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La
sfida del traduttore: tradurre senza tradire
Il
problema di conciliare la lingua italiana, veicolo di comunicazione nazionale,
con il ricco e vario mondo dei dialetti locali, canale di trasmissione delle
fantasie e sensazioni dell’infanzia e dell’adolescenza, sempre è stato
presente in molti scrittori italiani, classici e contemporanei.
In “Un filo di fumo”, piacevolissimo romanzo in cui è dipinto con insolito
umorismo un microcosmo provinciale, singolare in molti aspetti e universalmente
riconoscibile in tanti altri, è nel linguaggio che l’autore, Andrea Camilleri,
troverà divertendosi, una delle sue migliori risorse.
Infatti, come osserva il critico letterario Dante Maffia, “Per evitare che il
lettore si senta distante dalla realtà rappresentata, Camilleri usa un
linguaggio un tanto peculiare che non è quello di Giuseppe Verga o quello dei
“pastiches”, ma quello di una popolazione che si è appropriato, come di un
grande beneficio dei contributi rigidi e unificatori dei mass media. Tale
contaminazione crea in questo modo, un miscuglio strutturale e lessicale, dal
quale vieni fuori un effetto veramente interessante, nonostante non sai sempre
fluido o ben amalgamato. In certi momento si ha l’impressione che la pagina
subisca l’imprevista intrusione di tale lessico che rompe l’andamento del
periodo, anche quando non è necessario”.
Lo stesso autore ha coscienza delle difficoltà che il suo “gergo” creerà
persino nel lettore italiano e perciò correda il suo romanzo di un glossario di
ben dodici pagine.
Nella sua ben riuscita operazione di “riprodurre questo suo universo”,
l’autore crea una sfida in più per i traduttori, costretti a, non solo
includere note a piè di pagina che spieghino la complessità di certe
espressioni, e chiariscano i riferimenti ad avvenimenti storici particolari - è
il caso per esempio del riferimento ai fasci siciliani che nulla hanno a che
fare con i fasci di Mussolini -, quanto, sempre quando è possibile, cercare il
corrispondente dei proverbi popolari regionali italiani, con detti ed
espressioni brasiliane.
Gli esempi sono frequenti e numerosissimi in Camilleri e ne citiamo solo alcuni:
- “prendere due piccioni con una fava” o “due quaglie con un botto”
equivalgano al motto brasiliano “matar dois coelhos de uma cajadada”;
- “salta il trunzo e va in culo all’ortolano”, che indica chi è destinato
ad essere disgraziato a causa della posizione sociale che occupa, (ossia, alla
lettera, se a causa di un forte colpo della zappa, salta un pezzo di legno, esso
andrà ad infilarsi fatalmente nel culo dell’ortolano), ha il suo equivalente
nel “a corda arrebenta do lado mais fraco”;
- “supra a pasta, minnulicchi” (“sulla pasta, mandorlette”) è
l’espressione comune, il cui equivalente in Brasile può essere “chove no
molhado”, ossia aggiungere disgrazia a disgrazia;
- qualcosa di simile si verifica con “cu venni appressu aggruppa i fili”, in
cui il “legare i fili” che tocca a chi sta dietro, letteramente non avrebbe
senso, costringendo il traduttore a cercare il proverbio equivalente, “quem
está por baixo é que leva a pior”;
- o ancora, dello stesso tenore, “cu nasci tunnu non può muriri quatratu”
(chi nasce tondo non può morire quadrato), tipica espressione usata daí membri
di “Cosa nostra”, che rappresenterebbe l’ineluttibilità del destino
espressa in “quem nasce para dez réis não chega a um vintém”.
A volte sono espressioni o termini peculiari della cultura locale, che
richiedono anch’essi conoscenza e spiegazione:
- “... con gli occhi di fuori come se fosse passato l’angelo”, si
riferisce alla leggenda popolare secondo la quale i bambini che fanno una brutta
faccia o smorfie, e se per caso l’angelo passasse in quel momento,
rimarrebbero così per sempre ;
- qualcuno che offre “chiacchiere e tabacchiere di legno” (“miudezas e
caixinhas de madeira”), sta alludendo al proverbio napoletano “Chiacchiere e
tabacchiere di legno, il Banco di Napoli non s’impegna” spiegazione del
fatto che in quel banco esiste una sezione di pegni, creato per aiutare i più
poveri, dove si accetta come pegno qualsiasi oggetto, meno le tabacchiere
(scatole per il tabacco da fiuto in legno), le quali, non valendo molto, non
merita il prestito;
- dire che qualcuno “... si sentì preso daí turchi” (“presos pelos
turcos”) è un’espressione legata allo spavento di cui erano preda le
popolazioni litoranee del Sud d’Italia all’apparire dei pirati saraceni
(turchi), e per estensione a qualsiasi paura e terrore;
- “mettiri u carricu di unnici”, in italiano vuol dire “attizzare una lite
argomenti che esasperano gli animi” = estimular uma briga; botar lenha na
fogueira.
È ovvio che, tentando una traduzione di tali espressioni, si correrebbe il
rischio di dire veri e propri spropositi. Per quanto riguarda i lemi locali
contenuti nel glossario, alcuni dei quali persino non registrati nei dizionari
dialettali siciliani, tra essi appaiano delle vere perle:
- “daresi adienza” significa “badare a se stesso” (cuidar de si mesmo);
“appinnicunato” in italiano “semi-addormentato”, che deriva da
“pinnicuni” (la romana “pennichella” = siesta); “babbaluci” (lumaca=
lesma); “cajorda”, nella traduzione italiana, “sporca, sordida”, che
significa anche “prostituta di basso rango” = piranha; “camurrìa”,
seccatura gigantesca = grande chateação; “catamini, cataminarsi”,
significa muoversi” = andar, “nun ti cataminari (non fare il più piccolo
movimento) ma l’autore con molto senso dell’umore, avverte: “se in Sicilia
uno ti dice “mòviti” tu resta assolutamente immobile a scanso di equivoci;
“garruso” che a seconda dell’intonazione può avere significati diversi,
come furbo, figlio di puttana, giocherellone; “gnutticatùra”, parola di
difficile traduzione in italiano, figuriamoci in altre lingue: comunque potrebbe
equivalere a “in sovrappiù”; “mutàngheri” (silenzioso di proposito);
“omu di panza” (persona ligia all’omertà), in altre parole “mafioso”;
“scecchigno” (a mo’ d’asino); “tringulimìnguli” (barcollante =
cambaleante); “ummira” (ombra = sombra); “zaùrdo” (zotico = rústico).
Da quanto anzidetto circa le difficoltà incontrate nella traduzione di
Camilleri, si può capire come noi traduttori saremmo stati facilmente tentati,
ogni tanto, di mettergli le corna.
Maria Helena Küner,
Giuseppe D'Angelo
(pubblicato su Mosaico
Italiano, n.8, con un esempio di traduzione di un brano del libro)

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