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Filippo Mancuso e Don Lollò

di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale



Testo di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, spin off da La concessione del telefono

Regia - Giuseppe Dipasquale

Personaggi e interpreti
Filippo Mancuso - Pippo Pattavina
Don Calogero (Lollò) Longhitano - Tuccio Musumeci
Alberto Mancuso, figlio di Filippo - Carlo Ferreri
Lillina Longhitano, figlia di Don Lollò - Lorenza Denaro
un prete - Riccardo Maria Tarci
servo di Don Lollò - Franz Cantalupo
serva di Filippo Mancuso - Margherita Mignemi

Prima rappresentazione 25 ottobre 2018, Teatro Vitaliano Brancati, Catania


«La potenza di Totò e Peppino»
Sarà una nuova opera di Andrea Camilleri, scritta in tandem con il regista Giuseppe Dipasquale, ad inaugurare il prossimo 25 ottobre la decima stagione del Teatro Brancati. Un compleanno importante per la storica sala di via Sabotino festeggiato da un allestimento che riporta insieme sulla scena due straordinari mattatori e beniamini del pubblico. Dopo un intervallo di circa dieci anni, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina tornano a recitare in coppia nella pièce "Filippo Mancuso e Don Lollò", "commedia di situazione" nata per gemmazione dalla celebre messa in scena con la regia di Dipasquale dell'omonimo romanzo di Camilleri "La concessione del telefono", il cui debutto risale al 2005 allo Stabile diretto allora da Orazio Torrisi.
Cucita addosso al genio comico dei due attori, l'opera scaturisce da una celebre scena della "Concessione" in cui Musumeci e Pattavina, nei ruoli rispettivi di Don Lollò e di Filippo Mancuso alle prese con gli equivoci di una lettera, sfoderavano tutto il loro irresistibile repertorio. A raccontarcene la genesi è lo stesso Camilleri che ha voluto omaggiare il talento e la carriera lunga più di mezzo secolo di due grandi amici e compagni di scena.
«Ricordo ancora il successo esilarante de "La concessione" all'Eliseo di Roma - racconta il novantatreenne papà di Montalbano -I due mattatori non la finivano di tenere il pubblico su un tappeto volante di risate. Io stesso tornai a vederlo due volte. Dopo la "prima", andai nei camerini e trovai Pippo e Tuccio contenti, ma allo stesso tempo afflitti: "Andrea, devi sapere - mi dissero - che la scena durerebbe molto di più, ma quel tiranno (parlavano di Dipasquale che era presente e si divertiva) ci costringe a essere asciutti. Se torni a vedere lo spettacolo te la facciamo in versione integrale!" Ritornai il giovedì e i due mattacchioni mi dedicarono una scena di venticinque minuti che da sé faceva un atto unico. Il pubblico era in delirio. Fu allora che decidemmo con Peppe che gli avremmo scritto il sequel».
Indimenticabile la prova dei due mattatori catanesi al centro di una scenografia che con felice intuizione Antonio Fiorentino aveva progettato come un'ipertrofica invasione di scartoffie e faldoni, un polveroso mondo di carta da cui i personaggi uscivano come ectoplasmi di una realtà a metà strada tra storia e fantasia, tra denuncia sociale e irriverente sberleffo.
«Contento di questa reunion di Tuccio e Pippo sulla scena - aggiunge Camilleri - E ancor più di avere scritto per loro un sequel. A mia memoria, in teatro ci sono pochissimi esempi: "Rosencrantz e Guildenstern" di Tom Stoppard è uno di questi».
A fargli eco è Giuseppe Dipasquale legato a Camilleri da un sodalizio artistico che li ha visti collaborare in numerosi allestimenti, dal più lontano "Il birraio di Preston" fino al recente "Il casellante", in scena la scorsa stagione al Brancati.
«Nel 1984, quando entrai in Accademia a Roma, Camilleri era mio insegnante di regia - racconta Dipasquale, che a novembre dirigerà al Musco "La creatura del desiderio", nuova e atipica opera di Camilleri sull'amore tra il pittore Kokoschka e Anna Mahler, con David Coco e Valeria Contadino - È stato così generoso da regalarmi una grande amicizia che è anche una paternità. Io stesso avevo sollecitato l'andamento della scena tra Pattavina e Musumeci. Avevo chiesto loro di procedere per moduli di improvvisazione. Il risultato fu strabiliante, con una qualità e una potenza che non aveva nulla da invidiare alla coppia celebre di Totò e Peppino. Pippo e Tuccio sanno essere comico e spalla l'uno dell'altro con una capacità di intuirsi che è davvero unica e rara».
Gli eventi della "Concessione" restano sullo sfondo, ma il focus è l'avventura del Cavaliere Filippo Mancuso costretto a rivolgersi a Don Lollò, uomo di rispetto di Vigàta, per trovare all'ingenuo figlio Alberto un impiego al Banco di Sicilia. Lillina, scaltra figlia di Don Lollò, si innamora di Alberto.
«Don Lollò è espressione di una mafia che sembra bonaria, ma perpetua i meccanismi mafiosi di sempre - conclude il regista - Ci siamo divertiti a fare il calco, nel discorso di Don Lollò, del ragionamento con cui Tano Badalamenti spiegava la mafia come catena di amicizie. Filippo Mancuso è figura di borghese proteiforme, si adatta a tutti i tipi di potere pur di rimanere a galla. Poi ci sono i due innamorati (Carlo Ferreri e Lorenza Denaro), un prete (Riccardo Maria Tarci) e due servi: uno mastino al servizio del mafioso (Franz Cantalupo) e una scaltra e affamatissima (Margherita Mignemi) al servizio di Mancuso. Il tutto non ha nessun moralismo, ma ha un meccanismo comico che secondo il detto antico castigat mores».
Giovanna Caggeggi (La Sicilia, 30.9.2018)




Last modified Monday, October, 01, 2018