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Filippo Mancuso e Don Lollò

di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale
da La concessione del telefono



Regia - Giuseppe Dipasquale

Personaggi e interpreti
Filippo Mancuso - Pippo Pattavina
Don Calogero (Lollò) Longhitano - Tuccio Musumeci
Gegè, servo di Don Lollò - Franz Cantalupo
Lillina, figlia di Don Lollò Longhitano - Lorenza Denaro
Alberto, figlio di Filippo Mancuso - Luciano Fioretto
Nunziata, serva di Filippo Mancuso - Margherita Mignemi
un prete - Riccardo Maria Tarci

Costumi - Sorelle Rinaldi
Musiche - Matteo Musumeci
Scene - Giuseppe Dipasquale
Produzione - Teatro della Città

Prima rappresentazione 25 ottobre 2018, Teatro Vitaliano Brancati, Catania
(in scena fino al 14 novembre 2018)




Una commedia che nasce da una promessa mantenuta. La promessa di scrivere una pièce nuova e originale per due mostri sacri del palcoscenico italiano: Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. A mantenerla sono stati il grande Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, autori di questa “commedia di situazione”, diretta dallo stesso Dipasquale e prodotta dal Teatro della Città. «La promessa – spiega il regista Dipasquale – nasceva da un imprevedibile accadimento: l’unica scena de La concessione del telefono nella quale Pippo (Filippo Mancuso) e Tuccio (Don Lollò) si incontravano come personaggi, aveva preso una evoluzione particolare, al limite della coerenza con la storia del testo. Avevo chiesto ai due attori di procedere, secondo la grande tradizione comica siciliana, anche per moduli di improvvisazione e il risultato fu strabiliante, con una qualità e potenza comica che non aveva nulla da invidiare alla coppia Totò e Peppino. La durata di circa 25 minuti provocava uno sbilanciamento per lo spettacolo». E così, per “riportare l’ordine”, avvenne la proposta di scambio: se Musumeci e Pattavina avessero riportato la scena entro una durata accettabile, Dipasquale e Camilleri avrebbero scritto una commedia ad hoc partendo dai due personaggi. Così è stato. Mentre sullo sfondo scorre la storia de La concessione del telefono, in Filippo Mancuso e Don Lollò si snoda la vicenda del Cavaliere Filippo Mancuso, ricco proprietario terriero, che vuole fare assumere il figlio Alberto in un’importante banca, per mandarlo via da Vigàta e assicurargli un futuro nuovo. Purtroppo Alberto è terribilmente stupido e senza una buona raccomandazione non potrà riuscire in nulla. Don Lollò, ovvero Calogero Longhitano, è tormentato da un cruccio familiare: la figliuola Lillina è in età da marito, ma pur essendo una fanciulla molto intelligente e perspicace, ha un difetto di movimento che la rende “sciancata”.



Repliche
Teatro Garibaldi, Modica (RG), 30 novembre - 1 dicembre 2018
Sala Sciascia, Chiaramonte Gulfi (RG), 7 dicembre 2018
Teatro Vitaliano Brancati, Catania, 18-19 dicembre 2018
Teatro Comunale, Siracusa, 21-22 dicembre 2018



