsi ventidue anni, durante i quali tante cose sono accadute. Ora il dialetto per Pirandello è una “vera e propria creazione di forma”; la dialettalità è da intendere come unico e vero idioma, vale a dire come essenziale proprietà d’espressione. Il caso è definitivamente chiuso: “Ora egli sa – conclude Camilleri – quale linfa vitale sia stato, e sia, il dialetto per dare vita e vigore all’albero della sua lingua”. Frase, questa, che per l’autore di Montalbano ha un sapore fortemente autobiografico.
Salvatore Ferlita
 
 

La Repubblica, 14.8.2007
”Sheol” di Marcello Fois
La soluzione finale

[…]
Fois è amico di di Carlo Lucarelli e di Andrea Camilleri con cui condivide la passione per il genere giallo, adotta una scrittura molto connotata regionalmente, anche se dichiara, a proposito dello scrittore siciliano: “Lui ha inventato un linguaggio, io uso la mia lingua madre”.
[…]
Alessandra Rota
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 17.8.2007
L’anticipazione
Sellerio pubblica un attacco al giallo

L’editore di Montalbano si schiera contro il noir. Dopo la pausa estiva, la casa editrice Sellerio riparte a settembre con un libro destinato a fare discutere, “Il correttore di bozze” di Francesco Recami.
[…]
”Il correttore di bozze è un libro su cui noi puntiamo moltissimo – dice Antonio Sellerio – È un attacco netto e senza compromessi al giallo, ma anche una storia incalzante e surreale”. Negli ultimi anni l’editore palermitano ha legato il suo nome proprio al genere giallo, pubblicando molte opere di scrittori come Camilleri, Carofiglio, Piazzese e Bartlett. Inveitabile, quindi, che il libro di Recami sia destinato ad animare dibattiti e polemiche.
f.m.b.
 
 

La Repubblica, 17.8.2007
Il ritorno del pregiudizio

[…]
Come già capiva Sciascia, quel che del Sud angustia, quel che angoscia ogni meridionale di retto sentimento e di ragione, facilmente può, attraverso la complice eccitazione letteraria, diventare per tutti gli altri motivo di attrazione, di amore e di esaltazione: i coltelli che la gelosia fa lampeggiare, il rosso del sangue che colora i quadri di Guttuso, il telefono della tresca cornuta di Camilleri, il gallismo di Brancati, l’amicizia, la minchia, il sonno, il mare, il pesce…
[…]
Francesco Merlo
 
 

Il Foglio, 18.8.2007
Viva le trivelle in Val di Noto (odiate dal papà di Montalbano)
E se il petrolio in Sicilia portasse Ordine? Lettera aperta a Camilleri
Epistole siciliane

Caro Andrea Camilleri –Scrivere queste righe mi costa: mi costa per la riconoscenza che ti devo; mi costa perché sei stato il primo a mettere sulla pagina un’ironia tutta “orientale sicula”, finalmente negando quell’insopportabile luogo comune che vorrebbe la Sicilia letteraria come un blocco unico (dimenticando, per esempio, che a Palermo, i greci, non sono mai arrivati); mi costa perché penso che il “Meridiano” te lo sei meritato; perché sono un fan di Catarella; perché sei l’erede di Nino Martoglio; perché sono abituato a comprendere le ragioni delle persone più grandi di me, e quelle pagine “politiche” dei tuoi libri le leggo alla luce di quanto Francesco Durante mi ha detto qualche giorno fa, a Ravello: “Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile la figura di uno scrittore non engagée”; mi costa per motivi privati e per motivi pubblici; mi costa e basta. Ma proprio per questo devo dirtelo: come ti è venuto in mente di scrivere che, per cercare il petrolio, stavano per trivellare il sagrato del Duomo di Noto?
Mi riferisco all’appello che hai lanciato dalle pagine di Rep. contro la società petrolifera americana “Panther Eureka”. L’unica spiegazione che posso darmi è che tu, abitando da tanto tempo a Roma, sei stato vittima dello stesso luogo comune che infesta la mente di quei viaggiatori estivi (che, tra l’altro, del barocco se ne fottono, più interessati alle sahariane da mettere in valigia), luogo comune che vorrebbe “la” val di Noto (ma come ti è venuto in mente di scrivere “il” Val di Noto) come un unico territorio pieno di ricchezze architettoniche (una specie di megalopoli immensa e tardo-barocca), mentre si tratta, come è normale che sia, di qualche piccolo e splendido paesino, ma con in mezzo un sacco di campagna, dove qualche piccolo e fruttifero buchetto si potrebbe fare senza arrecare nessun danno al paesaggio. Te lo confesso: qualcosa che mi fa veramente “orrore” (come hai scritto tu, “orrore, al di là del colore politico”) c’è, e sono quei turisti “mordi e fuggi”, in caftano, che si fermano, scendono dalla macchina, guardano, dicono “ma che bel paesaggio”, e poi se ne vanno nei dammusi e nei bagli. Te lo dico per metà come figlio di una famiglia proletaria di Porto Empedocle, e per l’altra metà come figlio di una famiglia che palazzi e chiese, a cui l’Unesco ha regalato il titolo di patrimonio dell’umanità, li ha costruiti di tasca propria. Hai mai provato a telefonare, di notte, alle forze dell’ordine, mentre sei in questi sterminati “paesaggi” senza l’ombra di una trivella, ma con qualche porcilaia abbandonata e abbondanza di discariche abusive? Hai mai cronometrato quanto ci mettono ad arrivare? Hai mai provato a dar loro torto quando ti dicono: “Siamo soltanto due pattuglie” (che è vero, e torto non gliene puoi dare). Hai mai sentito parlare di corse notturne e macellazioni clandestine di cavalli? Di omertà e volgari ladri di polli? E furti e incendi e intimidazioni e omicidi? Tu scrivi, a proposito di texani e petrolio: “Questo significa distruggere, in un sol colpo e totalmente, paesaggio e storia, cultura e identità, bellezza e armonia, il meglio di noi insomma, a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi spacciata come azione necessaria e indispensabile per tutti”. Andrea, sei sicuro che nelle campagna tra Noto, Modica, Palazzolo Acreide, ci sia il meglio di noi?
Ti scrivo perché il qualunquismo, da queste parti, abita la classe politica, e non il cittadino (che invece, dal benzinaio, riflette: noi abbiamo i tumori dovuti alla raffineria di Priolo, ma paghiamo la benzina a prezzo pieno, pur essendo una regione a statuto speciale, come la Val d’Aosta), la classe politica che quando parla di turismo non fa altro che vaneggiare di “pacchetti” e “distretti”, e lo fa da decine d’anni, al di là del colore politico. Non è invece che il petrolio possa portare ordine? Mettiamoci la maiuscola: Ordine? Non è che la Costa Smeralda l’hanno fatta i petrolieri? Andrea, ci sentiamo sempre di più come abitanti di una riserva indiana: i politici vengono a prendere voti, e i turisti paesaggi. Ci manca poco che, passando per andare al dammuso, ci veniate a dare il torcibudella in cambio di qualche “deliziosa manifattura dell’artigianato locale, orgoglio del distretto del barocco, offerto nel pacchetto turistico, pubblicizzato sul taxi a Londra”. Andrea, non ti ci mettere anche tu. Spero che altri scrittori siculi facciano sentire la propria opinione. Ma nel frattempo, Andrea, che fai, ci ripensi?
Ciao zione.
Ottavio Cappellani
 
 

La Sicilia, 19.8.2007
Approntati nuovi spettacoli per tutto il mese di agosto

Porto Empedocle.  Il paese che ha dato i natali ad Andrea Camilleri per una settimana sarà «capitale» del teatro almeno in provincia di Agrigento, se non oltre i confini regionali. Comincia oggi la serie di rappresentazioni in programma del Premio Vigata 2007, la rassegna di cinque compagnie di livello nazionale che ogni sera fino a sabato prossimo si alterneranno sul palco allestito in piazza Kennedy. Da mesi l'amministrazione comunale, in questo caso il sindaco Firetto e l'assessore al ramo Carmina sono al lavoro per organizzare nei minimi dettagli l'evento, con il coordinamento tecnico e di chi è del mestiere come Giovanni Volpe e, ovviamente Andrea Camilleri. E proprio il papà del commissario Montalbano è il presidente della giuria che da qui al prossimo fine settimana osserverà e giudicherà le compagnie che si esibiranno dinanzi un pubblico che si preannuncia come sempre numeroso e, in alcuni casi competente. In attesa di avere conferme sulla presenza di Camilleri durante le fasi della rassegna, di certo c'è che tra la giuria spicca la figura di Sebastiano Lo Monaco, ritenuto dagli esperti di teatro il naturale erede del grande Salvo Randone, «animale» da palcoscenico scomparso alcuni anni fa, lasciando a chi recita sul palco una pesante eredità che Lo Monaco sta dimostrando di raccogliere con la propria presenza scenica. Tanti ingredienti dunque renderanno il premio Vigata di quest'anno un momento alto di intrattenimento, attrazione turistica e culturale.
F.D.M.
 
 

Apcom, 19.8.2007
Prodi/ In ferie ‘snobba’ Harry Potter e si dedica a lettura Keynes
Ma anche a libro su De Gasperi e a raccolta opere San Francesco

San Casciano dei Bagni (Siena) – […]
Il premier ha trovato tempo anche per dedicarsi alla lettura di libri gialli come il Commissario [Sic!, NdCFC] Sarti di Loriano Macchiavelli, mentre non è riuscito a leggere i libri di Camilleri che aveva messo in valigia.
[…]
 
 

Porto Empedocle, 20-25.8.2007
Premio Vigata 2007

Il Comune di Porto Empedocle e l'Associazione “Terra di Vigata” organizzano il Premio Vigata 2007 - Rassegna Nazionale di Teatro.
Il Premio è presieduto da Andrea Camilleri; direttore artistico Giovanni Volpe, organizzazione Mario Silvano.
La Rassegna è organizzata secondo la formula del concorso-festival aperto a tutte le Compagnie Teatrali residenti sul territorio nazionale.
La fase finale si terrà a Porto Empedocle (AG), in piazza Kennedy, dal 20 al 25 agosto 2007.
Le domande di iscrizione dovranno pervenire entro e non oltre il 12 agosto 2007.
Per tutte le informazioni visitare il sito del Premio o contattare l'Associazione “Terra di Vigata”, Via Colombo n. 38 – 92014 Porto Empedocle (AG) - tel. e fax 0922637279 - cell. 3290776114 - E-mail info@premiovigata.com / direzioneartistica@premiovigata.com.
 
 

Corriere della sera, 21.8.2007
Il piccolo fratello
I paradisi di Camilleri e le «trivellazioni» dell'inciviltà quotidiana
Non è solo il petrolio a minacciare Noto ma la scarsa coscienza dei suoi cittadini

Non molto tempo fa, Andrea Camilleri ha lanciato un appello contro le minacciate trivellazioni nel Val di Noto barocco, «patrimonio mondiale dell' umanità» per l'Unesco. Mi spiace fare autobiografia, ma a scanso di equivoci devo precisare che sono nato ad Avola e a tre anni sono emigrato. Per quel che conta, ho condiviso l'«orrore» di Camilleri a difesa dei «nostri piccoli e splendidi paradisi», tutti «bellezza e armonia», «cultura e identità». Sono tornato per un paio di settimane al mio paese per godermi quel «piccolo e splendido paradiso» e mi è tornato in mente l'appello di Camilleri. Mi è tornato in mente perché in realtà ho sperimentato come a violentare quei luoghi concorrano quotidianamente «trivellazioni» che non hanno nulla a che fare con i petrolieri multinazionali. E che hanno già scavato nelle profondità delle coscienze dei singoli cittadini. Per rendersene conto, basta scendere in una frequentata spiaggetta avolese. In un centinaio di metri troverete, sopra il fitto tappeto di mozziconi, ciò che più o meno trovate in molte spiagge del Sud ma in quantità e varietà straordinarie: sacchetti e bicchieri di plastica, fazzoletti usati, cocci di vetro, bucce di anguria, vecchi bastoni di ombrelloni, cannucce per bibite, lattine, ferri arrugginiti, un tratto di filo spinato, un cartone di latte, la lisca di un cefalo, bastoncini di gelato da passeggio, un tubetto strizzato di dentifricio, una ciabatta, un mattone, una rete da pesca raggrinzita, un paio di tegole, la base di una sedia, un flacone di sapone liquido, una buccia di banana, un tubo flessibile da impianto elettrico, un pacchetto di Marlboro da dieci, una spugnetta da cucina e mi manca lo spazio per continuare. Ripeto: in cento metri. Altro che «paradiso, bellezza e armonia». Se poco più in là chiedete all'operaio che al mattino irrompe sulla ruspa per pulire un'altra spiaggia - per fortuna messa un po' meglio della precedente - come mai, dopo il suo passaggio, la sabbia rimane piena di mozziconi, vi risponderà che «usando il setaccio le pietre bloccherebbero la macchina». Dunque, a che serve la ruspa? «A niente», sorriderà, «chiedete in Comune». La responsabilità è sempre altrove. Sabato sul Foglio un altro autore siciliano, Ottavio Cappellani, ha scritto una lettera aperta a Camilleri intitolata «E se il petrolio in Sicilia portasse Ordine?». Certo, se i pozzi porteranno nel Val di Noto lo stesso ordine che in passato hanno portato le raffinerie a Priolo, c' è da star freschi... Ma lasciamo perdere. Cappellani ritiene che Camilleri abbia passato troppo tempo a Roma per cogliere i veri «orrori» dell' isola. Che sarebbero, in primo luogo... altrove: e cioè tra «i turisti "mordi e fuggi", in caftano», i quali però imperversano in tutto il mondo e non solo nel Val di Noto (si usa il maschile, caro Ottavio, perché deriva da «vallo» che era il distretto arabo). Nell'elenco di Cappellani vengono, ma solo dopo, le porcilaie abbandonate, le discariche abusive, la cronica penuria di forze dell'ordine. A seguire (e un pò alla rinfusa): furti, incendi, omertà, intimidazioni e omicidi. Però proviamo ogni tanto a parlare di (a)normale (in)civiltà quotidiana. Che dire, per esempio, di un'agenzia che affitta al «forestiero» (senza caftano, lo giuro) desideroso di godersi «paradiso, bellezza e armonia» un appartamento invaso da grossi scarafaggi. Una disinfestazione? Macché. E se hai già versato la caparra (700 euro) e vuoi dartela a gambe perché non ti va di convivere con gli scarafaggi per due settimane, ti sentirai ingiungere di pagare piuttosto l'altra metà. A proposito, ricevuta della caparra? Non se ne parla. Forse ha ragione quel lettore che scriveva ad Antonio D'Orrico sul Magazine: «La sola chiave per raccontare la Sicilia oggi sarebbe l'horror». Però con che effetto? La letteratura è solo horror, ormai. Ma questo è un altro discorso.
Paolo Di Stefano
 
 

Panorama, 21.8.2007
Booklist: dal Gattopardo a Sciascia fino ai segreti di Montalbano

[…]
“Quando non ho ispirazione, prendo in mano un libro a caso di Sciascia. E mi torna la voglia: si rimette a girare il cervallo”, ha dichiarato Andrea Camilleri in un’intervista. I frutti del metodo si vedono: “La vampa d’agosto” (Sellerio) è solo un esempio. Mentre in “Vi racconto Montalbano. Interviste” (Datanews), lo scrittore snocciola altri segreti della sua scrittura, e anche della sua terra.
[…]
 
 

Il Messaggero, 22.8.2007
Montalbano a Santa Fiora

Ricco il cartellone culturale del Festival della Musica di Santa Fiora (Gr). Oggi Enrico Mentana e Andrea Camilleri alle 18, nel Palazzo comunale dibatteranno su “Il Commissario Montalbano”. […]
 
 

Il Tirreno (Grosseto), 22.8.2007
L'Amiata di Camilleri

Grosseto. Andrea Camilleri a Santa Fiora. Promosso dall'amministrazione...i saluti del sindaco Renzo Verdi, Camilleri verrà intervistato, sui temi dell'importanza [...]
 
 

La Nazione (ed. di Grosseto), 22.8.2007
Da più di quaranta anni lo scrittore Andrea Camilleri […]
 
 

Imago romae, 22.8.2007
Panneggi, ovvero una proposta di Libri per la fine dell'Estate
From the Flickr group

L'estate sta finendo, apparentemente, e allora tento di consigliarvi qualche libro da leggere al ritorno a casa, lontani dal frastuono delle spiagge o delle montagne (da un pezzo non più silenziose!) o dalle città turistiche e d'arte come Roma.
Il primo è “Il colore del Sole”, di Camilleri, per l'editrice Mondadori. Libro amato da pochi giudicato da molti illeggibile, noioso, furbo, sospetto semplicemente perché invece si colloca un gradino al di sopra del solito Montalbano. Non è quasi un giallo ma piuttosto una descrizione fulminante degli ultimi mesi di vita del Caravaggio, tra Malta e la Sicilia, prima di finire assassinato in Toscana per mano delle lame dei Cavalieri di Malta. La parte affascinante è la descrizione della singolare affezione del pittore, una maledizione satanica che gli fa vedere il sole nero, un mondo cupo e poco illuminato che se impreziosisce le sue opere, lo rende sospetto di commerci diabolici, maledetto e infame.
[…]
Iperio
 
 

La Nazione (ed. di Lucca), 23.8.2007
Santa Fiora - Conoscevo Santa Fiora anche prima di v[...]
Irene Blundo
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 23.8.2007
Da stasera a sabato rassegna di teatro a piazza Kennedy
Il premio Vigàta targato Camilleri anima l'agosto di Porto Empedocle

Nato dalla volontà di Andrea Camilleri, il premio Vigàta a Porto Empedocle, accende i riflettori sulla drammaturgia contemporanea ma soprattutto cerca nuove chiavi interpretative per la messa in scena dei classici. La rassegna nazionale di teatro contemporaneo, in corso in questi giorni in piazza Kennedy, si concluderà questo fine settimana con alcuni degli eventi clou e a seguire la premiazione finale. Oggi alle 21,30 in piazza Kennedy andranno in scena due atti unici: “Sutta scupa” di Giuseppe Massa, che racconta la storia di due lavoratori precari nella sala d’attesa di un’azienda. Alle 22,45 seguirà “Antica Babilonia” di Carmine Borrino, storia di un carabiniere italiano in missione a Nassirya. Domani alle 21,30 si chiude con “Malerba e la lupa” di Giovanni Volpe. La premiazione è sabato alle 21.
l.n.
 