«La potenza di Totò e Peppino»
Sarà una nuova opera di Andrea Camilleri, scritta in tandem con il regista Giuseppe Dipasquale, ad inaugurare il prossimo 25 ottobre la decima stagione del Teatro Brancati. Un compleanno importante per la storica sala di via Sabotino festeggiato da un allestimento che riporta insieme sulla scena due straordinari mattatori e beniamini del pubblico. Dopo un intervallo di circa dieci anni, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina tornano a recitare in coppia nella pièce "Filippo Mancuso e Don Lollò", "commedia di situazione" nata per gemmazione dalla celebre messa in scena con la regia di Dipasquale dell'omonimo romanzo di Camilleri "La concessione del telefono", il cui debutto risale al 2005 allo Stabile diretto allora da Orazio Torrisi.
Cucita addosso al genio comico dei due attori, l'opera scaturisce da una celebre scena della "Concessione" in cui Musumeci e Pattavina, nei ruoli rispettivi di Don Lollò e di Filippo Mancuso alle prese con gli equivoci di una lettera, sfoderavano tutto il loro irresistibile repertorio. A raccontarcene la genesi è lo stesso Camilleri che ha voluto omaggiare il talento e la carriera lunga più di mezzo secolo di due grandi amici e compagni di scena.
«Ricordo ancora il successo esilarante de "La concessione" all'Eliseo di Roma - racconta il novantatreenne papà di Montalbano -I due mattatori non la finivano di tenere il pubblico su un tappeto volante di risate. Io stesso tornai a vederlo due volte. Dopo la "prima", andai nei camerini e trovai Pippo e Tuccio contenti, ma allo stesso tempo afflitti: "Andrea, devi sapere - mi dissero - che la scena durerebbe molto di più, ma quel tiranno (parlavano di Dipasquale che era presente e si divertiva) ci costringe a essere asciutti. Se torni a vedere lo spettacolo te la facciamo in versione integrale!" Ritornai il giovedì e i due mattacchioni mi dedicarono una scena di venticinque minuti che da sé faceva un atto unico. Il pubblico era in delirio. Fu allora che decidemmo con Peppe che gli avremmo scritto il sequel».
Indimenticabile la prova dei due mattatori catanesi al centro di una scenografia che con felice intuizione Antonio Fiorentino aveva progettato come un'ipertrofica invasione di scartoffie e faldoni, un polveroso mondo di carta da cui i personaggi uscivano come ectoplasmi di una realtà a metà strada tra storia e fantasia, tra denuncia sociale e irriverente sberleffo.
«Contento di questa reunion di Tuccio e Pippo sulla scena - aggiunge Camilleri - E ancor più di avere scritto per loro un sequel. A mia memoria, in teatro ci sono pochissimi esempi: "Rosencrantz e Guildenstern" di Tom Stoppard è uno di questi».
A fargli eco è Giuseppe Dipasquale legato a Camilleri da un sodalizio artistico che li ha visti collaborare in numerosi allestimenti, dal più lontano "Il birraio di Preston" fino al recente "Il casellante", in scena la scorsa stagione al Brancati.
«Nel 1984, quando entrai in Accademia a Roma, Camilleri era mio insegnante di regia - racconta Dipasquale, che a novembre dirigerà al Musco "La creatura del desiderio", nuova e atipica opera di Camilleri sull'amore tra il pittore Kokoschka e Anna Mahler, con David Coco e Valeria Contadino - È stato così generoso da regalarmi una grande amicizia che è anche una paternità. Io stesso avevo sollecitato l'andamento della scena tra Pattavina e Musumeci. Avevo chiesto loro di procedere per moduli di improvvisazione. Il risultato fu strabiliante, con una qualità e una potenza che non aveva nulla da invidiare alla coppia celebre di Totò e Peppino. Pippo e Tuccio sanno essere comico e spalla l'uno dell'altro con una capacità di intuirsi che è davvero unica e rara».
Gli eventi della "Concessione" restano sullo sfondo, ma il focus è l'avventura del Cavaliere Filippo Mancuso costretto a rivolgersi a Don Lollò, uomo di rispetto di Vigàta, per trovare all'ingenuo figlio Alberto un impiego al Banco di Sicilia. Lillina, scaltra figlia di Don Lollò, si innamora di Alberto.
«Don Lollò è espressione di una mafia che sembra bonaria, ma perpetua i meccanismi mafiosi di sempre - conclude il regista - Ci siamo divertiti a fare il calco, nel discorso di Don Lollò, del ragionamento con cui Tano Badalamenti spiegava la mafia come catena di amicizie. Filippo Mancuso è figura di borghese proteiforme, si adatta a tutti i tipi di potere pur di rimanere a galla. Poi ci sono i due innamorati (Carlo Ferreri [poi sostituito da Luciano Fioretto, NdCFC] e Lorenza Denaro), un prete (Riccardo Maria Tarci) e due servi: uno mastino al servizio del mafioso (Franz Cantalupo) e una scaltra e affamatissima (Margherita Mignemi) al servizio di Mancuso. Il tutto non ha nessun moralismo, ma ha un meccanismo comico che secondo il detto antico castigat mores».
Giovanna Caggeggi (La Sicilia, 30.9.2018)