 

New York Times, 23.8.2007
Op-Ed Contributor
Italy’s American Baggage

The century we left behind us just seven years ago was brilliantly described by the British historian Eric Hobsbawm as “the short century.” But perhaps a more exact definition would be “the compressed century,” for never has a period of 100 years seen so many world wars, so many scientific and technological advances, so many revolutions, so many epoch-making events piled almost one on top of the other. Indeed, the past century seems rather like a suitcase too small to hold everything that happened: it’s too crammed with used clothing, some of which hinders us from closing it and putting it away in the attic once and for all.
One such hindrance is the case of Nicola Sacco and Bartolomeo Vanzetti. In the previous century millions of men and women died in wars, epidemics, genocides and persecutions, and unfortunately their memory is all too much in danger of vanishing. Yet the deaths of Sacco and Vanzetti in the electric chair 80 years ago today, as much as those of John and Robert Kennedy by assassins’ bullets, are destined to remain in our minds. Perhaps this is because, as with the Kennedy brothers, we still have difficulty accepting the reasons, or lack thereof, for their deaths. And in Italy, where meaningless (or all too meaningful) killing has long been part of the political landscape, this uneasiness is keenly felt.
In the case of Sacco and Vanzetti, it seemed immediately clear to many in Europe and the United States that their arrest in 1920 — initially for possession of weapons and subversive pamphlets, then on a charge of double murder committed during a robbery in Massachusetts — the three trials that followed, and their subsequent death sentences were intended to make an example of them. And this regardless of the utter lack of evidence against them and in spite of defense testimony by a participant in the robbery who said he’d never seen the two Italians.
The perception was that Sacco, a shoemaker, and Vanzetti, a fishmonger, were the victims of a wave of repression sweeping Woodrow Wilson’s America. In Italy, committees and organizations condemning the sentence sprouted up as soon as it was announced. By the time the sentence was carried out in 1927, Fascism had been in power in Italy for nearly five years and was brutally consolidating its dictatorship, persecuting and imprisoning anyone hostile to the regime — including anarchists, naturally. And yet when Sacco and Vanzetti were executed, the biggest Italian daily, Milan’s Corriere della Sera, did not hesitate to give the story a six-column headline. Standing out glaringly among the subheads was the assertion: “They were innocent.”
There is probably not a single Italian newspaper that has not devoted an article to the case every Aug. 23 from 1945 to the present. In 1977, much prominence was given to the news that Michael Dukakis, then the governor of Massachusetts, officially recognized the miscarriage of justice and rehabilitated the memory of Sacco and Vanzetti.
In Italy, their story became the subject of a drama that enjoyed great success on the stage before it was made, in 1971, into an excellent film by Giuliano Montaldo, with splendid performances and a soundtrack by Ennio Morricone that included songs by Joan Baez. (Woody Guthrie’s 1960 album, “Ballads of Sacco and Vanzetti”, also enjoyed wide distribution in Italy.) And in 2005, the Italian state TV network RAI produced a long program on the two executed Italians. (Oddly enough, for some reason the network has never shown “The Sacco-Vanzetti Story,” a 1960 made-for-television movie directed by Sidney Lumet, even though it acquired the rights long ago.)
And now an Italian Internet site has an active discussion of the two anarchists’ case. One of the many contributors writes: “Those poor guys were only guilty of fighting racism and xenophobia.” Another: “What has changed? The death penalty still exists in America, even for those who are sometimes innocent, and racism and xenophobia are on the rise ...” And a third: “It is impossible to compare that period with this one. Nowadays the courts make mistakes, serious ones, but mistakes nevertheless, whereas back then outright murder was committed, for purely political ends. And even if racism is still alive and well in the United States, great progress has been made.” Finally, a conclusion: “That was a nasty affair in a difficult time.”
A nasty affair indeed, if Italians, generally indulgent toward the land that has welcomed so many of its destitute emigrants, are still dwelling on it after all these years. Apparently the debate is still ongoing. A sign, perhaps, that the wound has not yet healed. And that we still can’t close the suitcase, no matter how hard we try.
Andrea Camilleri
Andrea Camilleri is the author of "The Patience of the Spider" and other novels in the Inspector Montalbano series. This article was translated by Stephen Sartarelli from the Italian.

Correction: August 30, 2007
A recent Op-Ed article about the execution of Nicola Sacco and Bartolomeo Vanzetti described the original charges against the two men incorrectly. The charges did not include possession of subversive pamphlets. And Sacco and Vanzetti faced only one trial together, not three.
 
 

Corriere della sera, 23.8.2007
Personaggi. Incontro con lo scrittore che partecipa con “Donne informate sui fatti” alla finale del premio veneziano
Fruttero
”Quando eravamo insieme ci boicottavamo ma com’è triste il Campiello senza Lucentini”

[…]
Fruttero qualche giallo anche seriale lo legge: “Camilleri, Carofiglio, Connelly. La cosiddetta Letteratura no: dopo Manzoni che cos’altro puoi scrivere?”.
[…]
Cristina Taglietti
 
 

La Repubblica, 24.8.2007
Un articolo di Andrea Camilleri per il “New York Times”
Sacco e Vanzetti, una sporca faccenda nell'America della pena capitale
La storia dei due anarchici è stata ripresa da cinema e teatro
La loro morte, 80 anni fa, è destinata a rimanere nella nostra mente

Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle appena sette anni fa è stato brillantemente descritto dallo storico britannico Eric Hobsbawm "il secolo breve". Una definizione forse più esatta, però, sarebbe "il secolo compresso", perché mai un periodo di 100 anni ha visto così tante guerre mondiali, così tanti progressi scientifici e tecnologici, così tante rivoluzioni, così tanti eventi epocali ammonticchiati l'uno sull'altro. Il secolo passato sembra come una valigia troppo piccola per contenere tutto quello che è successo: è troppo piena di vestiti vecchi, e ce ne sono alcuni che ci impediscono di chiuderla e metterla via in soffitta una volta per tutte. Uno di questi è il caso di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Nel secolo trascorso, milioni di uomini e donne sono morti in guerre, epidemie, genocidi e persecuzioni, e purtroppo la loro memoria corre serissimo rischio di scomparire.
Eppure la morte di Sacco e Vanzetti sulla sedia elettrica 80 anni fa, così come la morte di John e Robert Kennedy sotto i proiettili dei killer, sono destinate a rimanere nella nostra mente.
Forse perché, come per i fratelli Kennedy, troviamo ancora difficile accettare le ragioni, o la mancanza di ragioni, della loro morte. E in Italia, dove l'omicidio insensato (o fin troppo sensato) è stato per lungo tempo un elemento del panorama politico, questo disagio lo si avverte con asprezza.
Nel caso di Sacco e Vanzetti, sembrò subito chiaro a molti, in Europa e negli Stati Uniti, che il loro arresto, nel 1920 - inizialmente per possesso di armi e materiale sovversivo, poi con l'accusa di duplice omicidio commesso nel corso di una rapina nel Massachusetts - i tre processi che seguirono e le successive condanne a morte erano pensati per dare, attraverso di loro, un esempio. E questo nonostante la completa mancanza di prove a loro carico, e a dispetto della testimonianza a loro favore di un uomo che aveva preso parte alla rapina e che disse di non aver mai visto i due italiani.
La percezione era che Sacco, un calzolaio, e Vanzetti, un pescivendolo, fossero le vittime di un'ondata repressiva che stava investendo l'America di Woodrow Wilson. In Italia, comitati e organizzazioni contrari alla sentenza spuntarono come funghi non appena essa fu annunciata. Quando la sentenza fu eseguita, nel 1927, il fascismo era al potere in Italia da quasi cinque anni e consolidava brutalmente la propria dittatura, perseguitando e imprigionando chiunque fosse ostile al regime, inclusi naturalmente gli anarchici. Eppure, quando Sacco e Vanzetti furono giustiziati, il più grande quotidiano italiano, il Corriere della sera, non esitò a dedicare alla notizia un titolo a sei colonne. In bella evidenza tra occhielli e sottotitoli campeggiava un'affermazione: "Erano innocenti".
Non c'è probabilmente un solo quotidiano italiano che non abbia dedicato un articolo a questo caso, ogni 23 agosto, dal 1945 a oggi.
Nel 1977 fu dato grande risalto alla notizia che Michael Dukakis, all'epoca governatore del Massachusetts, aveva riconosciuto ufficialmente l'errore giudiziario e aveva riabilitato la memoria di Sacco e Vanzetti.
In Italia, la loro storia diventò il soggetto di uno spettacolo teatrale, che ebbe grande successo prima di venire trasformato, nel 1971, in un bellissimo film, diretto da Giuliano Montaldo, con splendide interpretazioni e una colonna sonora di Ennio Morricone, che comprendeva anche canzoni di Joan Baez. (Anche l'album di Woody Guthrie, “Ballads of Sacco and Vanzetti”, del 1960, ebbe un grande successo in Italia.). E nel 2005, la Rai, la televisione pubblica italiana, ha prodotto un lungo programma sui due italiani giustiziati. (Stranamente, per qualche ragione, la Rai non ha mai trasmesso, nonostante ne abbia acquisito i diritti molto tempo fa, “The Sacco-Vanzetti Story”, un film per la televisione girato nel 1960 da Sydney Lumet.)
E adesso un sito italiano ospita una vivace discussione sul caso dei due anarchici. Uno dei tanti partecipanti al dibattito scrive: "L'unica colpa di quei poveracci era di lottare contro il razzismo e la xenofobia".
E un altro: "Che cosa è cambiato? La pena di morte in America esiste ancora, certe volte perfino per degli innocenti, e il razzismo e la xenofobia sono in aumento". E un terzo: "È impossibile fare paragoni fra quel periodo e questo. Oggi i tribunali fanno errori, errori gravi, ma comunque errori, mentre allora fu commesso un omicidio bello e buono, a fini esclusivamente politici. E anche se il razzismo è ancora vivo e vegeto negli Stati Uniti, sono stati fatti grandi passi avanti". Infine, una conclusione: "Fu una faccenda sporca in un'epoca difficile".
Una faccenda sporca davvero se gli italiani, solitamente indulgenti verso la terra che ha accolto così tanti loro concittadini bisognosi che partivano emigranti, ci si soffermano ancora, dopo tutti questi anni. Il dibattito, a quanto sembra, è tuttora in corso. Un segnale, forse, che la ferita non si è ancora cicatrizzata. E che ancora, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a chiudere quella valigia.
Andrea Camilleri
Copyright The New York Times Syndicate. Traduzione di Fabio Galimberti
 
 

La Stampa, 24.8.2007
Sacco e Vanzetti, ferita aperta

Il secolo che ci siamo da solo sette anni lasciato alle spalle è stato brillantemente definito da un grande storico inglese «il secolo breve». Ma forse una definizione più esatta sarebbe «il secolo compresso», perché mai in cento anni sono accadute tante guerre mondiali, tante scoperte scientifiche e tecnologiche, tante rivoluzioni, tanti eventi che «hanno sconvolto il mondo», per rubare un titolo a John Reed, tanti fatti epocali che si sono sovrapposti l’uno all’altro quasi togliendoci il respiro. Il secolo trascorso si configura come una valigia troppo piccola per contenere tutto ciò che è accaduto, è troppo stipata da abiti usati, alcuni dei quali ne ostacolano la chiusura facendo sì che non si possa riporre definitivamente in soffitta.
Uno di questi ostacoli è indubbiamente il caso Sacco e Vanzetti. Sono morti, nel secolo passato, centinaia di milioni d’uomini e donne per guerre, epidemie, genocidi, persecuzioni e la loro memoria purtroppo rischia di perdersi anche troppo facilmente. Ma di alcune singole morti, come nel caso di Sacco e Vanzetti o dei fratelli Kennedy o di Rabin e di altri, la memoria è destinata a durare. Forse perché non conta né la posizione sociale né il modo della loro morte (tanto per fare qualche esempio, Sacco era un calzolaio, Vanzetti un pescivendolo, e morirono sulla sedia elettrica, John F. Kennedy era il presidente degli Stati Uniti e morì ucciso a Dallas), quanto piuttosto il «perché» delle loro uccisioni. Si tratta di «perché» che aprono interrogativi ai quali è assai difficile dare una risposta definitiva e valida per tutti coloro che la domanda si pongono.
Nel caso specifico di Sacco e Vanzetti, apparve subito chiaro a moltissimi, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, che col loro arresto, prima con l’accusa di detenzione di volantini sovversivi e di armi, quindi con quella di duplice omicidio nel corso di una rapina, i tre processi che subirono e la successiva condanna a morte si voleva dare un esempio al di là dell’assoluta mancanza di prove contro i due anarchici e anzi, malgrado la testimonianza a discarico di un partecipante alla rapina che dichiarò di non avere mai visto i due italiani. Si percepì subito che Sacco e Vanzetti erano vittime di un’ondata repressiva che investiva gli Stati Uniti guidati da Wilson e questo fece sì che sorgessero dovunque, in Italia, comitati e organizzazioni contro la condanna. Quando questa venne eseguita, nel 1927, il fascismo in Italia era al potere da quasi cinque anni e stava consolidando brutalmente la dittatura, perseguitando e incarcerando chiunque fosse avverso al regime, anarchici compresi, naturalmente.
Eppure quando i due vennero giustiziati, il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, non esitò a dare la notizia con un titolo su sei colonne e nei sottotitoli, messa in molta evidenza, la frase: «Erano innocenti». Dal 1945 a oggi, a ogni 23 agosto si può dire che non ci sia stato giornale italiano che non abbia dedicato articoli più o meno lunghi alla vicenda. Molto rilievo venne dato, nel 1977, alla notizia che Michael Dukakis, governatore del Massachusetts, aveva ufficialmente riconosciuto gli errori processuali e riabilitata la memoria dei due anarchici.
Ma la storia di Sacco e Vanzetti non è rimasta chiusa nelle pagine dei giornali. In Italia è diventata prima un dramma che conobbe un vasto successo sui palcoscenici e poi, nel 1971, un ottimo film diretto da Giuliano Montaldo, splendidamente interpretato, con la colonna sonora di Ennio Moricone e canzoni su testi di Joan Baez (e larga diffusione aveva avuto anche da noi la “Ballads” di Woody Guthrie). Recentemente la Rai (la tv di Stato) ha dedicato una lunga e ben fatta trasmissione ai due italiani giustiziati ma non ha mai mandato in onda, chissà perché, “The Sacco-Vanzetti Story” di Reginald Rose, diretto da Sidney Lumet, che pure ha acquistato da molti anni. Proprio in questi giorni un sito Internet aperto a tutti si è interessato alla vicenda dei due anarchici.
Sorprendente è stata la grande quantità di interlocutori che son voluti intervenire. Trascrivo alcuni pareri. Uno scrive: «Questi poveretti avevano come colpa quella di combattere il razzismo e la xenofobia». E un altro: «Cosa è cambiato? La pena di morte in America sussiste ancora anche per chi a volte è innocente, il razzismo e la xenofobia colpiscono sempre di più...». E un terzo: «Impossibile paragonare quel periodo a questo, ora ci sono errori giudiziari, gravi ma errori, allora si compivano omicidi veri e propri, solo a scopo politico. E anche se esiste ancora fortemente il razzismo, negli States si sono fatti enormi passi avanti».
E infine una conclusione: «Quella fu una brutta storia in un’epoca dura». Già, proprio una gran brutta storia. A sentire questi dialoghi, il dibattito è sempre vivo e aperto. Segno che la ferita ancora non si è rimarginata. E che la valigia non si riesce in nessun modo a chiuderla.
Andrea Camilleri
(Questo articolo di Andrea Camilleri è stato pubblicato ieri negli Stati Uniti sul «New York Times»)
 
 

Il Tirreno, 24.8.2007
Montalbano? Non lo faccio morire
Fiora Bonelli
 
 

La Nazione (ed. di Grosseto), 24.8.2007
Dopo lo straordinario successo dell'incontro con il maestro Andrea Camilleri che [...]
 
 

La Stampa, 24.8.2007
Vercelli. Dopo il crollo di spettatori del 2006-7
Un questionario per salvare il teatro in crisi
Già in cartellone l’Aldo Moro di Augias e la pièce da Camilleri di Lucia Grosso

[…]
Al Civico vedremo così […] Francesco Paolantoni con «La concessione del telefono» di Camilleri.
[…]
Gloria Pozzo
 
 

RaiTre, 25.8.2007
Rai Edu - Vietato ai minori
L'ospite della puntata odierna sarà Andrea Camilleri.
 