Irresistibili Musumeci e Pattavina riaffermando il ruolo dell'attore
C'è aria di festa al teatro Brancati, quella di un grande evento: Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina inaugurano la Stagione con "Filippo Mancuso e don Lollò", una commedia scritta da Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale che ne ha curato anche la regia. Lo spettacolo prende l'avvio con una rocambolesca ricerca di qualcuno che è in ritardo, una confusione artatamente costruita per un dichiarato "dietro le quinte".
Nunziata chiede il permesso ai suoi compagni per poter iniziare e dà vita ad uno dei personaggi più emblematici della commedia dialettale popolare: quello della serva, chiacchierona e maldicente, in costante (ma leggero) conflitto con il suo padrone (Mancuso). Margherita Mignemi riesce bene nella caratterizzazione, misurata ed efficace del suo personaggio, a cambiare registro nelle diverse situazioni, muovendosi con disinvoltura. Ma si va a cominciare veramente quando fa il suo ingresso Pippo Pattavina claudicante a causa di una gamba di legno che lo co-stringe in una improbabile postura (tenuta mirabilmente per tutto il corso dello spettacolo) in cui ogni movimento è quasi danza. Padrone assoluto della scena, Pattavina-Mancuso costruisce situazioni comiche esilaranti, a partire dal dialogo con il figlio Berto (Luciano Fioretto) costretto in ridondanti tormentoni, essendo, almeno per ora, totalmente ebete. Proprio il fatto di avere un figlio di siffatta natura spinge Mancuso a cercare Calogero Longhitano (Tuccio Musumeci) un "uomo di rispetto" perché una raccomandazione si pone come necessaria affinché il giovane possa essere assunto in banca. L'incontro fra i tre è forse la scena più bella di tutto lo spettacolo. 1 tempi comici perfetti di Musumeci che lavora sul dettaglio: micro pause, sguardi, precise movenze, rendono Pattavina più incisivo: laddove quest'ultimo mette, l'altro toglie e viceversa, dando vita ad un contrasto straordinario che è da sempre quello del comico e della spalla. Trattandosi di un'accoppiata vincente, storicamente riconosciuta, i ruoli si alternano, esattamente come accadeva al grande Totò con Peppino. Tra i due mattatori non sfigura Berto, costretto in una immobilità plastica per volere del padre, il quale dimostra che anche il silenzio è una prova d'attore. La storia si snoda intorno alla prole dei personaggi del titolo: anche Longhitano ha una figlia con un problema: è sciancatella, concetto ripetuto più volte, forse, perché questo difetto fisico non è propriamente evidente in Lillina (Lorenza Denaro)?! Tra i personaggi di contorno e fondamentali per lo svolgimento della storia spicca Gegè a cui Franz Cantalupo presta il suo corpo e la sua voce con impeccabile precisione. (...!). Purtroppo si è assistito anche ad una certa tendenza all'ammiccamento, al doppio senso che stimola risate (grevi), qualcuno direbbe di pancia. Nulla di male: a ciascuno la sua catarsi (!?).
"Filippo Mancuso e don Lollò" è uno spettacolo che vive grazie a tutti gli interpreti (lodevole anche il doppio ruolo di Riccardo Maria Tarci) che si sono dati in scena con grande generosità, ma purtroppo difetta sul piano della struttura drammaturgica. Inoltre alcuni personaggi non sono risolti: in particolare il figlio che si muove tra l'inconsapevolezza e il barlume di genio (!?) al punto da far gridare al miracolo l'attento don Lollò. Anche la figlia patisce di una certa inconsistenza: lei ribalta, alla fine, il proprio destino senza spiegarci (o forse, spiegarsi) per qual motivo. Grande merito ai due mattatori che hanno saputo raggiungere picchi di esilarante comicità nelle piccole cose, nel lavoro di cesello che è quello per cui l'attore esiste a se stesso e anche a chi ha saputo costruire l'impalcatura del proprio personaggio osando nei colori e negli accenti. Grande merito alle sorelle Rinaldi per la cura dei costumi.
Lo spettacolo sarà in scena al teatro Brancati fino all'11 novembre [Sono poi state aggiunte due replica extra il 13 e 14 novembre, NdCFC].
Enrica Mallo (La Sicilia, 28.10.2018)




Last modified Sunday, December, 09, 2018