 

La Sicilia, 25.8.2007

Porto Empedocle. Stasera gala di premiazione in piazza Kennedy a Porto Empedocle. La cerimonia è l'epilogo della rassegna nazionale di teatro contemporaneo, svoltasi durante la settimana sullo stesso palco empedoclino.
Queste le commedie partecipanti: «Agata» di Maria Teresa De Sanctis, «Classe di ferro» di Aldo Nicolaj, «Canto per il poeta più grande del mondo» di Fabio Monti, «I tempi stanno per cambiare» di Luigi Bernardi e Rosario Palazzolo, «Sutta scupa» di Giuseppe Massa, «Antica Babilonia» di Carmine Borrino, «Malerba e la lupa» di Giovanni Volpe.
Quest ultimo, ha curato la direzione artistica della rassegna, affiancato dall'organizzatore Mario Silvano e dalla collaborazione dell'assessore allo Sport e Spettacolo del comune di Porto Empedocle, Edoardo Carmina.
Ospiti dell'evento gli attori Leona Peleskova e Sebastiano Lo Monaco, apprezzato nelle precedenti stagioni teatrali al Pirandello per il suo ruolo di protagonista, il professore Giuseppe Lotta del Dams di Bologna e il critico Toti Ferlita.
La manifestazione culturale, organizzata nel quadro delle iniziative promosse dal Comune per allietare le sere d'estate, ha incontrato i favori di un pubblico eterogeneo.
Piazza Kennedy per l'occasione si è trasformata in un teatro a cielo aperto, con tanto di sipario e platea.
La risposta positiva degli empedoclini induce la macchina burocratico-amministrativa a predisporre per i prossimi anni cartelloni culturalmente impegnati con particolare attenzione al mondo del teatro.
Ricordiamo, che la Rassegna teatrale è stata presieduta dallo scrittore empedoclino Andrea Camilleri. Quest'ultimo, per impegni improrogabili di lavoro, non potrà essere presente alla serata di oggi, c'è un libro che sta per uscire nelle librerie.
Infatti, per ottobre, Andrea Camilleri tornerà in libreria con un nuovo romanzo storico. Un romanzo, dove la protagonista è una ragazza di Vigata, con una vita travagliata.
In questa caldissima estate 2007, Camilleri sta lavorando a ritmi impressionanti. Tra presentazione di libri e serate culturali varie, lo scrittore, non si è concesso molte pause. Inoltre, curato dal giornalista Lorenzo Rosso, a settembre, uscirà proprio un libro che parlerà dello scrittore empedoclino.
D. A.
 
 

Adnkronos, 26.8.2007
Libri: 'Caffe' Vigata', l'incontro tra i due Montalbano

Reggio Emilia - ''Un libro di metaletteratura'' secondo l'editore Aliberti, quello scritto da Lorenzo Rosso, giornalista torinese da vent'anni trasferitosi in Sicilia. ''Caffe' Vigata'' racconta l'incontro tra il commissario Montalbano dei libri di Camilleri e il suo doppio della fiction di Raiuno attraverso una conversazione tra l'autore e lo scrittore siciliano.
''Si torna dentro la Vigàta -afferma l'editore in una nota- quella vera, la Porto Empedocle che non esiste piu', se non nei racconti di qualche 'sopravvissuto', dove arriva forte l'odore del mare e le navi entrano ed escono dal porto a ritmi vertiginosi. Si torna agli anni della guerra -prosegue- e dei bombardamenti, quando al liceo ci si andava in littorina. Si torna alle prime pulsioni, maturate davanti alle persiane verdi della casa che poi divento' la Pensione Eva. Si torna -aggiunge l'editore- con la memoria alla partenza, quella cui ogni siciliano non si sottrae, per riscattare le proprie sorti''.
''I rapporti con Leonardo Sciascia all'ombra di Verga e Pirandello -si legge ancora nella nota- il racconto di un successo che ha tardato a venire e di tutte le cose che sono accadute nel frattempo, la passione per i romanzi storici e una quantita' indicibile di libri letti e immaginati, la ricerca linguistica per preservare un patrimonio che va perdendosi, i bilanci e il futuro. Il racconto lungo una vita -conclude- dello scrittore piu' amato dagli italiani''.
 
 

26.8.2007
Vigàta mon amour
È stata annullata la riproposizione dello spettacolo, inizialmente prevista per martedì 28 agosto 2007 a Marsala (TP) (Teatro del parco archeologico di Porta Nuova).
 
 

Il Popolano, 28.8.2007
In attesa che venga concretizzato il “progetto-Rai”
"Il fantasma nella cabina"
L'opera lirica in video, tratta da un racconto di Andrea Camilleri, è stata realizzata dal produttore cinematografico sandemetrese Demetrio Loricchio, il quale nei giorni scorsi l'ha portata alla visione dei suoi concittadini nell'Anfiteatro comunale del centro arberesh

San Demetrio Corone. Come ogni estate, Demetrio Loricchio, produttore cinematografico sandemetrese trapiantato da anni a Roma, ha trascorso le vacanze nel suo paese d'origine e si è portato con sè, come ogni anno, la sua ultima fatica da far vedere ai suoi concittadini nell'Anfiteatro comunale. Si tratta de "Il fantasma nella cabina", un'opera lirica in video tratta da un racconto di Andrea Camilleri
Il celebre scrittore siciliano aveva scritto per la Stampa di Torino otto gialli della serie "Il commissario di bordo". Cecè Collura, questo il nome del commissario, coetaneo e collaboratore del più noto collega Montalbano, rimasto ferito in uno scontro a fuoco con alcuni malviventi, accetta, durante il periodo di convalescenza, l'incarico di detective di bordo in una nave da crociera.
Durante la navigazione, un'anziana signora racconta al commissario Collura di aver visto un fantasma aggirarsi nella sua cabina, invitandola, con voce cavernosa, di lasciare la nave. La direzione tenta di risolvere il problema spostando la donna in un'altra cabina. Ma l'anziana aveva "annunciato" la vista del fantasma all'esterno del corridoio, urlando a più non posso e, naturalmente, tutti i passeggeri di quel settore esigevano il medesimo trattamento.
Partono le indagini e così il commissario Collura scopre che la signora è in realtà una vecchia attrice che si è messa d'accordo, prezzolata, con la concorrenza per danneggiare l'immagine della società armatrice della nave in cui è in crociera. Ma il commissario, impietosito dalla patetica protagonista della vicenda, le promette di non rivelare la verità a patto che la signora dichiari pubblicamente che sulla nave non c'è mai stato nessun fantasma.
Il produttore Demetrio Loricchio ed il regista Rocco Mortelliti, suo amico, avevano proposto a Camilleri di utilizzare questi racconti per la televisione, ma il progetto non si è ancora concretizzato. Nel frattempo, però, grazie alla collaborazione del compositore siciliano Marco Betta, è nata quest'opera lirica.
La voce narrante è dello stesso Camilleri, mentre le voci protagoniste sono di Katia Ricciarelli e Vincenzo La Scola. Il libretto e la regia portano la firma di Rocco Mortelliti.
Pasquale De Marco
 
 

La Repubblica, 28.8.2007
Il Tar accoglie ricorso dei petrolieri: arrivata in ritardo la richiesta di valutazione di impatto ambientale
Uno dei pozzi potrà essere aperto. Il governatore della Sicilia: "In arrivo provvedimento del governo"
Val di Noto, torna l'incubo trivelle
Cuffaro: "Presto lo stop definitivo"

Il sindaco: "Andremo avanti nella nostra battaglia"
I Verdi: "Siamo pronti a metterci davanti alle ruspe

Palermo
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Immediata la reazione di Corrado Valvo, sindaco di Noto, che non vuole trivelle nella sua zona, che contiene patrimoni artistici di grande valore. "Lotteremo ancora con più forza chiamando a raccolta la gente, come abbiamo fatto fino a oggi. Ci opporremo in tutte le sedi e continueremo con le mobilitazioni. Il nostro è un territorio nel quale è impensabile prevedere impianti petroliferi o trivellazioni industriali".
Valvo ha invocato il sostegno del mondo della cultura e dello spettacolo, già arrivato in passato. In difesa del barocco del Val di Noto e contro le ricerche di petrolio nella zona si era schierato anche lo scrittore Andrea Camilleri, autore all'inizio di giugno di un appello dalla prima pagina di Repubblica che aveva raccolto in poche ore migliaia di adesioni.
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Affari Italiani, 28.8.2007
Horror watching/ Ecomostri, neanche Salvo Montalbano può stare tranquillo...

Neanche Salvo Montalbano da Vigàta, provincia di Montelusa, può stare al riparo dagli ecomostri. La bella Scala dei Turchi, uno sperone di marna candida nel comune di Realmonte (Ag, ma per i camilleriani doc è Montereale) è stata violentata dall'ennesimo scatolone di cemento. Uno scheletro, che ci viene segnalato con puntualità da un nostro lettore [In effetti lo "scheletro" segnalato è lì da parecchi anni, NdCFC].
Chissà che dirà il creatore del commissario più famoso della Sicilia, Andrea Camilleri. Che spesso parla della Scala dei Turchi, ambientandovi scene struggenti nella memoria, come ne "La prima indagine di Montalbano" (in cui il commissario prende servizio a Vigàta nel 1985) e ne "Il cane di terracotta", in cui il tutore della pubblica sicurezza vigatese si incontra con l'amico Gegè, diventato uno sfruttatore di prostitute (e qui il commissario sarà mortalmente ferito [Sic! NdCFC]).
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La Repubblica, 29.8.2007
Un libro-intervista
Anticipiamo la lunga risposta di An­drea Camilleri sulla “fine” del personaggio del Commissario Montalbano conte­nuta in “Caffè Vigàta”, il libro di conversa­zioni di Lorenzo Rosso con lo scrittore siciliano che l'editore Aliberti (pagg. 113, euro 15) manda in libreria in questi gior­ni: un percorso nella memoria di Camil­Ieri e della sua Sicilia.
L’ultima indagine di Montalbano
Anticipazione / Camilleri rivela la fine del suo personaggio

Vorrei innanzitutto spiegare perché, in me, è nata la ne­cessità di porre fine a questo personaggio. Ho scoperto che que­sta sensazione è comune a molti au­tori di libri gialli che scrivono di per­sonaggi seriali. Arrivati a un certo punto, la serialità stanca. Il rischio grossissimo in cui può incorrere uno scrittore è la ripetitività del pro­tagonista. Cioè che finisca per rifare le stesse cose. Anch'io stavo per cor­rere lo stesso rischio. Però mi sono salvato in corner con tutta questa storia dell'in­vecchiamento e dei mutamenti del mio perso­naggio. Dell'essere dentro una realtà mutante, perciò mortificante, per il personaggio stesso. Questa mia soluzione, invece, lo rende vivo; lo rende diverso. Per altri scrittori è stato assai più difficile. Poi mi sono pure posto un problema scaramantico. Nella vita ho avuto due ca­rissimi amici, scrit­tori di gialli. Uno era il francese Jean Claude lzzo, di Mar­siglia, !'inventore di un Commissario dal nome italianissimo: Fabio Montale. L'altro era Manolo Váz­quez Montalbán. Izzo decise un giorno di abbandonare il suo personaggio e lo fece mentre, nella storia, il protagoni­sta si trovava grave­mente ferito, in balìa delle onde, su di una barca. Mon­tale, alla fine del rac­conto, avrebbe po­tuto salvarsi o non salvarsi. All'autore decidere in futuro che cosa fare! Come fece per esempio Arthur Conan Doyle con il suo personag­gio di Sherlock Hol­mes, che a un certo punto finisce in un burrone. Poi, in seguito alle proteste dei lettori, lo tirò nuovamen­te fuori, riportandolo in vita. Queste, per inciso, sono cose che noi autori possiamo permetterei di fare, un po', come Dio!
Il povero Manolo Vazquez Montalban, anche lui, per esempio, voleva liberarsi del suo Pepe Carvalho e invece andò a finire che tanto Izzo che Manolo sono morti prima dei loro perso­naggi. Allora mi sono detto: «Col cavolo che fac­cio morire il mio personaggio!». Queste sono co­se che sto raccontando un po' per scherzo ma anche un po' seriamente. Mi pareva un po' as­surdo che un personaggio, nato letterariamen­te, morisse "sparato" oppure, alla fine di tutte le indagini, di tutte le avventure, andasse in pen­sione. Così mi sono fatto venire un'altra idea, trovando in un certo senso la soluzione.
Ho ottant'anni passati e a questa età è sempre meglio mettere da parte tutto quello che si trova. Quindi mi sono trovato a scrivere questo romanzo che rappre­senta il capitolo finale di Montal­bano; l'ultimo libro della serie. E l'ho mandato al mio editore dicen­do di tenerlo in un cassetto e di pubblicarlo solo quando non ci sarò più. L'ultima indagine di Montalbano in realtà non è proprio l'ultima. Perché nel frattempo io continuo a scrivere e ho pubbli­cato e pubblicherò ancora altri li­bri del mio Commissario.
Se interessa, le posso fare un esempio del di­sagio in cui il personaggio del Commissario Montalbano si viene a trovare in quest'ultimo romanzo che uscirà postumo. Questa storia inizia con il solito "morto ammazzato", sparato in una strada. La vittima è un tale che stava accin­gendosi, ih tuta e scarpe da ginnastica, assieme ad alcuni amici, a fare una lunga passeggiata a piedi o di cor­sa. All'improvviso però sbuca un tizio, su di una motoci­cletta, che fa fuoco con un'arma e ucci­de quell'uomo. Su­bito scatta l'allar­me. Viene avvertita la polizia e si prov­vede a bloccare la strada. Poi avverto­no il Commissario Montalbano che ar­riva sul posto con una macchina di servizio. Abbiamo detto che la strada è bloccata e che nes­suno può avvicinar­si più di tanto al luogo del delitto. Ma quelli che abitano nella via interessata al fatto di sangue so­no tutti lì, affacciati ai balconi e alle finestre, per vedere che cosa succede. Quin­di, appena Montal­bano scende dalla macchina, subito sente un dialogo "aereo" sulla sua testa, un dia­logo che lo riguarda.
«U Commissario arrivò!». «Cu? U Commissa­rio?»
«Sì, Montalbano!». «Ma cu, chiddru di la televisione o quello vero?».
Tutto questo fa subito girare le scatole al Commissario. Montalbano infatti non soppor­ta di essere scambiato per il suo alter ego. E, a questo punto del romanzo, Montalbano co­mincia, come posso dire, una sorta di guerra col doppio. Che però è un momento classico di un certo tipo di letteratura. Si vede che il Commis­sario fa alcune cose che prima non avrebbe mai fatto. Questo perché è entrato in competizione col personaggio televisivo. D'ora in avanti il per­sonaggio Montalbano non avrà altra strada che quella di rivolgersi a chi l'ha creato, al suo auto­re, cioè a me. E qui, diciamo che casca male!
Andrea Camilleri
 
 

La Repubblica, 30.8.2007
Un libro di Guido Crainz su guerra e dopoguerra replica alla nuova vulgata revisionista
1945, La notte italiana
Che Italia era quella che usciva da vent'anni di fascismo e da una guerra totale? Il ritratto di un paese feroce e arcaico, finora rimosso o rimasto sullo sfondo
Ricostruito il contesto nel quale maturano le violenze partigiane
Anche un giovane Camilleri piange in versi i "neri morti"

Una biografia della nazione, la definisce l’autore. Il ritratto d’un paese "inselvato", feroce e arcaico, reso "antropologicamente" irriconoscibile prima dal fascismo, poi da una guerra "inespiabile". Il racconto che Guido Crainz ci consegna del 1945 italiano è destinato a rompere consolidati stereotipi su quella stagione ormai trionfanti nei media e in alcuni bestseller, ossia la nuova vulgata che tende a caricaturizzare un dopoguerra italiano lordo di sangue ad opera d’un partigianato asservito al Pci e a Mosca. Assai più drammaticamente polifonica appare la realtà tratteggiata in questo nuovo saggio, "L’ombra della guerra", che evoca un’Italia imbarbarita finora rimossa o rimasta sullo sfondo: si tratta della ricostruzione a tratti inconsueta - fondata su documenti d’archivio, ma anche sulle testimonianze di scrittori, giornalisti e poeti - di un paese diseducato da vent’anni di dittatura e insanguinato da una guerra totale, un paese spaesato, ancora più fiaccato nelle sue tradizionali aree di povertà, travolto nei suoi orizzonti ideali e morali più di quanto siamo abituati a immaginarcelo (Donzelli, pagg. 158, euro 14).
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Con lo stile sperimentato in precedenti lavori - Storia del miracolo italiano, Il paese mancato, Il dolore e l’esilio - Crainz attinge al prezioso serbatoio della letteratura e del giornalismo, fonti capaci di evocare con maggiore intensità la geografia mentale diffusa in quei mesi. Tra i versi dolenti di Quasimodo e Ungaretti, compare anche un giovanissimo Andrea Camilleri esordiente sulle pagine di Mercurio ("Un giorno si alzeranno/ neri morti/ dalle case bruciate che il vento/ ancora sgretola/ e avranno occhi per noi…").
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Simonetta Fiori
 
 

Adnkronos, 31.8.2007
Premi: Andrea Camilleri vince il “Boccaccio” con un falso boccaccesco

Certaldo (Firenze) - E' ''La novella di Antonello da Palermo'' il volume vincitore della ventiseiesima edizione del Premio Letterario Boccaccio. Sul palco a ritirare il premio, un Boccaccio versione 2007, sara' Andrea Camilleri che, grazie all'iniziativa della casa editrice Guida di Napoli, ha offerto il proprio contributo alla collana ''I falsi d'autore'', serie di pubblicazioni in cui scrittori famosi contemporanei si dilettano ad 'imitare' i grandi del passato.
E' toccato quindi al siciliano Camilleri rimettere le vesti del novelliere Giovanni Boccaccio, dando cosi' vita ad una pubblicazione simpatica ed accattivante, che possiede tutte le doti di una novella decameroniana. Ex-aequo con ''La novella'' anche il volume di Andrea Camilleri, edito da Mondadori, ''Il colore del sole'', racconto sugli ultimi anni di vita del Caravaggio. La cerimonia di premiazione si terra' a Certaldo (Firenze), in Palazzo Pretorio, sabato 8 settembre.
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31.8.2007
Premio Letterario “Erice Anteka”
Si terrà il 31 agosto - 1° settembre 2007 ad Erice (TP) la quindicesima edizione del Premio Letterario “Erice Anteka”. Nel corso della manifestazione sono previste anche letture dalle opere più significative di Andrea Camilleri. Per info: rinascitamediterrane@tiscalinet.it.
 
 

Evene, 8.2007
Rentrée sicilienne
Portrait d’Andrea Camilleri
Andrea Camilleri est à l’honneur en cette rentrée littéraire 2007. A la réédition de ‘L’Opéra de Vigàta’, considéré comme son chef-d’oeuvre, s’ajoute la parution chez Métailié de ‘La Pension Eva’, un ouvrage touchant et surprenant qui sort de son habituel créneau policier. Deux romans extraordinaires, représentatifs de l’importance de Camilleri dans la littérature italienne contemporaine.

En ce mois de septembre 2007, Andrea Camilleri fête ses 82 ans. Un âge de patriarche qui n’empêche pas le vieux Sicilien de continuer à écrire comme jamais. S’il rencontre l’écriture dès les années 1940 en publiant quelques récits et poèmes, ce n’est qu’au début des années 1980, lorsqu’il atteint la limite d’âge qui l’oblige à cesser ses activités de scénariste et metteur en scène, qu’il se lance dans l’écriture de romans policiers. Il ne devient un auteur à succès qu’à 65 ans, en 1992, avec ‘La Saison de la chasse’: le phénomène est né. ‘L’Opéra de Vigàta’, qui débarque dans les librairies trois ans plus tard, fait un carton. Pour se faire une idée, à l’été 1998, six des dix romans les plus vendus en Italie portaient la signature du Sicilien, depuis rentré dans la prestigieuse collection des Meridiani, la Pléiade transalpine. La raison est simple : les récits policiers de Camilleri sont plus que des policiers. L’enquête n’est qu’un prétexte pour dépeindre une société sicilienne avec un humour, une finesse et une écriture uniques.
Faits divers et mafiosi
Qu’ils se déroulent dans la Sicile de la fin du XIXe siècle ou aujourd’hui, alors que le commissaire Montalbano veille sur l’île, les récits de Camilleri appartiennent au genre du giallo: enquêtes, meurtres, corruption et magouilles en tout genre sont le lot quotidien du monde qu’il met en scène dans ses livres. Beaucoup d’auteurs italiens - Carlo Lucarelli et son Groupe 13, Ottavio Cappelani - entretiennent une filiation nette avec le Sicilien, dont l’importance dans la vitalité actuelle de la littérature noire de la péninsule est réelle.
Evidemment, qui dit Sicile dit mafia. Il est intéressant de préciser que ce fut Leonardo Sciascia, son aîné de quatre ans, sicilien également, qui l’encouragea à se lancer dans la voie de l’écriture. Sciascia est connu pour avoir commis, en 1961, ‘Le Jour de la chouette’, le premier ouvrage qui décrit réellement la mafia, la vraie. Pas celle d’Hollywood, costumée et théâtrale, mais celle de la rue sicilienne, insidieuse, invisible mais pesante, insaisissable mais étouffante. Comme son collègue, Camilleri la décrit merveilleusement, insistant sur la lâcheté ou l’impuissance de la population et recréant avec un grand réalisme le système tacite et implicite mis en place par Cosa Nostra. (1)
Même sanglante et impitoyable, la mafia de Camilleri se mue souvent en un prétexte pour multiplier les bouffonneries ironiques. Si un meurtrier descend sa victime devant trois témoins, personne ne voit rien: “L’un était sous la table parce qu’il s’était aperçu qu’il avait un lacet de chaussure défait et il était en train de le renouer, le deuxième ramassait, toujours sous la table, une carte qui lui était tombée par terre et le troisième, juste à ce moment, s’était pris un moustique dans l’oeil.” (2) Avec moquerie, Camilleri trace le portrait de cette mafia mortelle qui rend ses compatriotes si concentrés quand il s’agit de regarder ailleurs. L’humour, qui apparaît surtout sous la forme de caricature, d’ironie ou dans le foisonnement de personnages truculents et grotesques, est l’arme favorite d’Andrea Camilleri pour raconter sa Sicile. Son art de dédramatiser une situation par une réplique grossière ou une situation grotesque fait tout le charme de ses écrits, dans lesquels une blague pour le moins leste sait rendre une situation tragique hilarante, et vice-versa. Mort, tromperies, érotisme, ridicule, sexe, amour se déchaînent dans l’opéra burlesque que joue Camilleri.
L’écriture camilleresque
En France, Andrea Camilleri a de la chance. La chance d’avoir trouvé un traducteur pointilleux et intelligent qui a su brillamment retranscrire toutes les subtilités et les couleurs de sa langue unique. Serge Quadruppani, pour le citer, mérite que l’on salue son travail tant une traduction littérale de l’écrivain sicilien aurait mis de côté l’essence même de son oeuvre. (3) Car chez Camilleri, tout passe par le choix, l’ordre, le ton du mot. Le créateur de Montalbano a créé de toutes pièces une langue magnifique, à la fois technique et tendrement poétique. Utilisation du passé simple, placement du verbe en fin de phrase, élision de lettres ou de syllabes entières, néologismes colorés ou archaïsmes désuets, Camilleri mélange tout pour régurgiter des lignes savoureuses, d’une obscurité, comme par magie, parfaitement limpide.
Surtout, il confronte cette langue sicilienne avec le florentin - l’italien officiel -, le milanais, le romain, ou joue sur les différences de niveau de langue entre le paysan, le gendarme, le bureaucrate. De fait, chez Camilleri, la langue est la principale définition de ses personnages, dont l’affrontement tourne à la confrontation des langages. Elle est d’ailleurs aussi sa principale source d’humour - et le seul moyen d’identifier les mafieux. Tous les romans que l’auteur situe dans la Sicile des années 1870-1890 se basent sur cette confrontation verbale. Ce n’est pas un hasard : la Sicile de cette époque, mal rattachée à une Italie tout juste unifiée, mal vue, est ici stigmatisée par sa langue. Chez Camilleri, un dialogue entre un Florentin et un Sicilien devient l’affrontement de deux systèmes de pensée. ‘La Disparition de Judas’ pousse même ce principe à l’extrême en se présentant comme une suite de documents d’origines variées. Au-delà du tour de force que représente la création d’une intrigue policière de 250 pages reposant seulement sur une compilation de documents épars, cet ouvrage est l’expression la plus parfaite du style Camilleri, capable de raconter une histoire juste en jouant sur les niveaux de langue, et d’y glisser ainsi une dimension sociale et humaine capitale.
La Sicile d’Eva
Raillée, ridiculisée, considérée comme dangereuse, rebelle, comme un nid de bandits et de paysans bornés, pourrie par la mafia, habitée par des Siciliens “qui puent” (4), l’île subit le regard condescendant des continentaux, des étrangers. Et si les Siciliens sont souvent tancés par l’auteur, il n’en reste pas moins qu’il nous offre, à travers la ville imaginaire de Vigàta, une vision précise et réaliste de la Sicile, plus fine qu’un livre d’histoire. Dans ‘La Pension Eva’, son livre le plus personnel jamais écrit, Camilleri se consacre à l’histoire d’un adolescent au coeur de la Seconde Guerre mondiale, la Sicile étant un point stratégique primordial que se déchiraient Alliés et forces de l’Axe. Plus que dans tout autre ouvrage, il y conte une Sicile attachante, fragile, à la beauté ensorcelante et fragile, sans jamais se prendre au sérieux. Cette Sicile qu’il aime tant - on peut parler d’une littérature sicilienne plus qu’italienne - et qu’il défend ardemment : il y a quelques mois, il a ainsi lancé une pétition pour sauver le Val di Noto, haut lieu baroque de l’île, classé patrimoine de l’humanité, menacé par la prospection pétrolière d’un groupe américain. (5)
“Il y en a qui écrivent que moi je suis une espèce de curé (…). Ils prétendent que je suis un écrivain facile”, raconte Camilleri en se mettant malicieusement en scène dans ‘La Démission de Montalbano’ - une nouvelle à la chute des plus brillantes. Qu’il se rassure : non seulement le ton Camilleri est unique et révolutionnaire, mais sa faculté de mêler farce et tragédie avec une grande poésie en font sans nul doute l’auteur italien le plus marquant de la fin du XXe siècle. Qui pourrait bien le rester pour un bon bout du XXIe…
Mikaël Demets

(1)
‘Cosa Nostra, l’histoire de la mafia sicilienne de 1860 à nos jours’, de John Dickie, éd. Buchet Chastel, 2007, l’ouvrage le plus complet à ce jour sur la mafia sicilienne, décrit la mafia et son fonctionnement en des termes qui font parfaitement écho au portrait qu’en dresse Camilleri.
(2)
‘L’Opéra de Vigàta’, éditions Métailié, page 141.
(3) Lire à ce propos le passionnant texte de Serge Quadruppani,
“L’angoisse du traducteur devant une page de Camilleri”, qui expose les difficultés de la langue camilleresque et les moyens pour parvenir à la retranscrire en français (visible sur son blog http://serge.quadruppani.free.fr).
(4)
‘L’Opéra de Vigàta’.
(5) Cf. article de
Courrier international n° 867 du 14 juin 2007.
 
 

Prairie fire, 8.2007
Book Review
”The Patience of the Spider” by Andrea  Camilleri
Penguin Books

This is the eighth of Andrea Camilleri’s Sicilian mysteries featuring Inspector Salvo Montalbano to be translated into English. The novels have been  an international success, inspiring a popular television series in Italy, which has also been aired (with subtitles) in Australia. While The Patience of the Spider builds on past developments and relationships among recurring characters, newcomers to the series will still be able to negotiate their way  through its intricate interplay of personalities, bureaucracies and histories.  In part, this is because Camilleri integrates vivid depictions of Sicilian  culture, geography and temperament with the mysteries that his Inspector  endeavors to solve. In part, this is also because the author encourages his  readers to care, with Montalbano, about the world that the detective inhabits.
In this novel, Montalbano investigates the kidnapping—an all-too-common occurrence in the criminal and political worlds of Italy—of a young woman. As suspicion increasingly focuses on one individual, Montalbano once again confronts the endemic corruption and hypocrisy of his country’s power brokers, especially during the unholy symbiosis of big media, big business, conventional piety and rightist politics of the Berlusconi era. (Readers interested in learning more about Berlusconi’s place in the Italian consciousness should look at Tobias Jones’s insightful The Dark Heart of Italy.) The Inspector  insists, however, on doing his job thoroughly, despite pressures from  career-minded superiors and conservative television commentators. The author  endues his complex hero with a knowing sense of justice: amid the competing  grievances and outrages of ideologues, functionaries and mafiosi, it is  sometimes possible to do the right thing or, at least, to make the wrong thing  known. Montalbano also demonstrates considerable powers of empathy (if not of  intimacy: his personal and professional relationships have been passionately  detached from the beginning) and here reflects on the power of empathy  itself.
Andrea Camilleri, Montalbano’s creator, embodies much of Sicilian and Italian  history. He was born in Porto Empedocle, in Sicily’s province of Agrigento, in  1925 and so grew up during the ascendancy of Mussolini’s Fascists. His own  political sympathies went in the opposite direction and he has long been associated with leftist causes and organizations. His birthplace is the inspiration for the fictional town of Vigata, where Montalbano is stationed, and Camilleri has explored the weight of the past upon individuals and their  families —the political divides of the 20th century merely the latest strain  placed upon an island subjected to waves of conquerors, factional turmoil and  various forms of exploitation. After years as a celebrated teacher and director  of theater, based in Rome, Camilleri began his writing career in his 50s with historical novels. In 1995, he turned to detective fiction with the first Montalbano mystery, The Shape of Water. Throughout the series,  Camilleri’s English translator has been the accomplished poet Stephen  Sartarelli, who, along with vivid prose, provides illuminating background notes  on Italian cuisine, culture, current events and its ever-present past.
Montalbano is both a fully realized character and a decidedly literary creation. Camilleri delights in foregrounding his policeman’s links with other great fictional sleuths, sometimes subtly and sometimes overtly. Montalbano’s melancholic sympathy toward a wide range of criminals owes a great deal to Georges Simenon’s Inspector Maigret, as does his appreciation of honestly made local cuisine. His love of food is also shared with detective Pepe Carvalho, protagonist of mysteries written by Manuel Vazquez Montalban of Spain—whose own name is echoed in that of Camilleri’s hero. In the second Montalbano novel, The Terra-Cotta Dog, Camilleri allows the Inspector to meditate on his relationships with his fictional forebears, with his long-time girlfriend Livia, and with his devoted housekeeper and cook Adelina. One evening he savors Adelina’s “simple but zestful culinary imagination” in the form of “pasta with tomatoes, basil, and black passaluna olives,” followed by “fresh  anchovies with onions and vinegar.” “Relishing every bite in silence,” he  realizes, is “yet another bond that tied him to Livia,” who also never speaks  when eating.
Further, it occurs “to him that in matters of taste he was closer to Maigret than to Pepe Carvalho, the protagonist of Montalban’s novels, who  stuffed himself with dishes that would have set a shark’s belly on fire”  (The Terra-Cotta Dog, pp. 41–42). Spain’s Montalban, who died in 2003,  similarly explored the burdens of social, political and cultural history through  detective novels —and similarly celebrated the glories of traditional food, in  this case the sometimes highly spiced concoctions of Catalan cookery.
Although Montalbano bears some resemblance to Raymond Chandler’s literary-minded (and named) Philip Marlowe, Camilleri himself has expressed  impatience with that detective’s form of rugged individualism and with that  author’s byzantine plots and lack of interest in political dynamics. Camilleri  is much more impressed with Dashiell Hammett’s combination of hard-boiled  realism and social conscience. His own novels capture the flavor of everyday  (often vividly profane) speech, including Sicilian dialect, along with all the  other flavors, smells, sights, sensations and sounds of everyday life in that  part of Italy. Inhabitants of the island and visitors to Sicily attest to  Camilleri’s sensitivity to the extreme contrasts on the island: natural beauty  next to man-made ugliness, mountains ending abruptly with a drop into the sea,  light and dark, power and powerlessness, humor and despair, life and death. Some  of this is suggested by Montalbano’s distinctive synesthesia, a blending of sensory perceptions which allows him to experience odors as colors. (See The Patience of the Spider, p. 148.) Camilleri also makes Montalbano just as  sensitive to the impact of combined social systems on how individuals, families  and communities behave.
Like all the Montalbano novels, The Patience of the Spider is filled  with lively dialogue, sharply observed descriptions, vibrant characterization  and dramatic shifts in tone. The drama comes easily to its stage-savvy author, who recently collaborated on a translation and adaptation of Shakespeare’s  The Tempest for another reconstructed Globe Theatre, this one in Rome.  (In line with Montalbano’s fondness for the underdog, the adaptation apparently  makes Caliban the play’s most sympathetic character.) Some of Camilleri’s  writing happily anticipates its translation to the television series: It’s easy  to imagine how most scenes will play out before the video camera. After  discovering a surprising turn in the kidnapping case (and one that will be  compromised if anyone knows he’s discovered it), Montalbano beats a hasty  retreat to a nearby village called Lower Brancato. This “clean little town”  boasts “a tiny piazza, church, town hall, café, bank, trattoria, and shoe store.  All around the piazza were granite benches, with some ten men sitting on them,  all aging, old, or decrepit. They weren’t talking, weren’t moving at all. For a fraction of a second, Montalbano thought they were statues, splendid examples of hyperrealist art. But then one of them, apparently belonging to the decrepit category, suddenly threw his head backwards and laid it against the back of the bench. He was either dead, as seemed quite likely, or had been overcome by a sudden desire to sleep.” (The Patience of the Spider, p. 185). The  scene soon explodes with life (and more food) when the Inspector is recognized  and welcomed by the town’s vice-mayor—who just happens to be related to  Montalbano’s clownish assistant, Catarella.
In the aftermath of the Second World War, English playwright J. B. Priestley wrote An Inspector Calls, in which a mysterious detective appears at a comfortable English home ostensibly to investigate the circumstances of an unfortunate young woman’s tragic suicide. As the play unfolds, it becomes clear  that the Inspector’s real mission is to confront the inhabitants of the house with their callous complicity in that death. Priestley challenges not only class attitudes but all forms of categorization by which certain kinds of people are  judged to be unworthy of care or concern. Through his Montabano novels, Camilleri explores similar questions of social responsibility and justice with honesty and humor, with outrage and compassion. The Patience of the  Spider especially considers the personal costs of corruption on its victims  and also on those who seek to exact retribution on behalf of those victims. The  novel acknowledges that empathy alone is not enough to help achieve justice. Its chilling conclusion goes on to insist that without the empathetic instinct, even the most deserving seekers of justice can lose their humanity.
Stephen M. Buhler
 
 

 


 
Last modified Saturday, February, 16, 2013